⭕ Rigeneriamoci: ecco cosa serve

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 18, seconda parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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6a mossa, Creare per rigenerare

Passare da “la crescita ripulirà”

a rigenerativi per progetto

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Rigeneriamoci: ecco cosa serve

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In cerca dell’economista generoso

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Ma perché dovremmo dare aria pulita in città?

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È la reazione di una importante impresa di costruzioni a cui ha assistito Janine Benyus, studiosa di  biomimesi durante la progettazione per il rinnovamento dei sobborghi di una grande città. La proposta di Benyus era quella di realizzare gli edifici i cui muri biomimetici avrebbero sequestrato CO2 e rilasciato ossigeno e filtrato l’aria circostante.

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È la mentalità di un modello capitalistico che ha come unica forma di valore quello finanziario e deve render conto solo agli azionisti.

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I progettisti rigenerativi invece si chiedono quali benefici potrebbero aggiungere ai loro interventi e a volte può essere anche molto redditizio.

Il riutilizzo e l’efficiente utilizzo delle risorse è nell’essenza dell’economia circolare e dunque un vantaggio economico. 

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Perché si affermi la progettazione industriale rigenerativa è necessario che sia sostenuta innanzitutto da una progettazione economica rigenerativa e il processo di riprogettazione necessita di esperimenti innovativi.

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Il futuro circolare è aperto

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L’economia circolare per sua natura deve essere sviluppata creando conoscenza condivisa per liberare il potenziale della manifattura circolare. Per questo scopo è stato avviato l’Open Source Circular Economy (OSCE). È un network di innovatori, progettisti e attivisti che condivide saperi.

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I principi per una economia circolare veramente rigenerativa presuppongono trasparenza e sono:

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. creare prodotti facili da smontare, assemblare;

. progettare componenti di forma e dimensioni comuni;

. piena accessibilità alle informazioni sulla composizione dei materiali e sui modi per usarli;

. documentare la dislocazione e disponibilità dei materiali.

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Sam Muirhead, attivista per lo sviluppo di idee collaborative**, trasparenti ed etiche del movimento Free / Libre Open Source – con particolare attenzione alle arti – é l’ ispiratore dell’OSCE e afferma:  “Ogni giorno i beni comuni della conoscenza crescono e diventano più utili. Una volta che le persone si impadroniscono dell’idea provano a creare nuove applicazioni. E questo vale anche per il potenziale dell’economia circolare” .

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Anche Janine Benyus, esperta di biomimesi, crede fortemente nei beni comuni della conoscenza. Ha aperto il sito asknature.org* e aiuta gli innovatori a imparare ed emulare modelli naturali al fine di promuovere la progettazione di sistemi umani, prodotti, processi e politiche sostenibili.

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Ridefinire il business del business

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“La responsabilità sociale del business è di incrementare i profitti”* questo era l’affermazione di Milton Friedman in un’intervista nel 1970*.

Anche se può sembra un’utopia non la pensava così Anita Roddick, grande imprenditrice visionaria, che nel 1976 anticipò un business socialmente e ecologicamente rigenerativo.*

Aprì inizialmente un negozio, Body Shop, in Inghilterra. Ciò che caratterizzava la produzione di cosmetici naturali di Anita Roddick era il fatto che erano a base vegetale, non testati su animali e la confezione (flacone e scatole) erano riutilizzata. Fu tra le prime aziende che pagavano un prezzo equo alle comunità in tutto il mondo per la fornitura di cacao, olio di noce brasiliana e erbe essiccate.  Fu tra le prime aziende a investire nell’energia eolica.

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Gli affari andavano decisamente bene e così parte dei profitti erano destinati alla “The Body Shop Foundation” l’organizzazione impegnata per cause sociali e ambientali.

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Perché faceva tutto questo Anita Roddick?

Lo spiegava così: “Voglio lavorare per un’azienda che doni alla comunità e che  ne sia parte.”

Quello che oggi si chiama “scopo vitale” di un’azienda.

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Anita Roddick ha dimostrato che un’azienda può essere molto di più del puro business anzi potremmo dire che il business del business sia contribuire a creare un mondo di prosperità.

Oggi le imprese più innovative si ispirano a questa visione, sono imprese che hanno uno scopo sociale o esercitano attività a beneficio della comunità, come le società benefit, rigenerative per principio.**

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La finanza al servizio della vita

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Un business con uno “scopo vitale” deve necessariamente avere una fonte finanziaria allineata con la mission e che si mettano in conto risultati a lungo termine per creare valori – umani, sociali, culturali e fisici – insieme a un equo ritorno finanziario.

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È quel che imparò anche Anita Roddick quando quotò in borsa la sua impresa: i dissapori con i suoi azionisti furono evidenti.

Come può essere finanziata un’impresa rigenerativa per realizzare il suo scopo vitale deve essere finanziata per adempiere?

È di questo che si occupa John Fullerton, un economista non convenzionale. Dopo una carriera di successo a Wall Street, dove era un amministratore delegato JPMorgan si dimise nel 2001 giungendo alla consapevolezza che il sistema economico è la causa della crisi ecologica ed è la finanza che guida il sistema economico. Fullerton è convinto che non basta limitare la finanza speculativa, occorre promuovere anche una finanza basata su investimenti a lungo termine.

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Per questo si è impegnato per progettare una “finanza rigenerativa” con l’obiettivo di utilizzare risparmi e crediti in investimenti produttivi che generano valori sociali ed ecologici nel lungo termine.

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Esistono esempi concreti di “banche rigenerative”* che hanno la missione di usare il denaro per generare cambiamenti positivi in ambito sociale, ambientale e culturale: la banca olandese Triodos oppure la Florida First Green Bank.

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Bisogna pensare a una finanza al servizio della vita: non solo riprogettazione degli investimenti ma anche riprogettazione della moneta. Come abbiamo visto qui.

Bernard Lietaer, espero di monete complementari, ha modificato radicalmente Rabot, il quartiere più fatiscente di Gand, in Belgio.* La sfida era di passare dal degrado a un quartiere piacevole in cui vivere con molto verde.

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La primo passo di Lietaer è stato di chiedere ai residenti cosa desiderassero. Alla risposta di avere piccoli orti sociali, un sito industriale abbandonato è stato frazionato e piccoli lotti sono stati dati ai cittadini dietro pagamento di un piccolo canone di affitto. La particolarità dell’operazione è che l’affitto era con una nuova moneta in “Torekes”, (“piccole torri” a evocare i palazzoni del quartiere).

Come potevano avere i Torekes i cittadini?

Facendo volontariato nella raccolta dei rifiuti, provvedendo alla messa a dimora di nuove piante, riparando gli edifici pubblici o condividendo l’auto per il trasporto collettivo. I Torrekas potevano essere usati per biglietti al cinema o comprare prodotti alimentari o lampadine a basso consumo.

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L’aspetto più interessante è che ha avuto l’effetto di integrazione sociale.

Questo è uno dei modi in cui si possono usare le monete complementari.

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Far nascere lo Stato partner

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Il ruolo dello Stato è fondamentale per consentire di abbandonare la progettazione degenerativa del  business-as-usual e passare a quella rigenerativa utilizzando mezzi come: tasse e norme, assumendo il ruolo di investitore trasformato e potenziando i beni comuni. 

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È consuetudine per i governi tassare “quello che può” anziché tassare “quello che deve” e questo fa la differenza. Come anticipato nel capitolo della progettazione distributiva, si ha un risultato diverso se si tassano le aziende quando assumono personale mentre si hanno agevolazioni fiscali per gli investimenti sull’acquisto di robot.

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Nel XXI secolo occorre il passaggio dalla tassazione del lavoro al tassare le fonti non rinnovabili potenziando i sussidi per le energie rinnovabili e per gli investimenti in efficienza. Ristrutturare gli edifici anziché demolirli consentirebbe un risparmio di acqua e materie prime.

Secondo lo studio “Economia circolare e benefici per la società”* commissionato dal Club of Rome, emerge che una progettazione rigenerativa significa creare nuovi posti di lavoro, vantaggi per il clima con le energie rinnovabili e efficienza delle risorse.

Tuttavia non ci si può affidare solamente alla progettazione industriale. Occorre una rivoluzione dell’energia pulita.

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“Non possiamo affidarci al settore privato per rimodellare in modo radicale l’economia – afferma Mariana Mazzucato – solo lo Stato può predisporre il tipo di finanza paziente per operare un cambiamento necessario”*

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Il governo cinese condivide la visione della ricercatrice Mariana Mazzucato, visto che il governo ha investito miliardi di dollari in un portfolio di aziende in energia rinnovabile.

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Esempi di Stato come partner che si assumono il ruolo trasformativo nella creazione di un’economia rigenerativa non sono molti. Esistono però molti esempi a livello di città. Una di queste è Oberlin in Ohio che si è prefissata l’obiettivo di essere tra le prime città americane a “impatto climatico positivo” sequestrando più CO2 di quella emessa. Il progetto si concretizza attraverso l’efficientamento dell’illuminazione municipale, energia rinnovabile, coltivando localmente il 70 percento del cibo, con la creazione di aree verdi urbane. La sostenibilità si estende su tutti i fronti anche attraverso l’educazione ambientale e la creazione di posti di lavoro. “Dobbiamo ricalibrare la prosperità basandoci sul funzionamento degli ecosistemi e su quello che posso effettivamente rigenerare” spiega David Orr, direttore del Progetto Oberlin ideato grazie a un pensiero sistemico. **

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L’era delle unità di misura viventi

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L’economia lineare che, ricordiamo , è figlia di una progettazione degenerativa che ha come unità di misura quella monetaria e il suo unico scopo è la crescita del Pil.

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La progettazione rigenerativa invece ha nuove unità di misura che riflettono la sua missione che è di promuovere la prosperità umana nel rispetto degli ecosistemi. Le nuove unità “viventi” tengono conto delle molti fonti di ricchezza – umane, sociali, ecologiche, culturali, fisiche – da cui scaturisce il valore di cui gli introiti finanziari sono solo una piccola frazione.

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Esempi concreti di “unità di misura della vita” si stanno sviluppando rapidamente.

Il progetto che abbiamo visto poco fa in questo articolo quello di Oberlin negli Stati Uniti – mira a migliorare la resilienza, la prosperità e la sostenibilità della comunità. Per  misurare e monitorare l’avanzamento del progetto si serve di un sito web, “Environmental Dashboard”, che mostra in tempo reale il consumo di acqua, elettricità, le emissioni di carbonio etc.

Le misurazioni non riguardano solo le comunità ma anche le imprese attraverso specifici bilanci di sostenibilità. 

L’obiettivo non è limitarsi a “non fare danni” ma a mettersi nell’ottica di arrivare a dare un contributo rigenerativo.*

I governi potrebbero sostenere e premiare le aziende rigenerative con riduzioni delle tasse e incentivi agli acquisti verdi.
Visto che la crescita illimitata ha causato enormi danni e non ha certo contribuito a “ripulire” l’ambiente, semmai ha aumentato l’impronta ecologica nel consumo di materiali e aumentando la pressione dei cambiamenti climatici, come dobbiamo porci nel XXI secolo di fronte al famigerato indicatore, chiamato Pil?

Per spostarci nello spazio sicuro e equo della Ciambella, dobbiamo essere agnostici rispetto alla crescita?

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Lo vedremo nel prossimi articoli. Continua a seguirci, stiamo per scoprire la 7a mossa per pensare come ad un economista del XXI secolo.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Diventare generosi per principio

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 18, prima parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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6a mossa, Creare per rigenerare

Passare da “la crescita ripulirà”

a rigenerativi per progetto

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Diventare generosi per principio

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Cosa fa una azienda di fronte alla presa di coscienza che la progettazione lineare degenerativa esercita una pressione molto pericolosa sui limiti fisici della Terra?

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Abbiamo un ventaglio di reazioni che, Kate, sintetizza in “Le Cose che le Aziende Intendono Fare”.

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Fino a pochi anni fa la più gettonata era la più facile: non fare niente.

Un’azienda deve fare profitti è la risposta, il modo di produrre è legale e il “business as usual” – come viene chiamato – andrà avanti fino a quando non verranno introdotte tasse ambientali o gli incentivi per cambiare. 

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La sostenibilità per decenni è stata presa molto poco in considerazione ma ora la situazione sta cambiando velocemente.

I segnali che bisogna far qualcosa arrivano dai produttori  come coltivatori di cotone, caffè, vino e tessitori di seta che dipendono da catene di forniture globali. L’innalzamento delle temperature mette a rischio le coltivazioni e stare a guardare questi cambiamenti non è più una strategia così intelligente.

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Si è passati quindi ad un’altra reazione. Fare ciò che ripaga grazie a misure per l’efficienza ecologica che tagliano i costi o rafforzano l’azienda: misure che portano ad esempio a tagliare emissioni di gas serra o ridurre l’uso dell’acqua costituiscono, nel processo, un aumento dei profitti. Queste compagnie ostentano i loro progressi rispetto ai concorrenti e magari vendono a un prezzo superiore i loro prodotti ma i loro progressi sono lontani da quel che c’è realmente bisogno di fare.

È molto probabile trovare in questa categoria le aziende che preferiscono guadagnare in reputazione con il greenwashing o addirittura frodando. Come il caso della Volkswagen nel 2015.**

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Arriviamo alla terza reazione: fare la propria parte nell’avvio alla sostenibilità.

Quando nazioni e aziende riconoscono l’entità degli interventi per tagliare le emissioni, ridurre l’uso dei fertilizzanti o consumo d’acqua passano alla fase successiva che è chiedersi quale deve essere l’entità di impegno nel ridurre quantità di anidride carbonica, consumo di acqua o di fertilizzanti.

Qui il rischio maggiore è che “fare la propria parte” si trasformi in “prendersi la propria parte” di diritto ad inquinare dal momento che in questo modo si ragiona ancora con la mentalità della progettazione lineare degenerativa. “il diritto ad inquinare” diventa la risorsa da accaparrare  e si innescano i meccanismi per far pressioni sui politici o per trovare scappatoie nel sistema.

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Arriviamo alla quarta reazione che scaturisce da un necessario cambio di mentalità: non fare danni ossia “missione zero”

Questo vuol dire produrre a impatto nullo e potrebbe essere un’utopia ma ci sono già aziende che funzionano a “energia zero” grazie ai pannelli solari. Oppure un sistema ingegnoso per “zero acqua”: un caseificio recupera il vapore rilasciato dal latte vaccino anziché prelevare acqua dalle falde.

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Perché puntare solo a “fare meglio”? – dice McDonough, architetto e designer **– si può ambire ad una progettazione industriale che non si limita solo a non prendere ma addirittura a dare.

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Abbiamo così introdotto la quinta auspicabile reazione: essere generosa rendendo l’impresa rigenerativa per progetto. 

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Non siamo più nell’ambito de “Le cose da fare”.

Questo è un modo di stare al mondo: sentire la responsabilità di lasciare il mondo vivente in condizioni migliori di come l’abbiamo trovato.*

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Janine Benyus, esperta di biomimesi, suggerisce di utilizzare la natura come modello e prendere ispirazione dai cicli della vita.* Prendiamo il carbonio e impariamo a interrompere le nostre “esalazioni industriali di CO2 “ e, come fanno le piante, studiamo come “inalare” carbonio. Poi troveremo anche anche soluzioni per i cicli di fosforo, azoto e acqua.

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Non c’è più tempo ma è tempo di una progettazione fondata sulla generosità.

È giunto il momento che il bruco diventi farfalla.

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L’economia circolare prende il volo

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Possiamo dire addio al bruco con la sua economia lineare. L’economia circolare è rigenerativa per progetto perché sfrutta il flusso infinito dell’energia del sole e trasforma materiali in prodotti e servizi utili.*

Trasformiamo quindi l’economia seguendo il diagramma creato dalla Ellen MacArthur Foundation* che evoca proprio le ali di una farfalla.

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La vecchia mentalità “dalla culla alla tomba” che ha caratterizzato il XX secolo procedeva con l’estrazione di minerali e combustili fossili che diventavano rifiuti da bruciare. Il bruco-industriale prendeva e buttava.

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Vediamo ora come si trasforma in farfalla.

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La mentalità “dalla culla alla culla”* caratterizza l’economia circolare  e funziona con energia rinnovabile – sole, vento. acqua e fonti geotermiche. 

È detta “dalla culla alla culla” perché i rifiuti o meglio gli scarti non finiscono in discarica ma vengono considerati risorsa. Gli scarti di un processo produttivo – siano biologici che tecnici diventano “materie prime seconde”** di un altro processo.

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I materiali rinnovabili sono di due tipi:  

biologici appartengono al ciclo di nutrienti derivanti da suolo, vegetali, animali.

tecnici se si tratta di plastica, materiali di sintesi, metalli, vetro, carta, etc.

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I materiali biologici devono circolare solo “nell’ala biologica” seguendo alcuni principi: i materiali prelevati devono rispettare i ritmi che la natura richiede per rigenerarli; sfruttare le molteplici fonti di valore nei cicli naturali; progettare i sistemi produttivi in modo che nulla vada perso.

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Per esempio per ottenere una tazza di caffè si utilizza solo l’1% di un chicco. Invece di buttare i residui e poi i fondi del caffè nel compost, si possono utilizzare per la produzione di altri prodotti dal momento che sono ricchi di cellulosa, lignina e zuccheri in numerosi altri impieghi e terminare con il compost che ha un ulteriore ruolo rigenerativo.

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Nell’altra “ala della farfalla” circolano invece solo i prodotti ottenuti con nutrienti tecnici e seguono i loro propri principi: devono essere progettati per essere ripristinati attraverso riparazione oppure riuso oppure rifacimento e, come ultima opzione, riciclo.

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Per esempio i telefoni cellulari, che mediamente solo utilizzati solo due anni, hanno al loro interno un tesoro di metalli preziosi come oro, argento, cobalto, rame e di elementi chimici (terre rare. Secondo uno studio, in Europa nel 2010 solo 6% è stato rigenerato, il 9% disassemblato per il riciclo e  85% è finito in discarica. In un contesto di economia circolare sarebbero progettati per essere smontati, aggiornati e ricondizionati e come ultima opzione, recuperati tutti i metalli dei componenti.

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Prendendo come modello la natura nasce così la simbiosi industriale.**

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Tuttavia è bene essere realistici: non potrà mai esserci un ciclo industriale in grado di recuperare  il 100% delle materiali. 

Il punto è che in un’economia degenerativa il valore è monetario e, in funzione di questo, per ogni cosa che viene prodotta si deve puntare a ridurre i costi e aumentare continuamente le vendite.

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Il risultato che si è avuto è un incessante flusso di materiali.

In un’economia rigenerativa invece il flusso dei materiali diventa un flusso circolare. Siamo immersi in un flusso costante di energia solare che dà la vita nella biosfera e dobbiamo sfruttare questa energia per ripristinare quello che abbiamo creato e rigenerare il mondo vivente in cui prosperiamo.

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La vera trasformazione risiede nel dare un nuovo significato al concetto di valore. Come disse il poeta John Ruskin “Non c’è altra ricchezza al di fuori della vita”.

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Benvenuti nella città generosa

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Non solo le fabbriche anche i paesaggi urbani possono essere rigenerativi per progetto così da creare “città generose”* dice Janine Benyus, insediamenti umani che si inseriscono nel mondo vivente.

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Seguendo un approccio ti tipo rigenerativo invece di adattare la natura ai propri modelli, avviene il contrario. L’architettura si ingegna per preservare e valorizzare gli ecosistemi e i cicli biologici, mantenendo caratteristiche di durabilità, resistenza e fruibilità.

Si possono progettare tetti su cui cresce cibo, che catturano l’energia del sole e che ospitano animali selvatici. Asfalti delle strade capaci di assorbire l’acqua dei temporali per rilasciarla lentamente nella falda. Edifici in grado di catturare CO2 e in grado di trasformare le acque di scarico in nutrienti per il suolo.

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Certamente non esistono ancora queste città in compenso sono partiti molti progetti sperimentali.

In Olanda per esempio si trova Park 20/20, basato sui principi “dalla culla alla culla”**: è stato progettato da William McDonough e costruito con materiali riciclabili, dotato di un sistema energetico integrato e di un impianto per il trattamento dell’acqua, i tetti oltre ad accumulare energia solare, raccolgono l’acqua e sono un habitat per gli animali selvatici.

Nel mondo ci sono villaggi, paesi e città che stanno adottando i principi della progettazione rigenerativa.

Il Bangladesh punta ad uno sviluppo sostenibile e a essere alimentato a energia solare.* Vengono organizzati corsi per la formazione di donne imprenditrici a cui viene insegnato come fare l’installazione e la manutenzione dei pannelli solari.

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Nel mondo ci sono molti di questi progetti ma sono ancora in una fase sperimentale.

Nel XXI secolo servono economisti responsabili e capaci di renderli realizzabili. Ma non solo.
Con il prossimo articolo vedremo, tra gli altri, il ruolo fondamentale della finanza e dello Stato.

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Continua a seguirci e aiutaci a far conoscere l’economia della Ciambella. Condividi l’articolo!

Grazie.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ L’umanità ideale in tre immagini

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 12 – terza parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

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3a mossa, Coltivare la natura umana

Passare dall’Uomo economico razionale

a Esseri umani sociali adattabili

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L’umanità ideale in tre immagini

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Kate Raworth ci esorta a coltivare la natura umana che abbiamo trascurato da troppo tempo perché impegnati a ricalcare il modello dell’uomo economico.

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Per poter vivere in armonia con il pianeta che è la “nostra casa”, dobbiamo ricordarci che: 

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1. siamo esseri sociali e riconoscenti (e non strettamente egoistici)

2. abbiamo valori fluidi (e non gusti fissi)

3. siamo interdipendenti (e non isolati)

4. siamo approssimativi (e non calcolatori)

5. siamo parte della biosfera (e non dominatori della natura)

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.Come abbiamo visto nei nostri precedenti articoli qui e qui, dobbiamo desiderare di cambiare per poterci garantire uno spazio operativo sicuro per l’umanità.

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Come possiamo attuare i necessari cambiamenti?

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Le politiche economiche tradizionali portano a credere che un modo affidabile per cambiare il comportamento delle persone sia quello di intervenire sui prezzi: per creare mercati, per assegnare diritti di proprietà o applicare leggi.

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In molti casi però avvalersi dei prezzi come soluzione risulta essere una leva troppo sopravalutata dagli economisti del XX secolo che hanno invece sottovalutato il ruolo dei nostri valori, senso di reciprocità, network ed euristiche.

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In alcuni casi si mettono a rischio situazioni o progetti proprio quando si dà loro un prezzo.

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Nel 1970 Richard Titmuss evidenziò nel suo libro “The Gift Relationship” * – La relazione del dono – un’indagine sulle donazioni di sangue:  emerse che la qualità del sangue era migliore in Gran Bretagna con i volontari senza compenso rispetto a quella degli Stati Uniti dove invece i donatori erano pagati.

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Quindi c’è da chiedersi: .

gli incentivi in denaro servono a rafforzare nelle persone “le motivazioni ad agire” o invece le spengono se si sostituiscono con il denaro?

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Il filosofo Sandel ha esposto le proprie preoccupazioni: il denaro può erodere valori e regole sociali trasformandole in regole di mercato.

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J. Rode,E. E. Gómez-Baggethun e T. Krause si sono occupati di questo fenomeno con la ricerca “Motivation crowding by economic incentives in conservation policy: a review of the empirical evidence”.*

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Il rapporto mostra che spesso iniziative politiche in ambito sociale – per esempio progetti di tutela ambientale che possono essere raccogliere rifiuti, piantare alberi o moderare il consumo di legname –  con incentivi monetari non danno il risultato sperato.

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Kate Raworth suggerisce di avvalersi di mezzi più efficaci per motivare i cambiamenti comportamentali che si fondano su reciprocità, valori, accorgimenti e network.

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Puntare su incentivi, network e regole

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Gli incentivi – intesi come spinte comportamentali o accorgimenti – e gli effetti del network spesso funzionano perché si basano su regole e valori come senso del dovere, rispetto e attenzione.

Se vogliamo fare un esempio per l’acqua e/o l’energia, sono sufficienti semplici accorgimenti come installare timer per la doccia e per l’illuminazione.

In questo modo negli edifici sia pubblici che privati si possono ridurre i consumi e/o evitare lo spreco di acqua o energia.

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Gli effetti del network influenzano notevolmente i comportamenti sociali ed ecologici. Per citare un esempio, quando la giovane attivista pakistana Malala Yousafzai divenne nota per il suo impegno contro la sopraffazione dei bambini e a favore dell’istruzione, ispirò milioni di ragazze a reclamare il diritto di andare a scuola.

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Per rendersi conto della forza dei valori insiti negli esseri umani, si può far riferimento all’indagine di un gruppo di ricercatori statunitensi che cercava il modo per incentivare comportamenti ecologici. 

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Vennero esposti alcuni cartelli in una stazione di servizio che invitavano gli automobilisti a fare un controllo gratuito delle gomme. 

Le scritte sui cartelli facevano leva su motivazioni differenti: alcune su quella del risparmio economico, altre sulla tutela ambientale e altre ancora sulla sicurezza stradale.

II risultati migliori si ebbero quando vennero esposti i cartelli che dicevano:  

“Ci tieni all’ambiente? Controlla la pressione delle gomme!”

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Richiamare i valori che possono far più presa fa una notevole differenza.

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Anche l’attivazione di norme sociali può avere effetti di ampia portata e alcuni esperti di comportamenti sociali sostengono che l’approccio più efficace consiste nel connettersi con i valori e le identità delle persone piuttosto che con il denaro.

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Ricominciamo a incontrarci

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La nostra sfida è abbandonare il ritratto dell’uomo economico.

A quali immagini sarebbe auspicabile  ispirarci per disegnare un nuovo autoritratto economico?

Lo ha scoperto Kate Raworth  che, nel corso del tempo, ha posto questa domanda a studenti, manager, politici.

Le immagini hanno un grande potere perché evocano valori molto forti e Kate ha rilevato che sono essenzialmente tre le figure che nel sentire degli intervistati descrivono l’umanità:

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una comunità perché noi esseri umani siamo una specie tra le più sociali e dipendiamo gli uni dagli altri;

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un seminatore-mietitore perché è una figura che ci porta al concetto di integrazione con tutto il mondo vivente dal quale dipendiamo;

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gli acrobati in quanto rappresentano la nostra capacità di avere fiducia, di rapportarci e di cooperare con gli altri per raggiungere risultati che da soli non si possono ottenere.

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Concludiamo con le parole di Kate Raworth:

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“Abbiamo già sprecato 200 anni osservando il ritratto sbagliato di noi stessi con l’uomo economico, con soldi in mano, calcolatrice in testa, natura sotto i piedi e un appetito insaziabile nel cuore.

È giunto il momento di diventare persone capaci di prosperare e di impegnarci a interagire tra noi e con questa nostra casa vivente che non è solo nostra.

Adam Smith affermava che l’uomo ama trasportare, barattare e scambiare ma diceva anche che noi e le società prosperiamo quando mostriamo la nostra umanità, giustizia, generosità e senso civico”.

Se ti è piaciuto questo articolo, condividilo con i tuoi amici..

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Proseguiamo la prossima volta per conoscere l’equilibrio meccanico.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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“Il re è nudo”, il grido di Greta Thunberg

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Con la “Morale della favola” ci ispiriamo a racconti, aneddoti, film per spiegare in modo semplice la ragione per cui puntare a un mondo sostenibile.

Cambiamenti climatici,
rivisitazione de “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen
Personaggi
L’imperatore (Homo oeconomicus)
I tessitori (il mito del consumismo e della crescita illimitata)
Il popolo (il popolo)
Il bambino (Greta)

Con questa fiaba cercheremo di capire perché il nostro attuale e obsoleto modello economico, ci ha cacciato in una situazione molto pericolosa.
La storia narra di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore e in particolare del suo abbigliamento.
Un giorno giunsero nel regno due imbroglioni e illusero l’imperatore di poter tessere solo per lui un abito che sarebbe stato il più bello del mondo.
Il tessuto in realtà era inesistente infatti i tessitori si affrettarono a precisare che la magnificenza del tessuto aveva una straordinaria qualità: era invisibile agli occhi degli uomini che non erano all’altezza della loro carica e a quelli molto stupidi.
Come abbiamo detto l’imperatore era molto vanitoso e questo lo portò a tacere sul fatto che egli stesso non vedeva la tela consentendo così ai due imbroglioni di farsi pagare per un abito non esistente e di portare a termine il loro inganno.
Anche i suoi cortigiani finsero di vedere il tessuto per timore di perdere la loro carica anzi si mostrarono entusiasti dell’abito nuovo dell’imperatore e organizzarono un gran corteo.
E così l’imperatore tutto orgoglioso sfilò per le strade del suo regno completamente nudo e i cortigiani lo seguivano mentre il popolo tutto non risparmiava alcuna lusinga e diceva: “Che meraviglia! Come sono belli i vestiti nuovi dell’imperatore, come gli stanno bene”
Ad un certo punto, con grande stupore di tutti quanti, si sentì un bambino esclamare: “Ma non ha niente addosso! Il re è nudo!”
Il padre del bimbo a quel punto aggiunse: “Signore, sentite la voce dell’innocenza!” Ma l’imperatore imperterrito e pieno di sé non poteva certo passare per stupido e accettare di essere stato ingannato.
Fu così che pur rendendosi conto della sua reale condizione continuò a testa alta lungo il suo corteo. Allo stesso modo, dietro di lui i cortigiani continuarono a sorreggere lo strascico che non c’era.

Morale della favola

Analizziamo i vari personaggi.

L’imperatore rappresenta l’homo oeconomicus
Le caratteristiche dell’homo oeconomicus sono il “calcolo” e la cura per i propri interessi. Si è voluto diffondere questo stereotipo di umanità in quanto era funzionale a far affermare la teoria economica classica su cui poggia l’attuale sistema economico. 

I tessitori
Rappresentano l’inganno di raggiungere il benessere attraverso una crescita economica illimitata: produrre e consumare sempre di più. Questo modello economico non funziona più. Il pianeta ha risorse limitate e da tempo sta sopportando pesanti pressioni sui suoi delicati ecosistemi i cui effetti sfociano in danni e conflitti sociali.

Il popolo
È accondiscendente e sta seguendo, in maniera cieca, l’illusione della felicità e del benessere con il consumismo e i beni materiali. Si adatta e si lascia andare alle regole del modello economico, si uniforma per mantenere il suo posto nella società. Il meccanismo del pensiero di massa ha vinto.

Il bambino
Simbolicamente il bambino è Greta Thunberg. Come nella fiaba, Greta è una ragazzina e per questo schietta, genuina, fuori dai giochi di potere e d’interesse, vede la realtà per quella che è e urla il suo messaggio d’allarme: “La casa brucia, siamo in pericolo”.

Se con questo racconto abbiamo suscitato la tua curiosità, ti inviamo a informarti così da cambiare il finale della nostra storia (da intendersi come storia dell’umanità).
La situazione è davvero molto complessa perciò ti invitiamo ad approfondire le ragioni che ci devono portare a cambiare urgentemente modello economico.

Un testo utile è “L’economia della ciambella” di Kate Raworth che illustra la situazione nel suo insieme e a livello globale.
Questo articolo è un umile omaggio a un grande visionario, Aurelio Peccei.
Ti lasciamo con questo breve stralcio tratto da suo libro “Cento giorni per l’avvenire” uscito nel 1981!
“Dall’euforia allo smarrimento
Gli Sessanta sono stati una stagione di grandi illusioni.
L’uomo aveva la sensazione di avere finalmente messo le mani su una fonte di energia pressoché illimitata che gli avrebbe permesso di trasformare a piacere la propria vita.
Sapientemente alimentata da taluni interessi, l’ubriacatura del petrolio a volontà e a prezzi abbordabili faceva vedere la vita in rosa.
La società dei consumi sembrava un obiettivo facile da raggiungere, rispondente all’ispirazione di tutti.
L’economia era in fase di espansione e la sua crescita sembrava assicurata per decenni, a tassi annui molto elevati.
Ci si diceva che questo sviluppo, alla portata di un gran numero di paesi, avrebbe permesso ai più ricchi di soddisfare le proprie domande interne, pur contribuendo sostanzialmente al miglioramento della condizione dei paesi più poveri.
L’appetito di un’abbondanza materiale sempre maggiore poteva dunque essere soddisfatto senza pregiudicare il doveroso aiuto ai bisognosi.
La cornucopia della tecnologia sembrava d’altra parte inesauribile, pronta a sfornare, una dopo l’altra, soluzioni miracolose a tutti i problemi umani.
I futurologi predicevano un avvenire in cui lo stesso aumento incessante della popolazione non doveva preoccupare oltre misura.
I fautori di un certo controllo delle nascite venivano descritti come elementi antiliberali; e, se appena si esprimeva qualche preoccupazione per la crescita demografica, si veniva trattati da profeti di sciagura.”

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#asvis

⭕ La ciambella in equilibrio

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L’economia della ciambella di Kate Raworth – puntata 8

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

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1a mossa, Cambiare obiettivo
Passare dal Pil
alla Ciambella in equilibrio

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La ciambella in equilibrio

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La risposta che si dà la politica dopo ogni crisi è sempre la stessa: crescita.

Si cerca di renderla più accattivante affiancandola ad altri aggettivi: crescita sostenuta oppure crescita intelligente, sostenibile, inclusiva.

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Ma sempre di crescita si tratta, è inutile cercare di legittimare questo modello economico anzi è proprio il segnale che è il momento di sfrattare il cuculo dal nido.

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Per farlo bisogna cambiare visione e tornare a parlare di valori e obiettivi e capire la direzione da prendere.

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L’umanità ha bisogno di una bussola per rifondare il pensiero economico e giungere a un modello di sviluppo equo e sostenibile. 

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Per spiegarlo Kate Raworth ha disegnato due anelli concentrici.

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L’anello interno (in rosso)  rappresenta il livello minimo sociale: ogni persona dovrebbe poter soddisfare bisogni primari quali:

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1.cibo

2.acqua

3.assistenza sanitaria

4.reddito

5.istruzione

6.energia

7.lavoro

8.diritto di espressione

9.parità di genere

10.equità sociale

11.resilienza agli shock

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L’anello esterno (in color ocra) è il limite ambientale cioè il tetto ecologico da rispettare per evitare danni ambientali gravi e irreversibili: perdita di biodiversità, accumulo di gas serra in atmosfera, alterazione dei cicli dell’azoto e del fosforo, ecc.

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Tra questi due anelli c’è uno spazio operativo sicuro per l’umanità (Safe and Operating Space, SOS) con un’economia rigenerativa e distributiva, in altre parole, ecologicamente sostenibile e socialmente equa.

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Attualmente miliardi di persone si trovano sotto il livello minimo sociale (il centro della ciambella) in quanto esiste una situazione di deprivazione che impedisce loro di soddisfare i bisogni essenziali. 

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Al  contrario, al di sopra del limite ambientale siamo in una zona di eccesso e di forte pressione sul tetto biofisico sopportabile dal pianeta.

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Lo sviluppo economico globale del XX secolo ha contribuito a togliere dalla povertà milioni di persone nel mondo consentendo di migliorare notevolmente lo standard di vita.

Questo però ha dato origine a un’impennata nel consumo delle risorse della Terra causando forti impatti ambientali.

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Dal 1950 al 2010 la popolazione mondiale è triplicata così come si sono intensificate le attività umane determinando nel giro di 200 anni una nuova epoca geologica chiamata, non a caso, Antropocene.** 

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Il termine deriva dal greco anthropos, che significa uomo con l’aggiunta del secondo elemento –ceneè l’era geologica nella quale  l’uomo e le sue attività sono la causa principale delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche del pianeta.

Il termine venne divulgato negli anni 2000 da Paul Crutzen, premio Nobel per la Chimica a seguito delle sue pubblicazioni scientifiche.

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L’epoca che abbiamo lasciato alle spalle si chiama Olocene, caratterizzata da un clima stabile, abbondanza d’acqua dolce e una biodiversità prospera e generosa: condizioni che hanno garantito all’uomo la possibilità di progredire ed espandersi rapidamente.

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Con l’Antropocene invece si aprono scenari climatici sconosciuti e pericolosi per l’intera umanità e, in generale, per tutti gli esseri viventi sulla Terra.

Un team di esperti di scienze del sistema Terra e della sostenibilità guidato da Johan Rockström** ha identificato nove processi naturali che sono critici (per esempio sistema clima e ciclo dell’acqua) ma che ancora consentono di mantenere condizioni simili a quelle dell’Olocene.

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Per evitare di trovarci in una situazione incontrollabile, gli scienziati hanno stabilito dei confini, dei limiti da non oltrepassare. È vitale quindi regolare le attività umane affinché non si aggiungano ulteriori pressioni sul sistema pianeta.

“Siamo la prima generazione a riconoscere che stiamo mettendo a rischio la capacità del sistema Terra di sostenere lo sviluppo umano” (Johan Rockström) 

È bene ricordare che, purtroppo, quattro limiti sono già stati oltrepassati: cambiamenti climatici, trasformazione del suolo, flussi di azoto e fosforo e perdita della biodiversità.

A questo punto è facile intuire che i limiti biofisici del pianeta e la base sociale sono strettamente interconnessi.

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Ma come si può passare dalla crescita infinita alla prosperità in equilibrio?

Quali sono le soluzioni?

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La crescita infinita dettata dal Pil ci ha portato in una situazione molto pericolosa.

Siamo dunque la prima generazione ad essere consapevole di dover attuare una trasformazione che miri ad un futuro sostenibile e ciò si può fare adeguando il nostro modo di vivere, comprare, viaggiare, gestire il denaro tenendo conto dei limiti sociali e planetari illustrati con la Ciambella.

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Questo modo di agire deve essere applicato a tutti i livelli:  persone, comunità, strategie dei governi e di aziende.

Per Kate Raworth possiamo vivere nello spazio sicuro ed equo della ciambella se si tengono conto di cinque fattori determinanti:

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-Popolazione

Deve necessariamente stabilizzarsi: più abitanti ci sono più bisogni occorre soddisfare. 

La buona notizia è che la popolazione tende a stabilizzarsi quando le persone vivono senza privazioni rispettando un livello minimo sociale (come previsto nella Ciambella). È particolarmente importante l’istruzione delle donne e l’assistenza sanitaria dei bambini: è così che si può andare nella direzione auspicata.

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-Distribuzione della ricchezza globale

Le emissioni di gas serra vanno di pari passo con lo standard di vita di un popolo: tanto più lo stile di vita è alto tanto più aumentano tutti i consumi (dal cibo all’energia).

Come si fa a sfamare il 13% di popolazione malnutrita nel mondo? 

Se si pensa che attualmente buona parte (tra il 30 e 50%) del cibo mondiale va perso dopo il raccolto, sprecato nelle catene di rifornimento e addirittura buttato dai nostri piatti alla pattumiera, la fame potrebbe essere debellata con il 10% del cibo prodotto ma che non viene mangiato.

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-Aspirazioni

Entro il 2050 si prevede che il 70% della popolazione mondiale vivrà in zone urbane con un conseguente alzamento dello standard di vita e di consumo.

È necessario rimodulare le nostre aspirazioni in alternativa al modello del consumismo.

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-Tecnologia

Un altro fattore importantissimo è l’innovazione che deve rappresentare uno strumento per ottimizzare l’efficienza delle infrastrutture (alloggi autoriscaldanti o autorinfrescanti, trasporti con energie rinnovabili, etc)

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-Governance

Sono necessarie strutture di governance efficaci come non lo sono mai state prima, a partire dal livello locale fino a quello globale. È una grande sfida visto che occorre contrastare gli interessi radicati da lungo tempo, le norme e aspettative di paesi, aziende e comunità.

Resta il fatto che bisogna affrontare complesse interazioni del sistema Terra e ridurre la pressione dell’umanità sui limiti del pianeta.

Se la bussola della Ciambella ci orienta verso la prosperità in equilibrio con il pianeta, come possiamo rappresentare graficamente l’economia in relazione al tutto?

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Lo vedremo con la 2a mossa,  “Vedere l’immagine complessiva” mettendola a confronto con la raffigurazione dell’economia tradizionale così da comprendere perché siamo arrivati a questo punto. 

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Continua a seguirci!

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Il potere delle immagini

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 4

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

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Il potere delle immagini

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Kate Raworth vuole abbandonare le vecchie teorie economiche imparate all’università. È determinata a creare un nuovo paradigma.

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“Provai a disegnare un’immagine di questi obiettivi e, per quanto sembri ridicolo, venne fuori una ciambella – sì – quella americana con un buco in mezzo.

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Si fa fatica a considerare le zuccherose ciambelle come una metafora verosimile delle aspirazioni dell’umanità, ma c’era qualcosa in quell’immagine che mi colpiva”.

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I punti salienti della ciambella sono:

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una base che tiene conto del benessere sociale SOTTO il quale nessuna persona dovrebbe andare (cioè condizioni di povertà estrema, fame, analfabetismo, mancanza di assistenza sanitaria). 

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un tetto ecologico da non superare perché sono i limiti massimi SOPRA i quali si compromettono gli ecosistemi del pianeta portando al degrado ambientale (come cambiamenti climatici, perdita di biodiversità).

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L’equilibrio dunque è tra questi due limiti e costituisce la zona di sicurezza entro la quale l’umanità può vivere e soddisfare i propri bisogni rispettando le risorse del pianeta.

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Per il XXI secolo abbiamo bisogno di una nuova storia economica, di una narrazione sul nostro futuro e le migliori storie sono quelle raccontate per immagini.

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Il nostro cervello elabora le informazioni per immagini: la visione viene prima delle parole. Ci basta osservare un bambino: guarda e riconosce le cose prima di imparare a parlare.

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Le neuroscienze hanno confermato il ruolo predominante della visualizzazione nella cognizione umana.

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Impariamo meglio, più velocemente attraverso le immagini e il cervello è capace di memorizzarle più a lungo.

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Nel corso dell’evoluzione umana hanno avuto un ruolo importante, basti pensare alle pitture rupestri. L’intera Storia è costellata da raffigurazioni: nel 500 a.C. con la Mappa del mondo – Imago Mundi – e poi Leonardo da Vinci con l’Uomo Vitruviano. Copernico nel 1543 con la sua rappresentazione dell’universo eliocentrico innescò una rivoluzione ideologia tale la scuotere la dottrina della chiesa.

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È evidente il potere delle immagini perché si imprimono nella nostra mente più delle parole e modellano, senza che ci rendiamo conto,  la nostra visione del mondo.

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Non sono innocue dunque le rappresentazioni proposte da un’economia obsoleta con i suoi diagrammi, parabole e linee che ci portano a perseguire falsi obiettivi.

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Molti dei padri fondatori dell’economia attraverso le immagini esprimevano le loro opinioni nel tentativo, riuscito, di dare all’economia carattere scientifico pari della fisica . In questa impresa troviamo William Stanley Jevons nel 1871 con la “legge della domanda”. Jevons infatti raffigurò le sue teorie ispirandosi allo stile dei diagrammi sul moto dei corpi disegnati da Isaac Newton nel 1867.

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Tuttavia fu Paul Samuelson nel seconda metà del XX secolo a  caratterizzare il pensiero economico attraverso l’uso di equazioni rivolgendosi ai professionisti e di immagini rivolgendosi alle masse.

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Subito dopo la seconda guerra mondiale, centinaia di migliaia di ex militari si iscrissero ai college statunitensi: la situazione post bellica offriva grandi opportunità di lavoro. Molti giovani scelsero ingegneria che prevedeva un corso obbligatorio di economia ma i testi erano mal tollerati dagli studenti. 

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Questa situazione si rivelò un colpo di fortuna per Paul Samuelson che, ancora trentenne e professore del MIT venne incaricato dal suo capo dipartimento, Ralph Freeman, di mettere a punto con urgenza un corso di economia che risultasse accattivante per i futuri ingegneri.

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Nel 1948 uscì “Economics”  il testo che avrebbe reso Samuelson uno dei più influenti e noti economisti al mondo.

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Scelse lo stesso metodo che fu usato dalla chiesa quando, per diffondere la sua dottrina, si vedevano i monaci e gli studiosi leggere la Bibbia in latino ma per il popolo analfabeta si ricorreva a immagini sui muri delle chiese e a dipinti e vetrate decorate.

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Samuelson mise da parte la sua idea di usare le equazioni per i professionisti per ricorrere alla visualizzazione e,  poiché i destinatari era principalmente ingegneri, usò i disegni con lo stile per loro più familiare. Obiettivo pienamente raggiunto poiché attecchì e divenne famoso il Diagramma di Flusso Circolare che evocava  chiaramente il disegno di un circuito idraulico.    

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Economics, così come venne intitolato il libro, fece breccia non solo per i corsi di ingegneria ma fu un successo assoluto in America e in tutto il mondo. Divenne il testo di economia adottato dai professori universitari e tradotto in quaranta lingue. Nel corso degli anni Samuelson aggiunse nuovi diagrammi per arrivare a quasi 250 con l’ultima edizione aggiornata del 1980.

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Hai appena conosciuto la genesi di Econ 101.

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Come dichiarò lo stesso Samuelson “il primo messaggio è quello privilegiato perché si imprime nella tabula rasa del neofita nel momento in cui è più impressionabile”.

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Ma per il XXI secolo serve ripensare l’economia perché essa deve variare in base ai nuovi contesti, ai nuovi valori e ai nuovi obiettivi dell’umanità.

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George Lakoff, studioso di linguistica cognitiva, afferma che è essenziale avere una nuova visione. Il solo rifiuto di un modello dominante, paradossalmente, servirà solo a rafforzarlo. 

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Per fare un esempio George Lakoff parla dal noto dibattito politico relativo all’alleggerimento fiscale portato avanti dai conservatori statunitensi. Questi hanno fatto passare il messaggio che le tasse sono una sofferenza e quindi si propongono di essere i salvatori.

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In questo caso la strategia da parte dei progressisti non è di argomentare con lunghi discorsi  contro l’alleggerimento fiscale che, evidentemente, avrebbe un effetto fallimentare agli occhi dei cittadini. La soluzione migliore è proporre una visione di “giustizia fiscale” che evoca in due parole i valori di comunità, correttezza e responsabilità.

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Avvalersi di un efficace linguaggio verbale e visivo è il mezzo per trasformare il pensiero economico del XXI secolo.

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“Mi resi conto – racconta Kate Raworth – di quanto sia grande il potere del contesto visivo solo nel 2011 quando disegnai per la prima volta la Ciambella e rimasi sbalordita e affascinata dalla risposta interazionale che suscitò”

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L’immagine della ciambella ebbe analoga accoglienza favorevole nel 2015 in occasione dei processi di negoziazione per Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile.

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Una nuova storia  economia ha bisogno di nuove immagini anche se non sarà facile liberarsi dai diagrammi come “meccanismi di mercato” o da frasi come ”perseguimento della crescita“.

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Se non ti sei mai occupato di economia può essere un vantaggio perché Paul Samuelson non ha ancora avuto spazio sulla tua “tabula rasa”.

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Sei pronto ora a conoscere le nuove sette immagini per il XXI secolo?

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