⭕ In crescita, verso l’infinito e oltre

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 19

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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7a mossa, Essere agnostici sulla crescita

Passare da “dipendenti”

a “agnostici riguardo alla crescita”

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In salita, verso l’infinito e oltre

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L’obiettivo per il XXI secolo è entrare nella Ciambella cioè nello spazio sicuro e equo mettendo fine a disuguaglianza e degrado ambientale. Due piaghe che le economie in crescita non hanno saputo guarire.

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Nella puntata 7 abbiamo parlato del Pil mettendo in discussione il fatto che sia l’indicatore migliore per indicare il successo di un’economia. La questione però non è solo andare oltre il suo utilizzo perché resta l’ostacolo di dover superare l’assuefazione finanziaria, politica e sociale sulla crescita del Pil.

Kate Raworth spiega che bisogna creare economie che siano agnostiche riguardo alla crescita ossia avere una mentalità che porti a progettare un’economia per far prosperare l’umanità a prescindere dal Pil.

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Il XX secolo ci ha lasciato in eredità un’economia che necessita di crescere senza chiedersi se stesse creando prosperità o meno ed è per questo che ora abbiamo conseguenze sociali e ambientali molto gravi.

La svolta per il XXI secolo è di creare economie che facciano prosperare che crescano o no.

Diventare agnostici sulla crescita richiede perciò di trasformare quelle strutture finanziarie, politiche e sociali che hanno portato le nostre economie a puntare su una crescita continua, fino a dipenderne.

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Troppo pericoloso per disegnarlo

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Kate propone un gioco divertente e molto suggestivo.

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Se si dovesse chiedere a un economista di tracciare su un foglio l’andamento del Pil a lungo termine è molto probabile che si metta tracciare la celebre linea, nota come curva esponenziale, che sale all’infinito. Gli economisti mainstream puntano sul fatto che il Pil debba crescere periodicamente di una percentuale fissa, che sia del 2% o del 9%, purché in salita rispetto alla sua entità precedente.

Avremo quindi tra le mani un disegno con questa linea in salita, sospesa a mezz’aria.

Ma poi? 

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Possiamo ipotizzare che sale all’infinito oppure che a un certo punto inizi ad appiattirsi e stabilizzarsi.

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La prima opzione è piuttosto imbarazzante perché la linea inizierà a crescere molto rapidamente perché siamo nell’ambito di funzioni esponenziali.

Per fare un esempio, se prendiamo un tasso di crescita del 10% di un qualcosa, alla fine del settimo anno sarà semplicemente raddoppiato.
Se vogliamo stare su un tasso ipotetico del 3% questo avverrebbe nel giro di 23 anni.

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Alle implicazioni che ciò porta, potrà sembra incredibile, ma non se ne parla. I libri di testo danno come obiettivo delle politiche economiche la crescita del Pil e non danno mai previsioni su un ciclo nel lungo termine perché costringerebbe gli economisti a confrontarsi sulle assunzioni più profonde riguardo alla crescita.

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Un’analisi tuttavia è stata fatta e risale al 1960 quando W.W. Rostow, economista americano, pubblicò “The Stages of Economic Growth” –  Le fasi di crescita economica.**

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Secondo la teoria di Rostow lo sviluppo economico di un paese è un processo sequenziale a fasi (o stadi) di sviluppo.

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1.La società tradizionale  

2.I presupposti per il decollo

3.Il decollo 

4.La spinta al pieno sviluppo

5.L’era dei grandi consumi di massa

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Tutto inizia con la società tradizionale che basa le attività sul settore primario, agricoltura e artigianato. Vi è assenza di tecnologie.

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Con lo stadio 2 si diffonde l’idea – scrisse Rostow – che non solo il progresso sia possibile ma che il progresso economico sia una condizione necessaria per raggiungere alcuni altri scopi ritenuti positivi come dignità nazionale, profitto privato, benessere generale. L’avvio alla costruzione di infrastrutture per trasporti e comunicazioni, investimenti da parte di imprenditori e la creazione di tutte le condizioni per aprire ai bisogni dell’economia moderna.

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Arriviamo allo stadio 3, il decollo con la sua “crescita come condizione normale”: l’industria e l’agricoltura commerciale dominano l’economia.

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Spiegò Rostow: “Sia la struttura basilare dell’economia sia la struttura sociale e politica della società vengono trasformate perché sia possibile mantenere un tasso di crescita regolare”.

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La spinta al pieno sviluppo consente il fiorire di industrie moderne a prescindere dalle risorse di una nazione. Entriamo così nella fase 5, con l’era dei grandi consumi di massa.

Il modello Rostow lascia un po’ di suspense in riferimento alla questione che viene dopo e su cosa fare quando lo stesso aumento del reddito reale perde il suo fascino.

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Rostow ritenne saggio di non approfondire perché all’epoca stava per diventare consigliere di John F. Kennedy. E indovina cosa aveva promesso in campagna elettorale?

Una crescita economica del 5% e, comprensibilmente, Rostow avrebbe dovuto impegnarsi e mantenere il focus sul come far salire il Pil.

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Kate Raworth suggerisce una metafora molto efficace riguardo al volo dell’aereo-economia: l’aereo di Rostow decolla, si alza in volo con un tasso di salita costante e non si chiede più se e dove atterrerà mai.

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La star del palco con un ruolo inadeguato

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Passiamo alla seconda opzione del gioco con l’economista .

La nostra linea ad un certo punto tende ad appiattirsi e stabilizzarsi su un dato livello.

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Prima ancora che fosse inventato il Pil, i fondatori della teoria economica classica avevano elaborato il concetto che, come tutte le cose,  la fine della crescita economica fosse inevitabile: da Adam Smith a David Ricardo o John Mill, seppure attraverso analisi diverse, tutti intravedevano una fase stazionaria.

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In particolare J. Keynes si spinse a dichiarare che “non è lontano il giorno in cui il problema dell’economia avrà il ruolo di secondo piano che gli compete e le arene della mente e del cuore saranno occupate o rioccupate dai nostri veri problemi – i problemi della vita e delle relazioni umane, della creazione e del comportamento e della religione”.*

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Gli stessi padri dell’economia classica, quindi, se, matita in mano, potessero proseguire la linea curva esponenziale, partirebbero dall’estremità proiettata verso il cielo e la linea comincerebbe a prendere un andamento graduale verso appiattimento.

Come risultato si avrebbe una raffigurazione a S, la cosiddetta  “curva logistica”.

La storia della curva a S inizia nel 1838, quando Pierre F. Verhulst, matematico e statistico, ideò la curva di crescita logistica (o funzione logistica)**, come modello di crescita della popolazione mettendo in relazione l’aumento o diminuzione demografica in rapporto alla disponibilità delle risorse.

La curva a S si estese a molti ambiti scientifici come ecologia, biologia in cui la sua applicazione era funzionale a molti processi naturali. 

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Non fu così per gli economisti per più di un secolo.

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Le cose cambiarono improvvisamente nel 1971 con la pubblicazione de La Legge dell’Entropia e il processo economico * di Nicholas Georgescu Roegen**, uno degli economisti ambientali più geniali. Con il suo lavoro, spiegava della necessità di un appiattimento della crescita dell’economia globale di fronte alla capacità della Terra di sopportare le pressioni sui suoi ecosistemi.

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Georgesch sintentizzava i suoi studi con una frase: “Coloro che credono fermamente che la crescita esponenziale possa durare in eterno in un mondo finito, o è un pazzo o è un economista”.

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Se l’umanità imparerà a muoversi nell’Antropocene senza spingere il nostro pianeta verso una condizione molto più calda, secca e ostile – ci rassicura Kate – anche le economie che creiamo potrebbero continuare a prosperare – non a crescere, ma a prosperare – per millenni, se le gestiremo con saggezza.

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La domanda che possiamo farci ora è:

A che punto siamo sulla curva della crescita?

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Il Pil mondiale dall’inizio del boom economico degli anni Cinquanta è cresciuto oltre di oltre 5 volte e le previsioni dicono che per il futuro continuerà al tasso del 3-4% circa all’anno.

Bisogna comunque tener conto che la crescita globale è costituita da tassi di crescita molto differenti tra le economie.

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È prevedibile che i paesi a basso reddito abbiano tassi di crescita economica molto elevati essendo nella “fase del decollo” come Rostow insegna.

Questi paesi sono in un punto della linea a S** che si appresta a salire. È fondamentale che questi paesi siano supportati a livello internazionale affinché partano con tecnologie avanzate e non inquinanti e con il modello lineare ossia degenerativo che conosciamo bene. Devono essere in grado di convogliare la crescita nella creazione di economie distributive e rigenerative per principio e cominciare a portare i loro abitanti nello spazio equo e sostenibile.

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Discorso diverso per i paesi industrializzati in cui l’aumento della popolazione è molto basso.** La crescita del Pil nei paesi ad alto reddito è molto rallentata e le disuguaglianze sono aumentate.

A livello globale l’impronta ecologica** dei paesi industrializzati mette in evidenza che, di anno in anno, si oltrepassa la capacità della Terra di garantire le risorse naturali – overshoot day** – poiché si produce e si consuma come se si avessero a disposizione quattro pianeti.

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È palese la contraddizione: da un lato i paesi industrializzati dichiarano di puntare a entrare nello spazio equo e sicuro della Ciambella e d’altro hanno ancora come obiettivo di far crescere il Pil e, per dirla con l’ironia di Kate Raworth, ci possiamo trovare a “distruggere il nido per nutrire il cuculo”.

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Le economie avanzate sono forse arrivate all’apice della curva a S?

È possibile una crescita verde?

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La prossima volta vedremo come risponde Kate Raworth.

Continua a seguirci e se trovi interessante l’Economia della Ciambella, condividi questo articolo!

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Rigeneriamoci: ecco cosa serve

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 18, seconda parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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6a mossa, Creare per rigenerare

Passare da “la crescita ripulirà”

a rigenerativi per progetto

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Rigeneriamoci: ecco cosa serve

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In cerca dell’economista generoso

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Ma perché dovremmo dare aria pulita in città?

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È la reazione di una importante impresa di costruzioni a cui ha assistito Janine Benyus, studiosa di  biomimesi durante la progettazione per il rinnovamento dei sobborghi di una grande città. La proposta di Benyus era quella di realizzare gli edifici i cui muri biomimetici avrebbero sequestrato CO2 e rilasciato ossigeno e filtrato l’aria circostante.

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È la mentalità di un modello capitalistico che ha come unica forma di valore quello finanziario e deve render conto solo agli azionisti.

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I progettisti rigenerativi invece si chiedono quali benefici potrebbero aggiungere ai loro interventi e a volte può essere anche molto redditizio.

Il riutilizzo e l’efficiente utilizzo delle risorse è nell’essenza dell’economia circolare e dunque un vantaggio economico. 

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Perché si affermi la progettazione industriale rigenerativa è necessario che sia sostenuta innanzitutto da una progettazione economica rigenerativa e il processo di riprogettazione necessita di esperimenti innovativi.

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Il futuro circolare è aperto

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L’economia circolare per sua natura deve essere sviluppata creando conoscenza condivisa per liberare il potenziale della manifattura circolare. Per questo scopo è stato avviato l’Open Source Circular Economy (OSCE). È un network di innovatori, progettisti e attivisti che condivide saperi.

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I principi per una economia circolare veramente rigenerativa presuppongono trasparenza e sono:

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. creare prodotti facili da smontare, assemblare;

. progettare componenti di forma e dimensioni comuni;

. piena accessibilità alle informazioni sulla composizione dei materiali e sui modi per usarli;

. documentare la dislocazione e disponibilità dei materiali.

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Sam Muirhead, attivista per lo sviluppo di idee collaborative**, trasparenti ed etiche del movimento Free / Libre Open Source – con particolare attenzione alle arti – é l’ ispiratore dell’OSCE e afferma:  “Ogni giorno i beni comuni della conoscenza crescono e diventano più utili. Una volta che le persone si impadroniscono dell’idea provano a creare nuove applicazioni. E questo vale anche per il potenziale dell’economia circolare” .

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Anche Janine Benyus, esperta di biomimesi, crede fortemente nei beni comuni della conoscenza. Ha aperto il sito asknature.org* e aiuta gli innovatori a imparare ed emulare modelli naturali al fine di promuovere la progettazione di sistemi umani, prodotti, processi e politiche sostenibili.

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Ridefinire il business del business

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“La responsabilità sociale del business è di incrementare i profitti”* questo era l’affermazione di Milton Friedman in un’intervista nel 1970*.

Anche se può sembra un’utopia non la pensava così Anita Roddick, grande imprenditrice visionaria, che nel 1976 anticipò un business socialmente e ecologicamente rigenerativo.*

Aprì inizialmente un negozio, Body Shop, in Inghilterra. Ciò che caratterizzava la produzione di cosmetici naturali di Anita Roddick era il fatto che erano a base vegetale, non testati su animali e la confezione (flacone e scatole) erano riutilizzata. Fu tra le prime aziende che pagavano un prezzo equo alle comunità in tutto il mondo per la fornitura di cacao, olio di noce brasiliana e erbe essiccate.  Fu tra le prime aziende a investire nell’energia eolica.

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Gli affari andavano decisamente bene e così parte dei profitti erano destinati alla “The Body Shop Foundation” l’organizzazione impegnata per cause sociali e ambientali.

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Perché faceva tutto questo Anita Roddick?

Lo spiegava così: “Voglio lavorare per un’azienda che doni alla comunità e che  ne sia parte.”

Quello che oggi si chiama “scopo vitale” di un’azienda.

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Anita Roddick ha dimostrato che un’azienda può essere molto di più del puro business anzi potremmo dire che il business del business sia contribuire a creare un mondo di prosperità.

Oggi le imprese più innovative si ispirano a questa visione, sono imprese che hanno uno scopo sociale o esercitano attività a beneficio della comunità, come le società benefit, rigenerative per principio.**

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La finanza al servizio della vita

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Un business con uno “scopo vitale” deve necessariamente avere una fonte finanziaria allineata con la mission e che si mettano in conto risultati a lungo termine per creare valori – umani, sociali, culturali e fisici – insieme a un equo ritorno finanziario.

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È quel che imparò anche Anita Roddick quando quotò in borsa la sua impresa: i dissapori con i suoi azionisti furono evidenti.

Come può essere finanziata un’impresa rigenerativa per realizzare il suo scopo vitale deve essere finanziata per adempiere?

È di questo che si occupa John Fullerton, un economista non convenzionale. Dopo una carriera di successo a Wall Street, dove era un amministratore delegato JPMorgan si dimise nel 2001 giungendo alla consapevolezza che il sistema economico è la causa della crisi ecologica ed è la finanza che guida il sistema economico. Fullerton è convinto che non basta limitare la finanza speculativa, occorre promuovere anche una finanza basata su investimenti a lungo termine.

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Per questo si è impegnato per progettare una “finanza rigenerativa” con l’obiettivo di utilizzare risparmi e crediti in investimenti produttivi che generano valori sociali ed ecologici nel lungo termine.

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Esistono esempi concreti di “banche rigenerative”* che hanno la missione di usare il denaro per generare cambiamenti positivi in ambito sociale, ambientale e culturale: la banca olandese Triodos oppure la Florida First Green Bank.

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Bisogna pensare a una finanza al servizio della vita: non solo riprogettazione degli investimenti ma anche riprogettazione della moneta. Come abbiamo visto qui.

Bernard Lietaer, espero di monete complementari, ha modificato radicalmente Rabot, il quartiere più fatiscente di Gand, in Belgio.* La sfida era di passare dal degrado a un quartiere piacevole in cui vivere con molto verde.

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La primo passo di Lietaer è stato di chiedere ai residenti cosa desiderassero. Alla risposta di avere piccoli orti sociali, un sito industriale abbandonato è stato frazionato e piccoli lotti sono stati dati ai cittadini dietro pagamento di un piccolo canone di affitto. La particolarità dell’operazione è che l’affitto era con una nuova moneta in “Torekes”, (“piccole torri” a evocare i palazzoni del quartiere).

Come potevano avere i Torekes i cittadini?

Facendo volontariato nella raccolta dei rifiuti, provvedendo alla messa a dimora di nuove piante, riparando gli edifici pubblici o condividendo l’auto per il trasporto collettivo. I Torrekas potevano essere usati per biglietti al cinema o comprare prodotti alimentari o lampadine a basso consumo.

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L’aspetto più interessante è che ha avuto l’effetto di integrazione sociale.

Questo è uno dei modi in cui si possono usare le monete complementari.

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Far nascere lo Stato partner

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Il ruolo dello Stato è fondamentale per consentire di abbandonare la progettazione degenerativa del  business-as-usual e passare a quella rigenerativa utilizzando mezzi come: tasse e norme, assumendo il ruolo di investitore trasformato e potenziando i beni comuni. 

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È consuetudine per i governi tassare “quello che può” anziché tassare “quello che deve” e questo fa la differenza. Come anticipato nel capitolo della progettazione distributiva, si ha un risultato diverso se si tassano le aziende quando assumono personale mentre si hanno agevolazioni fiscali per gli investimenti sull’acquisto di robot.

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Nel XXI secolo occorre il passaggio dalla tassazione del lavoro al tassare le fonti non rinnovabili potenziando i sussidi per le energie rinnovabili e per gli investimenti in efficienza. Ristrutturare gli edifici anziché demolirli consentirebbe un risparmio di acqua e materie prime.

Secondo lo studio “Economia circolare e benefici per la società”* commissionato dal Club of Rome, emerge che una progettazione rigenerativa significa creare nuovi posti di lavoro, vantaggi per il clima con le energie rinnovabili e efficienza delle risorse.

Tuttavia non ci si può affidare solamente alla progettazione industriale. Occorre una rivoluzione dell’energia pulita.

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“Non possiamo affidarci al settore privato per rimodellare in modo radicale l’economia – afferma Mariana Mazzucato – solo lo Stato può predisporre il tipo di finanza paziente per operare un cambiamento necessario”*

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Il governo cinese condivide la visione della ricercatrice Mariana Mazzucato, visto che il governo ha investito miliardi di dollari in un portfolio di aziende in energia rinnovabile.

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Esempi di Stato come partner che si assumono il ruolo trasformativo nella creazione di un’economia rigenerativa non sono molti. Esistono però molti esempi a livello di città. Una di queste è Oberlin in Ohio che si è prefissata l’obiettivo di essere tra le prime città americane a “impatto climatico positivo” sequestrando più CO2 di quella emessa. Il progetto si concretizza attraverso l’efficientamento dell’illuminazione municipale, energia rinnovabile, coltivando localmente il 70 percento del cibo, con la creazione di aree verdi urbane. La sostenibilità si estende su tutti i fronti anche attraverso l’educazione ambientale e la creazione di posti di lavoro. “Dobbiamo ricalibrare la prosperità basandoci sul funzionamento degli ecosistemi e su quello che posso effettivamente rigenerare” spiega David Orr, direttore del Progetto Oberlin ideato grazie a un pensiero sistemico. **

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L’era delle unità di misura viventi

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L’economia lineare che, ricordiamo , è figlia di una progettazione degenerativa che ha come unità di misura quella monetaria e il suo unico scopo è la crescita del Pil.

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La progettazione rigenerativa invece ha nuove unità di misura che riflettono la sua missione che è di promuovere la prosperità umana nel rispetto degli ecosistemi. Le nuove unità “viventi” tengono conto delle molti fonti di ricchezza – umane, sociali, ecologiche, culturali, fisiche – da cui scaturisce il valore di cui gli introiti finanziari sono solo una piccola frazione.

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Esempi concreti di “unità di misura della vita” si stanno sviluppando rapidamente.

Il progetto che abbiamo visto poco fa in questo articolo quello di Oberlin negli Stati Uniti – mira a migliorare la resilienza, la prosperità e la sostenibilità della comunità. Per  misurare e monitorare l’avanzamento del progetto si serve di un sito web, “Environmental Dashboard”, che mostra in tempo reale il consumo di acqua, elettricità, le emissioni di carbonio etc.

Le misurazioni non riguardano solo le comunità ma anche le imprese attraverso specifici bilanci di sostenibilità. 

L’obiettivo non è limitarsi a “non fare danni” ma a mettersi nell’ottica di arrivare a dare un contributo rigenerativo.*

I governi potrebbero sostenere e premiare le aziende rigenerative con riduzioni delle tasse e incentivi agli acquisti verdi.
Visto che la crescita illimitata ha causato enormi danni e non ha certo contribuito a “ripulire” l’ambiente, semmai ha aumentato l’impronta ecologica nel consumo di materiali e aumentando la pressione dei cambiamenti climatici, come dobbiamo porci nel XXI secolo di fronte al famigerato indicatore, chiamato Pil?

Per spostarci nello spazio sicuro e equo della Ciambella, dobbiamo essere agnostici rispetto alla crescita?

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Lo vedremo nel prossimi articoli. Continua a seguirci, stiamo per scoprire la 7a mossa per pensare come ad un economista del XXI secolo.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Diventare generosi per principio

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 18, prima parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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6a mossa, Creare per rigenerare

Passare da “la crescita ripulirà”

a rigenerativi per progetto

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Diventare generosi per principio

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Cosa fa una azienda di fronte alla presa di coscienza che la progettazione lineare degenerativa esercita una pressione molto pericolosa sui limiti fisici della Terra?

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Abbiamo un ventaglio di reazioni che, Kate, sintetizza in “Le Cose che le Aziende Intendono Fare”.

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Fino a pochi anni fa la più gettonata era la più facile: non fare niente.

Un’azienda deve fare profitti è la risposta, il modo di produrre è legale e il “business as usual” – come viene chiamato – andrà avanti fino a quando non verranno introdotte tasse ambientali o gli incentivi per cambiare. 

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La sostenibilità per decenni è stata presa molto poco in considerazione ma ora la situazione sta cambiando velocemente.

I segnali che bisogna far qualcosa arrivano dai produttori  come coltivatori di cotone, caffè, vino e tessitori di seta che dipendono da catene di forniture globali. L’innalzamento delle temperature mette a rischio le coltivazioni e stare a guardare questi cambiamenti non è più una strategia così intelligente.

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Si è passati quindi ad un’altra reazione. Fare ciò che ripaga grazie a misure per l’efficienza ecologica che tagliano i costi o rafforzano l’azienda: misure che portano ad esempio a tagliare emissioni di gas serra o ridurre l’uso dell’acqua costituiscono, nel processo, un aumento dei profitti. Queste compagnie ostentano i loro progressi rispetto ai concorrenti e magari vendono a un prezzo superiore i loro prodotti ma i loro progressi sono lontani da quel che c’è realmente bisogno di fare.

È molto probabile trovare in questa categoria le aziende che preferiscono guadagnare in reputazione con il greenwashing o addirittura frodando. Come il caso della Volkswagen nel 2015.**

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Arriviamo alla terza reazione: fare la propria parte nell’avvio alla sostenibilità.

Quando nazioni e aziende riconoscono l’entità degli interventi per tagliare le emissioni, ridurre l’uso dei fertilizzanti o consumo d’acqua passano alla fase successiva che è chiedersi quale deve essere l’entità di impegno nel ridurre quantità di anidride carbonica, consumo di acqua o di fertilizzanti.

Qui il rischio maggiore è che “fare la propria parte” si trasformi in “prendersi la propria parte” di diritto ad inquinare dal momento che in questo modo si ragiona ancora con la mentalità della progettazione lineare degenerativa. “il diritto ad inquinare” diventa la risorsa da accaparrare  e si innescano i meccanismi per far pressioni sui politici o per trovare scappatoie nel sistema.

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Arriviamo alla quarta reazione che scaturisce da un necessario cambio di mentalità: non fare danni ossia “missione zero”

Questo vuol dire produrre a impatto nullo e potrebbe essere un’utopia ma ci sono già aziende che funzionano a “energia zero” grazie ai pannelli solari. Oppure un sistema ingegnoso per “zero acqua”: un caseificio recupera il vapore rilasciato dal latte vaccino anziché prelevare acqua dalle falde.

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Perché puntare solo a “fare meglio”? – dice McDonough, architetto e designer **– si può ambire ad una progettazione industriale che non si limita solo a non prendere ma addirittura a dare.

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Abbiamo così introdotto la quinta auspicabile reazione: essere generosa rendendo l’impresa rigenerativa per progetto. 

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Non siamo più nell’ambito de “Le cose da fare”.

Questo è un modo di stare al mondo: sentire la responsabilità di lasciare il mondo vivente in condizioni migliori di come l’abbiamo trovato.*

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Janine Benyus, esperta di biomimesi, suggerisce di utilizzare la natura come modello e prendere ispirazione dai cicli della vita.* Prendiamo il carbonio e impariamo a interrompere le nostre “esalazioni industriali di CO2 “ e, come fanno le piante, studiamo come “inalare” carbonio. Poi troveremo anche anche soluzioni per i cicli di fosforo, azoto e acqua.

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Non c’è più tempo ma è tempo di una progettazione fondata sulla generosità.

È giunto il momento che il bruco diventi farfalla.

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L’economia circolare prende il volo

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Possiamo dire addio al bruco con la sua economia lineare. L’economia circolare è rigenerativa per progetto perché sfrutta il flusso infinito dell’energia del sole e trasforma materiali in prodotti e servizi utili.*

Trasformiamo quindi l’economia seguendo il diagramma creato dalla Ellen MacArthur Foundation* che evoca proprio le ali di una farfalla.

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La vecchia mentalità “dalla culla alla tomba” che ha caratterizzato il XX secolo procedeva con l’estrazione di minerali e combustili fossili che diventavano rifiuti da bruciare. Il bruco-industriale prendeva e buttava.

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Vediamo ora come si trasforma in farfalla.

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La mentalità “dalla culla alla culla”* caratterizza l’economia circolare  e funziona con energia rinnovabile – sole, vento. acqua e fonti geotermiche. 

È detta “dalla culla alla culla” perché i rifiuti o meglio gli scarti non finiscono in discarica ma vengono considerati risorsa. Gli scarti di un processo produttivo – siano biologici che tecnici diventano “materie prime seconde”** di un altro processo.

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I materiali rinnovabili sono di due tipi:  

biologici appartengono al ciclo di nutrienti derivanti da suolo, vegetali, animali.

tecnici se si tratta di plastica, materiali di sintesi, metalli, vetro, carta, etc.

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I materiali biologici devono circolare solo “nell’ala biologica” seguendo alcuni principi: i materiali prelevati devono rispettare i ritmi che la natura richiede per rigenerarli; sfruttare le molteplici fonti di valore nei cicli naturali; progettare i sistemi produttivi in modo che nulla vada perso.

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Per esempio per ottenere una tazza di caffè si utilizza solo l’1% di un chicco. Invece di buttare i residui e poi i fondi del caffè nel compost, si possono utilizzare per la produzione di altri prodotti dal momento che sono ricchi di cellulosa, lignina e zuccheri in numerosi altri impieghi e terminare con il compost che ha un ulteriore ruolo rigenerativo.

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Nell’altra “ala della farfalla” circolano invece solo i prodotti ottenuti con nutrienti tecnici e seguono i loro propri principi: devono essere progettati per essere ripristinati attraverso riparazione oppure riuso oppure rifacimento e, come ultima opzione, riciclo.

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Per esempio i telefoni cellulari, che mediamente solo utilizzati solo due anni, hanno al loro interno un tesoro di metalli preziosi come oro, argento, cobalto, rame e di elementi chimici (terre rare. Secondo uno studio, in Europa nel 2010 solo 6% è stato rigenerato, il 9% disassemblato per il riciclo e  85% è finito in discarica. In un contesto di economia circolare sarebbero progettati per essere smontati, aggiornati e ricondizionati e come ultima opzione, recuperati tutti i metalli dei componenti.

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Prendendo come modello la natura nasce così la simbiosi industriale.**

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Tuttavia è bene essere realistici: non potrà mai esserci un ciclo industriale in grado di recuperare  il 100% delle materiali. 

Il punto è che in un’economia degenerativa il valore è monetario e, in funzione di questo, per ogni cosa che viene prodotta si deve puntare a ridurre i costi e aumentare continuamente le vendite.

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Il risultato che si è avuto è un incessante flusso di materiali.

In un’economia rigenerativa invece il flusso dei materiali diventa un flusso circolare. Siamo immersi in un flusso costante di energia solare che dà la vita nella biosfera e dobbiamo sfruttare questa energia per ripristinare quello che abbiamo creato e rigenerare il mondo vivente in cui prosperiamo.

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La vera trasformazione risiede nel dare un nuovo significato al concetto di valore. Come disse il poeta John Ruskin “Non c’è altra ricchezza al di fuori della vita”.

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Benvenuti nella città generosa

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Non solo le fabbriche anche i paesaggi urbani possono essere rigenerativi per progetto così da creare “città generose”* dice Janine Benyus, insediamenti umani che si inseriscono nel mondo vivente.

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Seguendo un approccio ti tipo rigenerativo invece di adattare la natura ai propri modelli, avviene il contrario. L’architettura si ingegna per preservare e valorizzare gli ecosistemi e i cicli biologici, mantenendo caratteristiche di durabilità, resistenza e fruibilità.

Si possono progettare tetti su cui cresce cibo, che catturano l’energia del sole e che ospitano animali selvatici. Asfalti delle strade capaci di assorbire l’acqua dei temporali per rilasciarla lentamente nella falda. Edifici in grado di catturare CO2 e in grado di trasformare le acque di scarico in nutrienti per il suolo.

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Certamente non esistono ancora queste città in compenso sono partiti molti progetti sperimentali.

In Olanda per esempio si trova Park 20/20, basato sui principi “dalla culla alla culla”**: è stato progettato da William McDonough e costruito con materiali riciclabili, dotato di un sistema energetico integrato e di un impianto per il trattamento dell’acqua, i tetti oltre ad accumulare energia solare, raccolgono l’acqua e sono un habitat per gli animali selvatici.

Nel mondo ci sono villaggi, paesi e città che stanno adottando i principi della progettazione rigenerativa.

Il Bangladesh punta ad uno sviluppo sostenibile e a essere alimentato a energia solare.* Vengono organizzati corsi per la formazione di donne imprenditrici a cui viene insegnato come fare l’installazione e la manutenzione dei pannelli solari.

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Nel mondo ci sono molti di questi progetti ma sono ancora in una fase sperimentale.

Nel XXI secolo servono economisti responsabili e capaci di renderli realizzabili. Ma non solo.
Con il prossimo articolo vedremo, tra gli altri, il ruolo fondamentale della finanza e dello Stato.

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Grazie.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Quando sarò cresciuto, potrò pulire

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 17

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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6a mossa, Creare per rigenerare

Passare da “la crescita ripulirà”

a rigenerativi per progetto

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Quando sarò cresciuto, potrò pulire

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Nel 2015 in Germania Kate si trovò a conversare con uno studente indiano. Alla domanda se avesse scelto di studiare tecnologie ecocompatibili, scosse la testa:

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“No, l’India ha altre priorità. Non siamo abbastanza ricchi per permetterci di pensare a queste cose. Ora abbiamo altre priorità”

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Questo episodio è emblematico perché riassume la storia economica che circola da decenni: i paesi poveri sono troppo poveri per occuparsi dell’ambiente. È con la crescita economica che ci sono i mezzi per ripulire l’ambiente e rimpiazzare le risorse utilizzate.

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Ma questo è un proposito illusorio.

Molto meglio creare economie che siano rigenerative per progetto.

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Come era successo con la curva di Kuznets, quando abbiamo parlato de “la crescita livellerà”, all’inizio degli anni Novanta in una sorprendente analogia, gli economisti statunitensi Gene Grossman e Alan Krueger pensarono di aver trovato un’altra apparente legge economica del moto.

Notarono che in 40 paesi con la crescita del Pil, l’inquinamento prima aumentava e poi diminuiva. Mentre la curva di Kuznets era caduta nell’oblio, voilà un altro schema con una U capovolta e questa volta chiamato “Curva ambientale di Kuznets”.

Grossman e Krueger riconoscevano di avere a disposizione solo dati locali e non a livello globale e che riguardavano inquinanti di aria e acqua. Nei loro studi infatti non erano considerati dati agli impatti ecologici come emissioni globali di gas serra, perdita di biodiversità, deforestazione, sostanze chimiche utilizzate in agricoltura, consumo di acqua potabile.* Nonostante ciò dichiararono: “la crescita economia porta una fase iniziale di deterioramento seguita da una successiva fase di miglioramento”. 

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Il messaggio venne ancor più enfatizzato da economisti come Bruce Yandle che affermò: “La crescita economica contribuisce a riparare i danni arrecati negli anni precedenti. Se la crescita economica fa bene all’ambiente, le politiche che stimolano la crescita (liberazione del commercio, ristrutturazione economica, riforma dei prezzi) dovrebbero fare bene all’ambiente”. *

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La filosofia “niente dolore, niente guadagno” era tornata: se volete acqua e aria pulite, foreste e oceani in salute, le cose dovevano andare peggio per poi andare meglio.

Le proteste degli ambientalisti furono ridicolizzate e vennero considerati inutili allarmismi i report che mostravano i danni agli ecosistemi provocati da una crescita forsennata.

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L’economia mainstream affermava che non vi era alcun collegamento diretto tra crescita economica e ambiente e vennero avanzate tre spiegazioni:

.1. con la crescita delle nazioni, i cittadini possono permettersi di prendersi cura dell’ambiente;

2. le industrie possono permettersi tecnologie più ecologiche;

3. i paesi più industrializzati saranno i primi a convertirsi dalla produzione ai servizi.

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Tuttavia, Mariano Torras (docente Università Adelphi NY) e James K. Boyce (ricercatore università della Tasmania) hanno condotto una ricerca mettendo a confronto i dati nazionali usati per creare la curva ambientale di Kuznets * e giungono a queste considerazioni:

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.1. cittadini non devono aspettare che il Pil cresca per chiedere aria e acqua pulite. La qualità dell’ambiente è migliore dove il reddito è distribuito in modo equo: anche e soprattutto nei paesi a basso reddito. Oltre all’equità, esiste più alfabetizzazione e i diritti civili e i politici vengono rispettati. Non la crescita economica tutela aria e acqua pulite ma il potere ai cittadini. 

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2. Sono decisive le pressioni dei cittadini sui governi e aziende per ottenere standard più severi. Per lo più le aziende passano a tecnologie ecologiche se sono costrette dalla legislazione e non perché sono aumentate le entrate.

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3. I paesi industrializzati non convertono la loro attività in servizi eliminando così  l’inquinamento ma semplicemente lo spostano altrove.

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Oggi, grazie ai progressi della contabilità dei flussi di risorse, tutti i dati omessi nella curva ambientale di Kuznets (gli impatti ecologici e i loro effetti a medio-lungo termine) danno un altro risultato. Risultato molto diverso da quello che è stato propinato per decenni.

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Ecco cosa accade.

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La buona notizia è che la UE e l’OECD – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – hanno dichiarato con un certo orgoglio che estrazione e lavorazione delle materie prime, nei territori dei paesi ad alto reddito, sono effettivamente diminuite con un aumento della produttività delle risorse senza intaccare la crescita del Pil. Quindi dovrebbe essere un buon segnale all’insegna della “crescita verde”.

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Ma la cattiva notizia arriva dalla visione olistica di Tommy Wiedmann, esperto di analisi dei flussi internazionali delle risorse, che dice: “Sembrerebbe che i paesi sviluppati siano diventati più efficienti nell’uso delle risorse in realtà restano ancorati a una base di materiali sottostante”.

In altre parole, per valutare l’impronta ambientale,  Wiedmann tiene conto anche dei prodotti importati da una nazione e ne calcola i relativi impatti in ogni luogo del mondo conseguenti alla loro produzione, come utilizzo di biomasse, combustili fossili, minerali metallici e da costruzione. *

L’indagine di Wiedmann porta a una prospettiva molto diversa da quella della Ue e OECD.

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Alcuni dati: dal 1990 al 2007 nei paesi ad alto reddito è cresciuto il Pil ed è cresciuta l’impronta ecologica. Stati Uniti, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Australia hanno avuto un incremento del 30%.

Spagna, Portogallo e Olanda hanno raggiunto un incremento del 50%

Il rapporto “Global Material Flows and Resource Productivity” realizzato nel 2016 dall’UNEP – Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente – evidenzia che il flusso di materia a livello globale è passato da 23 miliardi di tonnellate nel 1970 a oltre 70 miliardi nel 2010.

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Va da sé che se l’economia globale dovesse seguire questo trend non basterebbero tre pianeti. La curva ambientale di Kuznets diventa una montagna che l’umanità non può scalare perché non sopravviverebbe al suo picco.

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Affrontare l’economia lineare degenerativa

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Immagina un bruco. Questo bruco ingerisce cibo ad un’estremità ed espelle le sostanze di scarto dall’altra.

Con questo esempio Kate ci spiega il modello industriale lineare adottato negli ultimi duecento anni che consiste nel prendere-lavorare-usare-buttare. Questo modello si traduce in pratica con:  estrarre minerali, metalli, combustibili fossili-lavorarli per ottenere prodotti-venderli ai consumatori-buttare i prodotti.

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È evidente che l’economia non è una questione di leggi da scoprire ma fondamentalmente è una questione di progettazione.

Il modello lineare, il “bruco-industriale” per capirci, ha generato enormi profitti e arricchito molte nazioni ma è degenerativo in quanto si scontra con il mondo naturale che prospera riciclando incessantemente carbonio, ossigeno, acqua, azoto e fosforo: i bio- elementi, base della vita.

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L’attività industriale ha interrotto questi cicli vitali provocando catastrofiche conseguenze: 

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– estraendo e bruciando petrolio, carbone e gas dal sottosuolo si riversa anidride carbonica in atmosfera provocando l’effetto serra; 

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-trasformando enormi quantità di azoto** e di fosforo** in fertilizzanti.

Con l’azoto si danneggia la qualità dell’acqua, dell’aria, del suolo, l’equilibrio dei gas serra, gli ecosistemi e la biodiversità. **

Il fosforo viene disperso nei terreni agricoli e, con l’azione dell’acqua finisce in fiumi, laghi e oceani esaurendo così le riserve disponibili sul pianeta;**

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-attuando deforestazioni destinate ad agricoltura e allevamenti e all’estrazione di minerali e metalli che, dopo averli trasformati in prodotti, finiranno in discariche generando rifiuti tossici per suolo, acqua e aria.

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La teoria economica mainstream chiama questi effetti dannosi, che oltre ad essere di tipo ecologico sono anche di tipo sociale, “esternalità negative** e vanno risolti con  strumenti basati sul mercato per mezzo di quote e tasse

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La teoria quindi stabilisce, per le quote, un tetto massimo per l’inquinamento totale per poi assegnare “diritti di proprietà” con delle quote da non superare lasciando che sia il mercato a stabilire un prezzo per il diritto di inquinare. Oppure imporre tasse equivalenti al “costo sociale” derivante dall’inquinamento e lasciare che il mercato decida quanti inquinanti emettere.

Le implicazioni di queste politiche, per esempio in Germania, hanno dato effetti importanti. Hanno fatto aumentare i prezzi dei combustibili fossili facendo scendere i consumi e quindi le emissioni di carbonio e il denaro raccolto dalle tasse ambientali sul gas è servito principalmente a compensare le pensioni e le tasse sui salari.*

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Esistono tariffe differenziate anche per il consumo dell’acqua. In molti paesi del mondo a rischio siccità, il prezzo per il consumo dell’acqua varia quando si supera la quota stabilita che va oltre i bisogni essenziali (bere, cucinare, lavarsi). *

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Tuttavia nè quote, nè tasse e nè tariffe differenziate possono realmente alleggerire le gravi pressioni che l’umanità esercita sugli ecosistemi del pianeta.

Dal canto loro le aziende sono propense a chiedere tetti e permessi più ampi per incentivare le produzioni anche se a discapito dell’ambiente.

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I governi spesso per timore che la propria nazione perda in competitività non mettono in atto misure efficaci e i partiti politici temono di perdere l’appoggio del mondo imprenditoriale.

Quote e tasse è vero che sono punti di forza per cambiare il comportamento di un sistema ma sono misure ancora troppo deboli per limitare l’accumulo e ridurre il flusso di inquinanti.

Agire sulle leve per cambiare il paradigma che definisce gli obiettivi del sistema è decisamente più efficace. *

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Fino ad oggi l’economia è stata impostata sulla progettazione lineare degenerativa per cui gli incentivi sui prezzi non cambiano la corsa verso l’esaurimento delle risorse. Negli anni Novanta l’architetto e visionario John Tillman scrisse “alla fine un sistema a senso unico distrugge il paesaggio dal quale dipende e divora le fonti della sua stessa sopravvivenza”.*

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Occorre dunque passare a un modello di impresa fondata su una progettazione rigenerativa e lo vedremo con il prossimo articolo.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Fare rete: l’importanza di mettersi insieme

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 16, prima parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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5a mossa, Progettare per distribuire

Passare da “la crescita appianerà le disuguaglianze”

a distributivi per principio

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Fare rete: l’importanza di mettersi insieme

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La curva di Kuznets è stata smentita.

Ora, se vogliamo portare tutti nella zona sicura ed equa della Ciambella è necessario un nuovo approccio.
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Non aspettate che la crescita economica riduca la disuguaglianza perché non lo farà.

Invece, create un’economia basata sulla distribuzione.”

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Il nodo centrale è rimodulare la distribuzione del reddito, della ricchezza, del tempo e del potere. Indubbiamente è un obiettivo molto difficile ma emergono molte possibilità se si ragiona in termini sistemici.

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Per prima cosa Kate Raworth propone una nuova immagine che rappresenta la progettazione distributiva (vedi immagine sopra).

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Si tratta di un network diffuso i cui nodi, più grandi o più piccoli, sono interconnessi in una rete di flussi.

In natura queste strutture sono organizzate secondo frattali e riportare questo modello in un’economia può portare a una distribuzione più equa del reddito e della ricchezza.

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Cos’è un frattale?

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Il frattale è un “oggetto geometrico”** in cui un motivo identico si ripete in tutte le direzioni dando origine a strutture eccellenti per distribuire in maniera affidabile le risorse all’interno di un sistema.

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La natura è ricca di frattali: possiamo immaginare per esempio la chioma di un albero dove è facile notare come ogni singolo rametto riproduca in scala ridotta il proprio ramo e in miniatura l’albero nella sua grandezza.

I frattali, queste curiose forme geometriche, li troviamo ovunque: in un girasole, in un broccolo in un fiume e nella ramificazione del sistema respiratorio.     

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Risorse (come energia, nutrimenti, materiali e informazioni) fluiscono in questi network tenendo conto di un equilibrio tra efficienza e resilienza.

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L’efficienza viene raggiunta quando un sistema ottimizza il suo flusso di risorse per raggiungere i suoi obiettivi.

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La resilienza si basa sulla differenziazione e sull’abbondanza di connessioni nei periodi di shock o cambiamento.

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L’equilibrio è molto importante.

Un eccesso di efficienza rende un sistema vulnerabile.

Un eccesso di resilienza lo rende stagnante.

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Per comprendere i network naturali, un team di ricercatori e teorici del network – Sally Goerner, Bernard Lietaer e Robert Ulanowics – studiarono le varie strutture e i flussi di risorse presenti negli ecosistemi in natura: se vogliamo imparare dai network naturali per creare un’economia prospera, dobbiamo considerare diversità e distribuzione.

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Un  network economico diventa  iniquo e fragile se gli attori più forti riducono la pluralità e la diversità degli attori piccoli e medi. Vedi ad esempio la situazione dei colossi bancari e delle multinazionali in tutti i settori merceologici.

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Lo sviluppo economico deve focalizzarsi di più sullo sviluppo umano, comunitario e del business su piccola scala perché la vitalità a lungo termine e qualsiasi dimensione dipende da queste cose”.*

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Come possiamo distribuire il valore (materiali, energia, conoscenza e reddito) in modo molto più equo?

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Ridistribuire il reddito e la ricchezza

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Nella seconda metà del XX secolo, le politiche volte alla ridistribuzione riguardavano:

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1.Tasse progressive su reddito e trasferimento di denaro

2.Protezione del mercato del lavoro (salario minimo)

3.Servizi pubblici come sanità, istruzione, edilizia sociale.

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Politiche fortemente minate dalla corrente neoliberista.

Tuttavia all’inizio del XXI si notano politiche ridistributive: a volte sono segnali e altre volte sono interventi concreti.

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Nei paesi più ricchi molti economisti mainstream ritengono opportuno innalzare le aliquote fiscali per i redditi più alti e tassare le rendite da capitale.

A livello globale alle aziende viene chiesto di introdurre un salario massimo per i dirigenti.

Alcuni governi, come in India, offrono un accesso garantito al lavoro a che ne abbia necessità.

Tuttavia queste politiche mirano alla distribuzione del reddito e non della ricchezza che lo genera.

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Secondo l’economista e storico Gar Alperovitz  per affrontare la diseguaglianza alla radice bisogna democratizzare la proprietà della ricchezza: perché “i sistemi politico-economici sono in gran parte definiti dal modo in cui la proprietà viene detenuta e controllata.”

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Seguendo un modello sistemico integrato, nel XXI secolo emergono cinque possibilità di  trasformare le dinamiche del possesso della ricchezza riconducibili a :

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1.Possesso della terra

2.Creazione del denaro

3.Impresa

4.Tecnologia

5.Conoscenza

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L’aspetto interessante è che alcune delle possibilità dipendono da riforme statali e quindi richiedono un processo di cambiamento a lungo termine.

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Altre possono essere avviate da movimenti grass-root ** ossia movimenti dal basso e posso iniziare immediatamente.

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Modificando le dinamiche della ricchezza si contribuisce alla trasformazione da economie divisive a distributive riducendo nel processo povertà e disuguaglianza.

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La prossima volta vedremo nei dettagli le cinque aeree per trasformare le dinamiche del possesso della ricchezza.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Lo Schwarzenegger pensiero in economia

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 15

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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5a mossa, Progettare per distribuire

Passare da “la crescita appianerà le disuguaglianze”

a distributivi per principio

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Lo Schwarzenegger pensiero in economia

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Nel campo dei culturisti negli anni Sessanta, il cui massimo esponente era  Arnold Schwarzenegger e la massima in voga era: “Niente dolore, niente guadagno”. Questa filosofia sembra si addica perfettamente alla logica dell’economia del XX secolo: le nazioni devono sopportare l’inevitabile dolore sociale della profonda diseguaglianza se vogliono creare una società più ricca e più equa per tutti.

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Questo concetto paradossale porta anche molti politici ad accettare e giustificare misure di austerità  che finiscono per amplificare i sacrifici proprio delle categorie meno abbienti con la conseguenza di portarci ancora più lontano dallo spazio sicuro e giusto della Ciambella.

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È opportuno che la filosofia degli economisti del XXI secolo invece consideri la crescente diseguaglianza come errore di pianificazione economica adoperandosi perché le economie siano più redistributive sul piano della ricchezza che deriva dalla proprietà terriera, dalla creazione del denaro, dall’impresa, dalla tecnologia e dalla conoscenza.

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Invece di affidarsi solo al  mercato e alle soluzioni statali, è necessario dare un ruolo al grande potenziale dei beni comuni.

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Le montagne russe dell’economia

Fino a qualche decennio fa era facile individuare le persone a basso reddito e prive di mezzi minimi per vivere perché si trovavano nei paesi classificati dalla World Bank con un Pil inferiore a 1000 dollari/anno.

Questi stessi paesi oggi sono stati riclassificati dalla Word Bank in nazioni a medio reddito perché hanno migliorato il livello di vita. Quindi i tre quarti delle persone povere nel mondo ora risultano essere in paesi a medio reddito.      

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 Si tratta di paesi come Cina, India, Indonesia e Nigeria dove comunque la diseguaglianza sta aumentando.

Nei paesi classificati a basso reddito vivono 300 milioni di persone e si trovano in prevalenza dell’Africa Sub-sahariana.

Grandi disparità esistono anche in paesi ad alto reddito come gli Stati Uniti e Gran Bretagna.

L’eliminazione della povertà è tra le priorità dell’agenda 2030.

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Molti dei padri fondatori dell’economia e filosofi si sono interessati al tema della diseguaglianza: da Karl Marx a Alfred Marshall e Pareto. 

Ognuno con la propria teoria.

Fino ad arrivare al 1955 quando Simon Kuznets ritenne di avere individuato la legge della diseguaglianza e la rappresentò in un grafico noto con il nome di “curva di Kuznets**: come in una sorta di corsa sulle montagne russe, secondo Kuznets in un’economia in crescita, la disparità del reddito prima aumentava, poi si livellava per poi scendere. 

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La sua conclusione dunque era che l’aumento della disuguaglianza fosse una fase inevitabile nel percorso della crescita economica.

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A questo punto possiamo riprendere le parole di Arnold: “Niente dolore, niente guadagno” e, con una vena sarcastica, chiamare questa filosofia economica “Schwarzenomic”.

Il grafico a “U” divenne un’icona nel modello dell’economia dello sviluppo rafforzando la teoria che i paesi poveri avrebbero dovuto concentrare il reddito nelle mani dei ricchi affinché potessero risparmiare e investire ed innescare così la crescita del Pil.

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W. Arthur Lewis, economista, promotore di questa teoria inventò il “modello di crescita come sviluppo” e si spinse ad affermare: “lo sviluppo deve essere anti-ugualitario”.*

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Negli anni Settanta Kuznets e Lewis ricevettero il Nobel per l’economia.

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La World Bank trattava la curva di Kuznets come legge economica per fare proiezioni su quanto tempo serviva per far scendere i livelli di povertà nei paesi a basso e medio reddito e così anche gli economisti continuarono a monitorare l’andamento della crescita e della disuguaglianza.

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Solo negli anni Novanta, avendo un lasso temporale sufficiente, si poterono analizzare i dati effettivi e il risultato fu che la legge della curva di Kuznets venne smentita dai fatti in quanto si erano verificati i più svariati scenari. In alcuni casi la disuguaglianza aumentò, poi diminuì e poi aumentò, in altri aumentò o diminuì senza più modificarsi.

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Insomma “il modello consisteva nell’assenza di un modello”.

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In alcuni casi la curva di Kuznets venne smentita in modo evidente.

Tra il 1965 e 1990 avvenne una sorta di miracolo: paesi come Giappone, Corea del Sud, Indonesia  e Malesia ebbero una crescita economica accompagnata da una forte riduzione della diseguaglianza. 

Questo importante traguardo fu possibile soprattutto grazie alla riforma dei terreni agricoli che consentì di far crescere il reddito dei proprietari dei piccoli terreni.

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Parallelamente ci furono enormi investimenti pubblici nella sanità e nell’istruzione e politiche industriali che fecero aumentare i salari bloccando allo stesso tempo i prezzi dei generi alimentari. 

Questo dimostrava che la curva di Kuznets con la sua equazione “disuguaglianza=crescita”  era evitabile.

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Nel 2014 l’economista francese Thomas Piketty presentò un’analisi sulle dinamiche della distribuzione nel sistema capitalistico. 

Partendo delle domande  “Chi guadagna cosa” e “chi possiede cosa” distinse due categorie:

1.nuclei che possiedono il capitale (terreni, case e beni finanziari) beneficiando delle rendite, dividendi e interessi.

2.nuclei che possiedono solo il lavoro che genera solo il salario.

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Confrontando i trend di crescita delle fonti di reddito sopra indicate, Piketty concluse che le economie occidentali (o altre simili) stanno arrivando a pericolosi livelli di disuguaglianza.

Il motivo è che la rendita da capitale ha avuto la tendenza a crescere più velocemente dell’economia causando una maggiore concentrazione di ricchezza.

Questo fenomeno si accentua ancora di più da lobby e influenze politiche che promuovono gli interessi di chi è già ricco.

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Il capitalismo genera automaticamente disuguaglianze arbitrarie e insostenibili che mettono profondamente a rischio i valori meritocratici sui quali si fondano le società democratiche”.

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Piketty mise in evidenza che lo studio di Kuznets era stato condotto in un periodo in cui l’economia era prospera.

La disparità di reddito e la disparità di ricchezza negli Stati Uniti e in Europa erano diminuite nella prima metà del XX secolo come aveva rilevato Kuznets ma la tendenza a equalizzare ipotizzata nella logica dello sviluppo capitalistico si collocava in un’epoca storica molto particolare: ci si trovava con due guerre mondiali alle spalle e la Grande depressione. Il contesto vedeva scarsi capitali e i governi disposero ingenti investimenti pubblici nell’istruzione, nella sanità e nella sicurezza sociale e ciò diede lo slancio a un’economia fiorente.

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Perché la disuguaglianza è un fattore allarmante?

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I Paesi che presentano una forte disuguaglianza hanno implicazioni sistemiche non solo sul ceto povero ma danneggiano il tessuto sociale nel suo complesso a livello economico, politico, sociale, sanitario, ecologico. 

Gli effetti si traducono nella realtà con abbandoni scolastici, delinquenza, malattie mentali, gravidanze adolescenziali, uso di droga, comunità disfunzionali, degrado ambientale, etc.

Quando i livelli di iniquità sono elevati è a rischio la stessa democrazia perché il potere si concentra nelle mani di pochi e mette sul mercato l’influenza politica.

Nel 2000 le parole schiette di Al Gore, ex vicepresidente degli Stati Uniti sintetizzano queste dinamiche: “La democrazia americana è stata manomessa e la manomissione consiste nel finanziamento delle campagne elettorali”.

La disuguaglianza contribuisce al degrado ecologico e mina una società perché erode il capitale sociale fondato sulle connessioni, la fiducia e le regole della comunità.  Un’azione collettiva è determinante per chiedere una legislazione ambientale.

Numerose ricerche hanno dimostrato che la disuguaglianza non fa crescere le economie più velocemente ma anzi le rallenta.

Società più eque siano esse ad basso reddito che ad alto, sono più sane e più felici.

Il mito “niente dolore, niente guadagno” della curva di Kuznets è stato confutato.

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Avanti col network!

Non perderti la prossima puntata.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Pronti alla danza dinamica? 3a lezione

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 14, terza parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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4a mossa, Comprendere i sistemi

Passare dall’Equilibrio meccanico

alla Complessità dinamica

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Pronti alla danza dinamica? 3a lezione

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Nella 2a lezione della danza dinamica abbiamo visto che la faccenda è molto critica poiché ci troviamo in una spirale crescente sia di disuguaglianza sociale che di degrado ecologico.

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Antiche civiltà –  come i Maya, gli abitanti dell’Isola di Pasqua gli indiani Anasazi, gli antichi Egizi, gli Angkor Wat in Cambogia, i Great Zimbabwe e così via – sono collassate e, secondo gli archeologi, alla base del fenomeno c’erano problemi ambientali.

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Non c’è ovviamente una sola ragione che spieghi il declino di una società, sostiene Jared Diamond ** il quale, per comprendere questo argomento molto complesso, ha condotto una lunga indagine sulla storia dei Normanni della Groenlandia, un popolo ricco e potente. Al termine della ricerca, Diamond ha individuato ben cinque fattori che ne hanno determinato l’estinzione.

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E le società di oggi? Cosa le rende vulnerabili?

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Diamond si spinge a dare due indizi.

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Il primo consiste nella divergenza tra gli interessi a breve termine della classe dirigente e quelli a lungo della società intera.

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L’altro è la difficoltà a prendere buone decisioni che però non sono in linea con i valori fortemente radicati e, da punto di forza, diventano punti di debolezza.

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Il pensiero sistemico può aiutarci a capire se, con il nostro modello sviluppo economico, la nostra società corre rischi?

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La risposta è affermativa e dobbiamo risalire al 1972 con una delle prime elaborazioni dell’economia globale che ha visto l’applicazione della dinamica dei sistemi.

Il Club di Roma **, un’associazione composta da scienziati, umanisti e imprenditori legati dalla comune preoccupazione per la situazione mondiale, commissionò al MIT – Massachusetts Institute of Technology – di condurre una ricerca per capire quali scenari si prospettavano con la progressiva crescita umana sul pianeta.

Lo studio si basava sulla simulazione al computer di vari scenari e individuava le conseguenze sull’ecosistema terrestre seguendo l’attuale modello di sviluppo proseguendo cioè con il business-as-usual **.

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Vennero prese in considerazione cinque variabili:

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. crescita demografica

. produzione alimentare

. industrializzazione

. inquinamento

. consumo di risorse non rinnovabili.

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Il rapporto venne pubblicato con il libro  “The Limits to Growth” * *. Donella Meadows, Dennis Meadows e altri ne furono gli autori.  Il rapporto portava alla conclusione che – in un mondo di dimensioni finite con risorse limitate associato a una continua crescita di variabili come inquinamento e popolazione – si sarebbe giunti al collasso nell’arco di cento anni.

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I risultati dello studio furono considerati un ingiustificato catastrofismo e le reazioni in tutto il mondo furono di grande indignazione. **

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Gli economisti mainstream derisero i criteri usati per le proiezioni affermando che tenevano poco conto del feedback equilibrante del meccanismo dei prezzi nei mercati. Se le risorse non rinnovabili dovessero scarseggiare, precisarono, i prezzi salirebbero determinandone un uso più efficiente, un maggior utilizzo di sostituti delle risorse scarse e nuove fonti di energia.

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Il ragionamento presentava una lacuna: a differenza di combustili, minerali e metalli che hanno un prezzo, il ruolo e gli effetti dell’inquinamento, non avendo un prezzo, non generavano alcun feedback diretto da parte del mercato.

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Dagli anni Settanta, periodo di pubblicazione del rapporto “I limiti dello sviluppo”, ad oggi abbiamo lasciato alle spalle parecchi decenni e gli scenari ipotizzati si sono rilevati profetici anzi, quello che era chiamato semplicemente “inquinamento” si è trasformato in cambiamenti climatici.

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Siamo all’inizio del XXI secolo e abbiamo già oltrepassato quattro confini planetari su nove.

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Miliardi di persone affrontano pesanti privazioni mentre l’1% possiede metà della ricchezza  finanziaria del mondo. 

Questo vuol dire che ci sono le condizioni per il collasso.

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Per correre ai ripari occorre:

passare dall’attuale economia che divide e danneggia l’ambiente

a un’economia progettata per distribuire e per rigenerare l’ambiente
ossia :

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..che distribuisce per principio perché fa circolare il valore di ciò che viene prodotto e non si limita a concentrarlo in un élite;

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.che è rigenerativa per principio perché vede le persone che partecipano attivamente alla rigenerazione dei cicli vitali della Terra in modo che l’umanità possa prosperare all’interno dei confini planetari.

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Per usare una metafora gli economisti devono dire “addio a pinze e benvenute alle cesoie”.

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Addio a un’economia “meccanica” che pensa di rimettere in equilibrio i mercati con controlli teorici e benvenuta a un’economia “biologica” in continua trasformazione perché soggetta ai cicli di feedback.

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Così come fanno i giardinieri che si prendono cura delle coltivazioni, dai semi alle piante, scegliendo il terreno giusto per farle crescere rigogliose fino alla maturazione * allo stesso modo gli economisti devono pensare – come dice Eric Beinhocker – alle politiche come a un portfolio adattabile di esperimenti che contribuiscono a modellare l’evoluzione dell’economia della società del tempo.

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Organizzare esperimenti su piccola scala con le politiche per provare una serie di interventi. Abbandonare quelli che non vanno bene e ampliare quelli che funzionano.*

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Politiche adattative sono cruciali di fronte alle odierne sfide ecologiche e sociali che sono inedite e in una società globalmente interconnessa.

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I sistemi complessi si evolvono attraverso innovazioni e deviazioni per questo bisogna dare spazio a nuove iniziative *: nuovi modelli di business, valute complementari e progettazione di open source, così da trovare un sistema che possa evolversi e adattarsi rapidamente.

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Nessuno sa cosa funzionerà e questi esperimenti sono uno strumento evolutivo che guida la trasformazione economica distributiva e rigenerativa di cui abbiamo bisogno.

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Il concetto dei “punti di influenza” invece ci giunge da Donella Meadows – autrice principale del rapporto “I limiti dello sviluppo”.

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I punti di influenza in un sistema complesso sono piccoli cambiamenti che conducono a un più grande cambiamento complessivo. Gli economisti mainstream si focalizzano su aspetti poco influenti per esempio sull’aggiustamento dei prezzi. Bisogna invece andare a intervenire bilanciando i cicli di feedback dell’economia o meglio ancora individuare lo scopo.

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Chiedersi sempre come si è arrivati ad una certa situazione, dove si vuol andare e chiedersi cosa funziona bene in un sistema: queste erano le indicazioni di Donella Meadows.

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Non siate interventisti che non pensano e distruggono le stesse capacità di mantenimento del sistema” – suggerì – “prima di migliorare le cose, fate attenzione al valore di quello che c’è già *

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Grande conoscitrice della danza dei sistemi socio-ecologici, sottolineava che i sistemi efficaci hanno tre proprietà che devono essere sapientemente gestiti:

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  • una giusta gerarchia,
  • auto-organizazione,
  • resilienza

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Giusta gerarchia

si manifesta quando i sotto-sistemi sono al servizio del tutto di cui sono parte.

Spieghiamo questo concetto con una metafora.

Le cellule epatiche sono al servizio del fegato, organo che è al servizio dell’organismo umano. Se queste cellule si moltiplicano rapidamente diventano un tumore e distruggono il corpo.

La giusta gerarchia in ambito economico significa per esempio, dare al settore finanziario il ruolo di essere al servizio dell’economia che a sua volta è a servizio della vita. *

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Auto-organizzazione

è la capacità di un sistema di rendere più complesse le sue strutture.

La metafora è una cellula che si divide oppure una città in espansione.

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Nell’economia gran parte dell’auto-organizzazione nel mercato avviene con il meccanismo dei prezzi (come sosteneva Adam Smith) ma questo fenomeno avviene anche con i beni comuni e i nuclei familiari (come sosteneva Elinor Ostrom. ** Questi tre settori possono auto-organizzarsi efficacemente e lo Stato dovrebbe sostenerli tutti e tre.

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Resilienza

è la capacità di un sistema di sopportare gli stress e di ritornare al suo stato iniziale o di adattarsi alla nuova condizione come accade, per esempio, alla tela di un ragno dopo una tempesta.

L’economia dell’equilibrio ha come obiettivo di massimizzare l’efficienza senza accorgersi che la poca flessibilità la resa vulnerabile.

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Meglio sviluppare la diversità nelle strutture economiche ne amplifica la resilienza rendendo l’economia più capace di adattarsi a shock e pressioni.

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Esiste un’etica nell’economia?

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George DeMartino è un economista che ricerca i fondamenti etici della teoria economica, della politica e della pratica economica professionale. **

Nel 2012 durante una sua conferenza DeMartino sostenne che “quando una professione cerca di avere influenza sugli altri, si assume necessariamente degli obblighi morali, che li riconosca o no”.

La principale regola decisionale negli interventi politico-economici è quella del “Maxi-max”: si considerano tutte le possibili opzioni politiche e si sceglie quella che sembrerebbe la migliore se funzionasse trascurando se realmente può funzionare e questa modalità si traduce con il danno provocato dalle politiche shock a base di privatizzazioni e liberalizzazioni del mercato.

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George DeMartino con il suo libro “The Economist’s Oath* – il giuramento degli economisti – si ispira espressamente al giuramento di Ippocrate ** per la medicina che guida i futuri medici con precisi principi etici. Così come la medicina ha perfezionato la propria etica professionale e ne ha sancito i principi così si può fare per l’economia.

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Ecco  quattro principi etici da tenere presente in una sorta di Giuramento dell’economista del XXI secolo: per guidare la formazione di ogni studente di economia e di ogni politico:

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1.operare al servizio della prosperità umana in un fiorente intreccio di vita riconoscendo tutto ciò che dipende da questo intreccio;

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2.rispettare l’autonomia delle comunità di cui si è al servizio assicurandosi di avere il loro coinvolgimento e consenso e considerando le diseguaglianze e differenze che possono presentare;

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3.essere prudenti nella pianificazione delle politiche minimizzando i rischi di danni specie in circostanze di incertezza;

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4.lavorare con umiltà rendendo trasparenti le assunzioni  e i limiti dei propri modelli e riconoscendo punti di vista alternativi.

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Nella parole di Donella Meadows: “Il futuro non può essere predetto ma può essere visualizzato e portato amorevolmente alla realizzazione. I sistemi non possono essere controllati ma possono essere progettati e riprogettati. Possiamo ascoltare quello che i sistemi ci dicono e scoprire come le loro proprietà e i nostri valori possano collaborare“. *

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Le attuali dinamiche dell’economia globale conducono al rischio reale di arrivare al collasso, dunque che gli economisti del XXI abbraccino la complessità e trasformino le economie locali e globali per renderle distributive e rigenerative.

È un progetto entusiasmante e – aggiunge ironicamente Kate Raworth – probabilmente anche Newton vorrebbe partecipare al lavoro.

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Seguici con la prossima falsa teoria dell’economia del XX secolo: la crescita livellerà.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Pronti alla danza dinamica? 2a lezione

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 14, seconda parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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4a mossa, Comprendere i sistemi

Passare dall’Equilibrio meccanico

alla Complessità dinamica

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Pronti alla danza dinamica? 2a lezione

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Ora che stiamo imparando a diventare “pensatori sistemici”, lo abbiamo visto qui, non ci possiamo più stupire di quanto succede nelle nostre società e a livello globale con la dinamica della disuguaglianza.

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Nell’economia dell’equilibrio – ossia nell’economia mainstream – la disuguaglianza ha un’importanza marginale. Il focus è rivolto ai mercati che devono essere efficienti.

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In realtà viviamo in un mondo in disequilibrio, un mondo in cui entrano in gioco i feedback per cui si generano circoli virtuosi della ricchezza e circoli viziosi della povertà che fanno finire le persone agli estremi opposti nella distribuzione della ricchezza.

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Gli esperti di sistemi chiamano questo fenomeno la trappola del “successo a chi ha successo”: i vincitori continuano a vincere e i perdenti continuano a perdere: la teoria dell’equilibrio potenzia i feedback rinforzanti generando oligopoli se non addirittura monopoli.

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Come sosteneva l’economista Piero Sraffa sin dal 1926 molte imprese, perlopiù quelle che producono beni di consumo, operano in condizioni di costi decrescenti che permettono di porsi sul mercato a prezzi ridotti come se operassero in regime di monopolio. **

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La vantata concorrenza perfetta dell’equilibrio meccanico non esiste e questo emerge per esempio nel settore agroalimentare dove il commercio dei cereali è concentrato in soli 4 colossi.**

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Ti basta giocare a Monopoli per conoscere il sistema del “successo a chi ha successo”.

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Tutti i giocatori cominciano alla pari ma, quelli che per primi riescono a piazzare gli  alberghi nelle migliori proprietà, potranno accaparrarsi gli affitti dagli altri giocatori e quindi permettersi di comprare altri alberghi.

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Così finisce che più alberghi si possiedono più alberghi si possono comprare mandando in bancarotta gli altri.

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Pensare che le regole del gioco inizialmente prevedevano la cooperazione fra i giocatori.

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Elizabeth Magie,  l’inventrice di Monopoli, si ispirò  alle teorie di Henry George, un economista che osteggiava la proprietà privata della terra ** il quale sosteneva che ciò che si trova in natura appartiene a tutta l’umanità.

Nelle intenzioni di creare un gioco, Elizabeth Magie voleva denunciare l’ingiustizia derivante da proprietà detenute da pochi. Nel 1903, dopo molti anni di lavoro, il gioco venne terminato.

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Lo svolgimento del gioco era articolato in due fasi ognuna delle quali seguiva un proprio regolamento.

Una fase prevedeva una serie di regole con una visione per la “ricchezza condivisa” – ispirata alla proposte di Henry George che sosteneva una tassa sul valore del terreno – l’altra invece era indirizzata a una visione “monopolista” dove vince chi riesce a mandare in bancarotta gli altri.

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L’ approccio dualistico che aveva previsto Elizabeth Magie voleva essere uno strumento didattico volto a dimostrare che il primo insieme di regole era eticamente superiore e portava a risultati sociali completamente differenti se messi a confronto.

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Il “Monopoli” che conosciamo e che si è largamente diffuso in tutto il mondo però ha regole completamente diverse. Negli anni Trenta infatti, la Parker Brother acquistò il nome del brevetto del gioco “The Landlor’s Game” (“La strategia del proprietario terriero”) – nome originale che diede Elizabeth Magie – e lo rilanciò come “Monopoli” diventando quindi un nuovo gioco. Venne infatti mantenuta solo la versione “monopolista” semplificandola e modificando alcune regole.

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La stessa storia del Monopoli ha risvolti inquietanti** legati proprio all’ingiustizia e alla ricchezza a tutti i costi e sono emersi casualmente come spiegato con un articolo sul New York Times solo nel 2015.

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La dinamiche distributive, dopo essere state espresse con i giochi da tavolo, hanno trovato ampio spazio con simulazioni computerizzate. È quanto hanno fatto nel 1992 Joshua Epstein e Robert Axtell con il loro modello per la simulazione sociale.

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Come nascono le strutture sociali e i comportamenti di gruppo dall’interazione degli individui? **

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Partendo da questa domanda realizzarono una simulazione chiamata Sugarscape.** I comportamenti collettivi fondamentali come la formazione di gruppo, la trasmissione culturale, il combattimento e il commercio “emergono” dall’interazione dei singoli agenti seguendo poche semplici regole.

Anche in questo caso emerse che le dinamiche di un sistema sono complesse e non si possono ricondurre alla tesi che le disuguaglianze sul reddito riflettono il talento e/o il merito nella società.

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Il fenomeno secondo cui “chi ha, avrà sempre di più” è già noto da Duemila anni con il versetto del Vangelo di Matteo che recita:

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“A chiunque ha, sarà dato
e sarà nell’abbondanza.
Ma a chi non ha, sarà tolto
anche quello che ha”

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Le parole dell’apostolo riconducevano ai doni spirituali della fede di cui bisogna aver cura.

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Il mondo dell’economia, finanza e sociologia si richiama al concetto del Vangelo con il cosiddetto effetto Matteo** per spiegare il crescente divario e le dinamiche legati alla ricchezza e/o povertà che tendono ad accumularsi o amplificarsi.

La forbice della disuguaglianza** a livello globale è sempre più ampia. Occorre dunque entrare nello spazio equo e sostenibile della Ciambella.

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Tra poco spiegheremo le dinamiche dei cambiamenti climatici “usando” l’acqua nella vasca da bagno.

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L’economia mainstream considera “effetti collaterali” – positivi o negativi che siano – gli impatti derivanti dall’attività produttiva.

Questi sono considerati una preoccupazione marginale tanto che li definisce “esternalità”.

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Tuttavia dal momento che l’economia è incorporata nella biosfera non si possono ignorare gli effetti che provoca perché si amplificano – sotto forma di feedback – fino a bloccare il sistema economico stesso che li ha generati.

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Le cosiddette esternalità ambientali, come l’accumulo di gas serra nell’atmosfera, hanno innescato i cambiamenti climatici con conseguenze catastrofiche  che – a differenza di una crisi  bancaria – non danno la possibilità di porvi rimedio all’ultimo momento.

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Infatti, nel caso dei cambiamenti climatici, fermare le emissioni di CO2 non equivale a eliminarne l’accumulo: ipotizzando per assurdo di poter fermare all’istante le emissioni, la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera continuerà a generare gli effetti negativi sugli ecosistemi del pianeta.

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Per far comprendere ai suoi studenti l’alterazione dei cicli di feedback, in particolare la relazione tra emissioni di CO2 e concentrazione di CO2, John  Sterman – docente del MIT e scienziato dei sistemi – usò la metafora della vasca da bagno.

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La vasca da bagno rappresenta l’atmosfera, l’acqua del rubinetto le emissioni di CO2 e lo scarico della vasca sono le foreste e gli oceani.

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Ora vediamo cosa succede con la dinamica dei sistemi.

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L’acqua che esce dal rubinetto tenderà a riempire la vasca ma se ne andrà giù dallo scarico.

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Questo avverrà se il getto scorrerà lentamente. Ma se l’acqua dal rubinetto sarà abbondante, in poco tempo la vasca sarà colma perché dallo scarico non andrà via abbastanza acqua.

Allo stesso modo, le emissioni di CO2 prodotte dalle attività umane sono maggiori di quelle che i sistemi naturali (piante e oceani) riescono ad assorbire.

The carbon bathtub, immagine semplificata (con il permesso di pubblicazione di Climate Interactive)

Sterman disegnò la vasca per la prima volta nel 2009 (vedi qui):  allora i flussi annuali di carbonio in entrata in atmosfera erano di 9 miliardi di tonnellate mentre quelli in uscita, grazie all’assorbimento di foreste e gli oceani, erano di 5 miliardi. Questo significa che solo per compensare le emissioni di gas serra queste devono essere dimezzate.

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Secondo il prof. Sterman, più che maggior informazione, occorre un apprendimento esperienziale per comprendere le dinamiche dei sistemi complessi.** Partendo da queste considerazioni per stimolare lo sviluppo di un pensiero sistemico, John Sterman e i suoi colleghi hanno messo a punto il “C-Roads** (Climate Rapid Overview and Decision Support), un dispositivo computerizzato per aiutare i governi a visualizzare gli impatti delle loro politiche. C-Roads elabora istantaneamente le implicazioni a lungo termine derivanti dagli impegni nazionali presi per la riduzione delle emissioni di gas serra.

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Sperimentare direttamente gli effetti delle dinamiche dei flussi e degli assorbimenti ha un duplice obiettivo: consente di comprendere sia l’urgenza di intervenire, sia l’ampiezza della trasformazione energetica necessaria per rispettare il limite dei confini planetari della ciambella.

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Seguici con la terza e ultima parte della danza dinamica.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Pronti alla danza dinamica? 1a lezione

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 14, prima parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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4a mossa, Comprendere i sistemi

Passare dall’equilibrio meccanico

alla Complessità dinamica

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Pronti alla danza dinamica? 1a lezione

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Verso la fine del XIX secolo,  alcuni economisti particolarmente inclini alla matematica decisero di fare dell’economia una scienza rispettabile come la fisica: vennero introdotte equazioni, assiomi e leggi economiche al pari del pensiero di Newton con le leggi fisiche.

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Non ci aiutano i nostri ultimi 100.000 anni di evoluzione in quanto l’Homo Sapiens ha sviluppato il cervello per risolvere e gestire problemi immediati e ora abbiamo alle spalle 150 anni di teorie economiche che hanno consolidato la propensione degli umani a modelli meccanicistici e metafore imprecisi.

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Dobbiamo superare questa eredità genetica e abituarci a sviluppare un “pensiero sistemico” perché la realtà è: dinamica, instabile e imprevedibile.

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Cos’è un sistema?

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Apparentemente è molto semplice perché si basa su un insieme di tre elementi interconnessi:

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– scorte e flussi

– cicli di feedback (o cicli di retroazione)

– ritardo della retroazione

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La faccenda si complica in modo sorprendente e imprevedibile quando questi tre fattori cominciamo ad interagire tra loro.

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Scorte e flussi sono gli elementi base di ogni sistema e possono aumentare e diminuire.

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Facciamo un esempio.

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Immaginiamo una vasca da bagno. L’acqua che esce dal rubinetto fa riempire la vasca e quella che se ne va dallo scarico la fa svuotare. Si potrà notare che il livello dell’acqua cambia seguendo il bilancio tra flussi in entrata e in uscita.

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Come abbiamo detto la faccenda si complica quando entrano in gioco i cicli di feedback perché la vasca da bagno si riempirà o si svuoterà in relazione a quanto velocemente l’acqua esce dal rubinetto e in relazione a quanto velocemente se ne va dallo scarico.

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Quindi scorte e flussi sono gli elementi centrali di un sistema e i cicli di feedback sono le interconnessioni.

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Le interconnessioni sono di due tipi:

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  • cicli di feedback (R) rinforzanti (o positivi). 

e amplificano ciò che sta succedendo creando circoli virtuosi o viziosi di retroazione.

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  • cicli di feedback (B) equilibranti (o negativi) 

e contrastano o compensano quello che succede e tendenzialmente regolano i sistemi.

I feedback equilibranti o di bilanciamento (dall’inglese di Balancing) conferiscono stabilità a un sistema.

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La complessità di un sistema si manifesta in base a come interagiscono tra loro i feedback rinforzanti e equilibranti: determina, come in una danza, il comportamento del sistema – detto comportamento emergente- che si mostra come complesso se non addirittura imprevedibile.

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Per comprendere il funzionamento del diagramma delle relazioni causa-effetto  con una rappresentazione visiva estremamente semplificato, Kate Raworth ci racconta la storia delle galline, delle uova e della strada da attraversare tratto da Business Dynamics di John Sterman.*

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Ogni freccia mostra la direzione della causalità con un segno + oppure –

Ogni coppia di frecce, che rappresenta i flussi, crea un ciclo di feedback R, Rinforzante e B di Bilanciamento.

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Applicando il diagramma alla storia delle galline, abbiamo questa situazione:

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a sinistra, ciclo etichettato con R, Rinforzante

più galline fanno uova e più nascono galline.

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a destra, ciclo etichettato con B, Bilanciamento

più galline si avventurano negli attraversamenti della strada, meno galline rimangono.

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La situazione si complica in relazione alla forza dei cicli. Infatti il tasso di natalità dei pulcini contro il tasso di mortalità delle galline investite apre a vari scenari:..

la popolazione delle galline può crescere esponenzialmente, collassare o stabilizzarsi perché entra in gioco anche l’elemento “ritardo” tra la nascita dei pulcini e i tentativi di attraversare la strada.

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Le retroazioni non sono immediate ma intercorre un lasso di tempo ossia un ritardo tra il momento in cui si ha l’effetto e il momento in cui tale effetto viene preso in considerazione per modificare il sistema.

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Risulta evidente che i ritardi possono generare sia una vantaggiosa stabilità in un sistema ma anche creare una situazione di rigidità nel sistema stesso: ci vuol tempo, per esempio, per costruire la fiducia in una comunità come ci vuol tempo se uno studente deve migliorare i voti per gli esami o se si vuol rimboschire una collina.

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Il “ritardo” può generare grandi oscillazioni quando i sistemi sono lenti a reagire: è capitato a tutti si rimane scottati o gelati mentre si fa la doccia e “litigare” con i rubinetti per regolare l’acqua calda o fredda .

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È tra queste interazioni tra scorte, flussi, feedback e ritardi che nascono i sistemi adattativi complessi:  adattativi perché si evolvono con il tempo e complessi per l’ imprevedibilità del loro comportamento emergente.

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Come ebbe a dire l’economista Orit Gal, “la teoria della complessità ci insegna che gli eventi più importanti rappresentano la maturazione e la convergenza di tendenze sottostanti: riflettono il cambiamento che si è già verificato all’interno del sistema“.

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Molti eventi che sembrano improvvisi in realtà sono la repentina manifestazione di pressioni accumulate nel tempo nel sistema – come il collasso della Lehman Brothers nel 2008.

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Negli ultimi 150 anni, molti economisti avevano ben intuito la complessità dell’economia e, senza successo, cercarono di mettere da parte il pensiero economico basato sull’equilibrio e le scienze fisiche.

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Erano consapevoli del fatto  che le teorie economiche si basavano su analisi dei sistemi estremamente limitate e fondate su assunzioni molto rigide sui modi in cui si comportano i mercati (competizione perfetta, rendimenti, piena informazione, razionalità degli attori del mercato, etc).

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Cominciamo – come ci esorta Kate Raworth – a pensare l’economia in modo sistemico e ci ricorda che:

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il pensiero dell’equilibrio porta con sè il concetto di esternalità che sono gli effetti collaterali , positivi o negativi  derivanti dall’attività economica che impattano sul benessere della collettività o di altre imprese.

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Gli effetti negativi sono dei veri e propri  costi “esterni” (per esempio l’inquinamento o danni ambientali) di cui le teorie economiche non tengono conto ma che, con la globalizzazione, sono stati amplificati generando gravi crisi sociali ed ecologiche.

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Ora parleremo di bolle, boom e  crolli: la dinamica della finanza.

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Le bolle sono il fenomeno in cui il prezzo di un bene continua a salire fino a esplodere.

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È celebre la bolla speculativa, in Inghilterra, sulle azioni della South Sea Company.** Bolla che esplose nel 1720 e che ebbe, come vittima illustre, proprio Isaac Newton che non seppe resistere alle tentazioni del mercato e investì, per poi perdere, i risparmi di una vita.

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Il padre della meccanica era stato disorientato dalla complessità  e commentò amaramente:

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“Posso calcolare il movimento delle stelle ma non la pazzia degli uomini”.

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In realtà paghiamo tutti noi l’incapacità di comprendere i sistemi dinamici.

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Nella finanza è emblematico il crollo del 2008 quando la Lehman Brothers – che allora era la quarta banca d’affari in USA – annunciò il fallimento e trascinò nel baratro la borsa e successivamente i mercati di tutto il mondo.

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Ne intravide l’avvisaglia l’economista Steve Keen che sostenne che “provare ad analizzare il capitalismo escludendo banche, debito e denaro e come cercare di analizzare gli uccelli ignorando che hanno le ali”.

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Non a caso dopo il 2008, molti esperti cercarono di approfondire i lavori dell’economista statunitense – noto per la sua teoria del 1975 dell’instabilità finanziaria e sulle cause delle crisi dei mercati – Hyman Minsky ** che metteva l’analisi dinamica al centro della macroeconomia.

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Minsky sosteneva che la stabilità genera instabilità.

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Perché?

Continua a leggere e lo scopriamo insieme.

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Vediamo la spiegazione con i feedback.

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Nei periodi positivi il mercato acquisisce fiducia portandolo a essere propenso ad assumersi rischi e prendere denaro in prestito e fare investimenti. I prezzi delle abitazioni e di altri beni inizieranno a salire generando ulteriore fiducia nel mercato. In questi periodi di forte espansione si sviluppa un boom di investimenti speculativi.

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Ma prima o poi i prezzi non staranno più al passo con le aspettative causando l’insolvenza dei mutui e il calo del valore dei beni. Il panico degli investitori ne provocherà la vendita massiccia. Il settore finanziario diverrà insolvente, provocando un crollo, chiamato appunto “Momento Minsky“.

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I boom di investimenti speculativi rappresentano l’instabilità di fondo nell’economia capitalistica.*

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Dopo il crollo gradualmente la fiducia ritornerà e il processo ripartirà in un ciclo graduale.

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Cosa insegna il crollo del 2008?

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La struttura di un network finanziario può essere punto di forza ma anche di debolezza: si rivela efficace se si comporta come ammortizzatore ma può anche trasformarsi in un amplificatore degli shock.

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Come ammise nel suo discorso del 2011 Gordon Brown, primo ministro britannico all’epoca della crisi finanziaria, abbiamo creato un sistema di monitoraggio che osservava le singole istituzioni. Quello fu il grande errore. Non abbiamo capito che il rischio era diffuso nel sistema, non abbiamo capito il coinvolgimento reciproco delle diverse istituzioni e quando globali fossero le cose.**

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La buona notizia è che avvieranno nuovi modelli dinamici dei mercati finanziari: nel team figurano Steve Keen, l’economista che intravide i presupposti del crollo finanziario del 2008 e Russell Standish, programmatore informatico: il programma per computer sulla dinamica dei sistemi non poteva che chiamarsi “Minsky”** e terrà conto dei feedback delle banche, del debito e del denaro.

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Finalmente un approccio alla complessità per comprendere gli effetti dei mercati finanziari sulla macro-economia.

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Termina qui questo articolo che è stato piuttosto “complesso”.
Ti aspettiamo con la prossima puntata e parleremo della dinamica della diseguaglianza.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ L’umanità ideale in tre immagini

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 12 – terza parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

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3a mossa, Coltivare la natura umana

Passare dall’Uomo economico razionale

a Esseri umani sociali adattabili

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L’umanità ideale in tre immagini

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Kate Raworth ci esorta a coltivare la natura umana che abbiamo trascurato da troppo tempo perché impegnati a ricalcare il modello dell’uomo economico.

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Per poter vivere in armonia con il pianeta che è la “nostra casa”, dobbiamo ricordarci che: 

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1. siamo esseri sociali e riconoscenti (e non strettamente egoistici)

2. abbiamo valori fluidi (e non gusti fissi)

3. siamo interdipendenti (e non isolati)

4. siamo approssimativi (e non calcolatori)

5. siamo parte della biosfera (e non dominatori della natura)

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.Come abbiamo visto nei nostri precedenti articoli qui e qui, dobbiamo desiderare di cambiare per poterci garantire uno spazio operativo sicuro per l’umanità.

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Come possiamo attuare i necessari cambiamenti?

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Le politiche economiche tradizionali portano a credere che un modo affidabile per cambiare il comportamento delle persone sia quello di intervenire sui prezzi: per creare mercati, per assegnare diritti di proprietà o applicare leggi.

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In molti casi però avvalersi dei prezzi come soluzione risulta essere una leva troppo sopravalutata dagli economisti del XX secolo che hanno invece sottovalutato il ruolo dei nostri valori, senso di reciprocità, network ed euristiche.

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In alcuni casi si mettono a rischio situazioni o progetti proprio quando si dà loro un prezzo.

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Nel 1970 Richard Titmuss evidenziò nel suo libro “The Gift Relationship” * – La relazione del dono – un’indagine sulle donazioni di sangue:  emerse che la qualità del sangue era migliore in Gran Bretagna con i volontari senza compenso rispetto a quella degli Stati Uniti dove invece i donatori erano pagati.

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Quindi c’è da chiedersi: .

gli incentivi in denaro servono a rafforzare nelle persone “le motivazioni ad agire” o invece le spengono se si sostituiscono con il denaro?

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Il filosofo Sandel ha esposto le proprie preoccupazioni: il denaro può erodere valori e regole sociali trasformandole in regole di mercato.

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J. Rode,E. E. Gómez-Baggethun e T. Krause si sono occupati di questo fenomeno con la ricerca “Motivation crowding by economic incentives in conservation policy: a review of the empirical evidence”.*

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Il rapporto mostra che spesso iniziative politiche in ambito sociale – per esempio progetti di tutela ambientale che possono essere raccogliere rifiuti, piantare alberi o moderare il consumo di legname –  con incentivi monetari non danno il risultato sperato.

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Kate Raworth suggerisce di avvalersi di mezzi più efficaci per motivare i cambiamenti comportamentali che si fondano su reciprocità, valori, accorgimenti e network.

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Puntare su incentivi, network e regole

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Gli incentivi – intesi come spinte comportamentali o accorgimenti – e gli effetti del network spesso funzionano perché si basano su regole e valori come senso del dovere, rispetto e attenzione.

Se vogliamo fare un esempio per l’acqua e/o l’energia, sono sufficienti semplici accorgimenti come installare timer per la doccia e per l’illuminazione.

In questo modo negli edifici sia pubblici che privati si possono ridurre i consumi e/o evitare lo spreco di acqua o energia.

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Gli effetti del network influenzano notevolmente i comportamenti sociali ed ecologici. Per citare un esempio, quando la giovane attivista pakistana Malala Yousafzai divenne nota per il suo impegno contro la sopraffazione dei bambini e a favore dell’istruzione, ispirò milioni di ragazze a reclamare il diritto di andare a scuola.

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Per rendersi conto della forza dei valori insiti negli esseri umani, si può far riferimento all’indagine di un gruppo di ricercatori statunitensi che cercava il modo per incentivare comportamenti ecologici. 

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Vennero esposti alcuni cartelli in una stazione di servizio che invitavano gli automobilisti a fare un controllo gratuito delle gomme. 

Le scritte sui cartelli facevano leva su motivazioni differenti: alcune su quella del risparmio economico, altre sulla tutela ambientale e altre ancora sulla sicurezza stradale.

II risultati migliori si ebbero quando vennero esposti i cartelli che dicevano:  

“Ci tieni all’ambiente? Controlla la pressione delle gomme!”

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Richiamare i valori che possono far più presa fa una notevole differenza.

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Anche l’attivazione di norme sociali può avere effetti di ampia portata e alcuni esperti di comportamenti sociali sostengono che l’approccio più efficace consiste nel connettersi con i valori e le identità delle persone piuttosto che con il denaro.

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Ricominciamo a incontrarci

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La nostra sfida è abbandonare il ritratto dell’uomo economico.

A quali immagini sarebbe auspicabile  ispirarci per disegnare un nuovo autoritratto economico?

Lo ha scoperto Kate Raworth  che, nel corso del tempo, ha posto questa domanda a studenti, manager, politici.

Le immagini hanno un grande potere perché evocano valori molto forti e Kate ha rilevato che sono essenzialmente tre le figure che nel sentire degli intervistati descrivono l’umanità:

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una comunità perché noi esseri umani siamo una specie tra le più sociali e dipendiamo gli uni dagli altri;

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un seminatore-mietitore perché è una figura che ci porta al concetto di integrazione con tutto il mondo vivente dal quale dipendiamo;

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gli acrobati in quanto rappresentano la nostra capacità di avere fiducia, di rapportarci e di cooperare con gli altri per raggiungere risultati che da soli non si possono ottenere.

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Concludiamo con le parole di Kate Raworth:

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“Abbiamo già sprecato 200 anni osservando il ritratto sbagliato di noi stessi con l’uomo economico, con soldi in mano, calcolatrice in testa, natura sotto i piedi e un appetito insaziabile nel cuore.

È giunto il momento di diventare persone capaci di prosperare e di impegnarci a interagire tra noi e con questa nostra casa vivente che non è solo nostra.

Adam Smith affermava che l’uomo ama trasportare, barattare e scambiare ma diceva anche che noi e le società prosperiamo quando mostriamo la nostra umanità, giustizia, generosità e senso civico”.

Se ti è piaciuto questo articolo, condividilo con i tuoi amici..

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Proseguiamo la prossima volta per conoscere l’equilibrio meccanico.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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