⭕ Verso la prosperità

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 20, seconda parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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7a mossa, Essere agnostici sulla crescita

Passare da “dipendenti”

a “agnostici riguardo alla crescita”

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Verso la prosperità

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Ci siamo lasciati con il dilemma se continuare a volare o atterrare.

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E quindi eccoci qui, sul nostro aereo-economia: se non faremo nulla il volo continuerà verso la direzione dell’economia degenerativa e divisiva e sicuramente non porterà nulla di buono.

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Se invece decidiamo di cambiare direzione e seguire il percorso di un’economia rigenerativa e distributiva per principio si presentano nuove domande e allo stesso tempo bisogna affrontare una serie di radicali ed enormi trasformazioni.

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Cosa succederà al Pil?

Aumenterà o diminuirà nei paesi ad alto reddito?

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Certo è che occorre attraversare un impegnativo periodo di transizione: richiede la trasformazione di molti settori, della finanza, della produzione del cibo e implica una forte contrazione di industrie minerarie, cessazione della produzione di combustili fossili.

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Al contempo si devono pianificare investimenti a lungo termine delle energie rinnovabili, trasporti pubblici, ammodernamento degli edifici.

Occorre si investa nelle fonti di ricchezza – naturale, umana, culturale e fisica – dalle quali scaturiscono tutti i valori, che siano monetizzati o no.

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In realtà, come si comporterà il Pil quando realizzeremo questa transizione, verso lo spazio sicuro ed equo della Ciambella, non si può prevedere.

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La questione è che le economie capitalistiche negli ultimi due secoli sono state strutturate (leggi, istituzioni, politiche e valori) in modo da aspettarsi e chiedere una continua crescita e l’aereo-economia si ritrova così in una situazione di stallo: abbiamo bisogno di crescere ma che non ci fa prosperare e, viceversa, se puntiamo a prosperare non si può crescere.

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Proseguendo nella lettura ti renderai conto che l’aereo-economia ha creato forme di dipendenza dalla crescita ovunque: nelle istituzioni, nelle politiche, nella finanza e nella cultura a livello sociale.

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La soluzione è “imparare ad atterrare” ricorrendo al pensiero sistemico.

Certo, i piloti-economisti non stati preparati per questo e non hanno esperienza per far atterrare l’aereo-economia ma, come dice l’economista Peter Victor, meglio “rallentare per principio e non per disastro”**.

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La crescita del Pil deriva da un ciclo di feedback positivi che alla fine incontrerà un limite ossia un feedback negativo. Il limite è la capacità di sopportazione del mondo vivente.

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Come gestirebbe questa complicata situazione un pensatore sistemico?

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Assuefatti dalla finanza: “E io cosa ci guadagno?”

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Ogni decisione nel mondo della finanza gira intorno a una domanda:

cosa ci guadagniamo?

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La ricerca del guadagno è la filosofia dell’economia capitalistica dal suo sorgere nell’Inghilterra nel XIX. La cosa sorprendente è che “il meccanismo messo in moto dal movente del guadagno” scrisse Karl Polanyi “era paragonabile per efficacia, solo alle più potenti esplosioni di fervore religioso della storia. Nell’arco di una generazione, l’intera umanità fu assoggettata alla sua fortissima influenza.*

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Prima ancora di Karl Polanyi, ne parlò Karl Marx, “il denaro crea denaro” * e, andando ancora più a ritroso, troviamo il pensiero di Aristotele che distingueva  l’economia – la nobile arte della gestione del nucleo domestico – dalla crematistica – la pericolosa arte di accumulare la ricchezza.

“Il denaro è stato concepito per essere usato nello scambio non per aumentare grazie agli interessi.”

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“Di tutti i modi in cui ci si può arricchire questo è il più innaturale”.

(“Politica” Aristotele IV secolo a.C.*)

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La ricerca del guadagno – vedi i ritorni agli azionisti, il commercio speculativo e i prestiti a interessi – genera la dipendenza dal Pil e si innesta nel profondo del sistema finanziario.

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John Fullerton, ex-banchiere di Wall Street spiega che il sistema finanziario è basato sull’espansione economica non compatibile in un sistema- pianeta chiuso eppure la finanza non ha un tetto.*

Per questo John Fullerton assieme a Tim MacDonald si sono chiesti come le imprese rigenerative possano sottrarsi alla pressione a dover crescere esercitata dagli azionisti.

Hanno ideato una innovativa filosofia finanziaria. “Evergreen Direct Investing”* (EDI) è una forma di investimento per essere liberi dalla tirannia della massimizzazione del valore per gli azionisti.

Il programma ha una visione a lungo termine, come i fondi pensionistici, non prevede di pagare agli azionisti i dividendi (che sono basati sui profitti) ma distribuisce ritorni finanziari “accettabili” da imprese mature e con crescita bassa o nulla. Invece di pagare agli azionisti dividendi basati sui profitti, l’impresa assegna per sempre una quota del suo flusso di reddito agli investitori.

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Il fatto è che abbiamo un concetto riguardo all’aspettativa di guadagno infinito che va contro le leggi del nostro mondo.

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Che idea abbiamo del denaro?

Spesso è considerato esso stesso un bene e non viene investito.

In un contesto di economia rigenerativa quali caratteristiche dovrebbe avere per essere in linea con il mondo vivente?

Come si possono stimolare gli investimenti nei beni comuni o nell’economia circolare o nelle energie rinnovabili?

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Una soluzione può essere una “controstallia” e cioè una piccola tassa che si paga per il possesso del denaro, in modo che più si detiene e più perde valore.

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Il concetto fu introdotto dal tedesco Silvio Gesell**, economista e uomo d’affari.

Nel 1916 scrisse “The Natural Economic Order”  dove affermava che “se vogliamo che i soldi siano un mezzo di scambio migliore dobbiamo renderli delle merci peggiori”. *

Per quanto sembri un modo di intendere il denaro stravagante e irrealizzabile, la “controstallia” fu utilizzata negli anni Trenta in Germania e Austria a livello cittadino proprio per rinvigorire l’economia locale.

Il governo nazionale però interruppe l’iniziativa temendo di perdere il potere di creare denaro.

Dopo una ventina d’anni, J.M. Keynes fu molto interessato alle tesi di Gesell e gli dedica un paragrafo nella sua opera più importante Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” ** e lo definisce uno «strano e immeritatamente trascurato profeta».

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Invece di incentivare i consumi di oggi, la proposta di avere una moneta dotata di “controstallia” stimolerebbe gli investimenti rigenerativi di domani.

Cambiare mentalità riguardo al denaro, fa cambiare l’economia: il principio è di trasformare le aspettative finanziarie sostituendo la ricerca del guadagno alla ricerca del mantenimento del valore. Un esempio è investire in piani rigenerativi come le riforestazioni.*

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Certamente progettare una controstallia nella valuta porta con sé molte domande circa le sue implicazioni per l’inflazione, tassi di scambio, fondi pensionistici: sono proprio le domande che bisogna prendere in esame, per favorire la creazione di una finanza adeguata a un’economia prospera invece che in continua crescita.

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Politicamente assuefatti: speranza, paura e potere

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Come abbiamo visto fino ad ora, la crescita economica, a partire da metà del XX secolo, diviene una necessità politica generata essenzialmente da tre motivi:

la speranza di far crescere gli introiti senza dover aumentare le tasse, la paura della disoccupazione e il potere delle foto di famiglia del G20.

Vediamoli nel dettaglio.

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La speranza di far crescere gli introiti senza alzare le tasse

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Una nazione dipende necessariamente dai fondi pubblici per investire nei beni e servizi per la collettività.

Per avere consenso i governi, si sa, sono sempre poco propensi ad alzare le tasse auspicando che sia il Pil a rimpinguare le casse dello Stato attraverso i gettiti fiscali. 

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Ecco le possibili soluzioni per superare la dipendenza dalle entrate fiscali generate dalla crescita:

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Primo, si dovrebbe far passare lo scopo effettivo delle tasse e ottenere consenso sociale.

Per fare questo occorre rivedere prima di tutto il linguaggio come segnala l’esperto di linguistica cognitiva George Lakoff. Nei discorsi politici spesso, per ottenere un facile consenso popolare, si chiede che si sia un “alleggerimento fiscale”. L’altra parte politica dovrebbe evitare di dichiararsi contraria.* È meglio argomentare queste improbabili promesse, proponendo una “giustizia sociale”.

Stesso dicasi quando si parla di “spesa pubblica” che fa pensare a un esborso infinito. Meglio definire “investimenti pubblici” per realizzare beni e servizi finalizzati al benessere collettivo.

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Secondo, mettere fine ai paradisi fiscali dei colossi del business. Questi paradisi stanno facilitando la perdita di oltre 100 miliardi di dollari di entrate fiscali in tutto il mondo. Un terzo della ricchezza offshore si trova nei paradisi fiscali collegati al Regno Unito dove non è dichiarata e non tassata.* La Global Alliance for Tax Justice è movimento per la giustizia fiscale. Si batte per avere sistemi fiscali progressivi e redistributivi.*

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Terzo, spostare la tassazione “dai flussi di reddito” agli “accumuli di ricchezza” (proprietà immobiliari e asset finanziari).

In questo modo si avrebbe come effetto il ridimensionamento del ruolo giocato dal Pil per garantire allo Stato un gettito fiscale. Le riforme fiscali che vanno in direzione di tasse progressive vengono molto poco tollerate dalle lobby perciò è necessario un forte impegno civico nella promozione e nella difesa di queste politiche.

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La paura della disoccupazione

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La diffusa disoccupazione porta con sé il seme dei conflitti sociali.

Fu per questo che, con la Grande Depressione, J.M. Keynes doveva trovare una risposta alla grave disoccupazione. L’obiettivo dell’economia divenne la crescita del Pil in quanto un’economia in espansione consentiva di creare la piena occupazione.

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Nel XXI secolo con la crescente robotizzazione del lavoro in tutti i settori, non è più pensabile che sia la crescita economica a compensare i licenziamenti dovuti all’automazione. Emerge l’opportunità di introdurre un reddito di base per tutti.

Ci sono altri interventi per risolvere la questione della disoccupazione, come quello della riduzione dell’orario di lavoro. Il passaggio a orari di lavoro retribuito molto più brevi offre una nuova via d’uscita dalle molteplici crisi che affrontiamo oggi. Molti di noi consumano ben oltre i propri mezzi economici e ben oltre i limiti dell’ambiente naturale, ma in modi che non riescono a migliorare il nostro benessere – e nel frattempo molti altri soffrono la povertà e la fame. La continua crescita economica nei paesi ad alto reddito renderà impossibile raggiungere obiettivi urgenti di riduzione del carbonio. * 

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Per applicare nuove misure però occorre procedere a una trasformazione dell’economia del lavoro: partendo dai sistemi fiscali e assicurativi:  i datori di lavoro per esempio dovrebbero avere convenienza quando assumo personale.

Poi ci sono le cooperative di lavoratori che si dimostrano più attente a prevenire i licenziamenti e sono una risposta adattativa a fronte di una domanda fluttuante.*

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Per incentivare il passaggio a economie più distributive e rigenerative si possono applicare misure politiche adeguate come spostare la tassazione ossia non tassare il lavoro ma l’uso delle risorse: questo porterebbe le aziende a cambiare la prospettiva: anziché ricercare modi per produrre di più con meno personale, si punterebbe alla riparazione e la rigenerazione di prodotti usando meno materiali magari creando nuovi posti di lavoro.

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Queste misure aiuterebbero a cambiare mentalità rispetto alla dipendenza dal Pil e diventare agnostiche sulla crescita?

Sicuramente servono esperimenti innovativi e studi più approfonditi.

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Il potere delle foto di famiglia del G20

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La foto dei leader al summit del G20 è emblematica: in uno scatto una nazione può vedersi rappresentata per il suo potere geopolitico che corrisponde alla crescita economica.

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E se la misurazione potesse cambiare e sia considerata di successo un’economia che prospera in equilibrio?

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In questo caso la ricchezza non potrà essere valutabile solo attraverso il denaro.

In alternativa al Pil, ci sono proposte di nuovi indici per misurare il benessere di una nazione.

Per esempio l’HDI – Human Development Index – ideatodel 1990 dall’ONU* i cui criteri di valutazione sono la salute, l’istruzione e reddito pro capite. Altri indicatori nel mondo sono “Happy Planet Index”** o “Inclusive Wealth Index”**, “Social Progress Index”**.

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Ci sono anche alternative alla competizione ossia iniziative strategiche volte a promuovere la collaborazione. Un esempio è il network C40, una rete globale di grandi città che operano per sviluppare e implementare politiche e programmi volti alla riduzione dell’emissione di gas serra e dei danni e dei rischi ambientali causati dai cambiamenti climatici.**

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Oggi il Pil ha le sue regole: é portatore di potere commerciale e militare a livello globale.

Una corsa economica per il potere globale è certamente una ragione comprensibile per concentrarsi sulla crescita a lungo termine, ma – spiega Kenneth Rogoff – se tale competizione è davvero una giustificazione centrale per questa attenzione, allora abbiamo bisogno di riesaminare i modelli macroeconomici standard, che ignorano completamente questo argomento.*

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Il punto è che occorrono pensatori innovativi nel settore delle relazioni internazionali per elaborare strategie che diano inizio a una governance globale agnostica della crescita.

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Socialmente dipendenti: qualcosa a cui aspirare

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I paesi industrializzati sono dipendenti e ossessionati dalla crescita del Pil: ci ritroviamo a vivere in una cultura basata sul consumismo e con crescenti tensioni dovute alle disuguaglianze.

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Fu davvero scaltro Edward Bernays che intuì il potenziale della conoscenza della psicologia umana e costruì il suo impero creando un metodo di persuasione utilizzando gli scritti sugli studi della psicoterapia di suo zio Sigmund Freud.

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Bernays, come abbiamo visto qui, ha trasformato la cultura del consumo in stile di vita.

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La pubblicità non è semplicemente un insieme di messaggi in competizione: è un linguaggio di per sé che viene continuamente utilizzato per fare la solita proposta generale – spiega il teorico dei media John Berger – propone che ognuno di noi trasformi se stesso, e la propria vita, comprando qualcos’altro.*

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Come possiamo liberarci da questi comportamenti?

I Paesi nordici hanno vietato le pubblicità rivolte ai bambini sotto i 12 anni e altri paesi hanno eliminato i cartelloni pubblicitari lungo le strade. Tuttavia quella più insidiosa e sempre più diffusa è la pubblicità online perché ha la peculiarità di essere personalizzata.

Purtroppo si aggiunge il fatto che per le comunità digitali la pubblicità è un mezzo di vitale importanza in quanto si è creata una sorta di dipendenza finanziaria.

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Ma in definitiva perché abbiamo questo bisogno insaziabile alla crescita?

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Da un lato abbiamo una scuola di pensiero che ritiene che “quando la torta economica cresce, le persone sono disposte a rispettare lo stato di diritto, le regole della maggioranza, i diritti delle minoranze, ecc.

Quando la torta economica cessa di crescere, le persone e le nazioni diventano predoni.”*

Per altri invece la crescita del Pil è un espediente per rimandare continuamente il bisogno di redistribuire.

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Secondo l’analisi di Kate Raworth, dopo aver consultato un importante esponente dell’economia della complessità, “abbiamo una forte spinta alla crescita perché le persone hanno bisogno di qualcosa a cui aspirare”.

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Se fosse vivo Edward Bernays che tanto ha studiato sulla psicologia umana per indurci a consumare, quali valori cercherebbe di attivare? A cosa potremmo aspirare che non sia il possedere di più?

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“I nostri eccessi sono il migliore indizio. Ogni volta che siamo eccessivi – afferma Adam Philips, psicanalista – nelle nostre vite dimostriamo una privazione di cui non siamo ancora consapevoli. I nostri eccessi sono il migliore indizio che abbiamo riguardo alla nostra stessa povertà, e il nostro modo migliore per nasconderla”. *

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Attraverso il consumismo nascondiamo a noi stessi la povertà delle nostre relazioni con gli altri e il mondo vivente. Per Sue Gerhardt, psicoterapeuta e autrice di “Selfish Society *, “abbiamo un’abbondanza materiale ma non un’abbondanza emotiva: a molte persone manca ciò che conta davvero”.*

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Una ricerca della New Economics Foundation, ha sintetizzato in cinque semplici azioni ciò che porta benessere*:

– connettersi alle persone intorno a noi;

– essere attivi fisicamente;

– informarsi sul mondo;

– apprendere nuove abilità;

– dare gli altri.

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Senza dimenticare che molti dei fattori che determinano lo scarso benessere sono incorporati nel nostro sistema economico neoliberista che, dagli anni ’80, è stato progettato e mantenuto dai ricchi per i propri interessi. **

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C’è bisogno di dirigersi verso un progresso morale e sociale – auspica Kate Raworth – dove le persone, non più prigioniere dell’arte di sopravvivere, possano aspirare all’arte di vivere.

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L’aereo economico può atterrare ora che conosce le regole dell’atterraggio: abbiamo visto tutte le forme di dipendenza dalla crescita che sono radicate a livello finanziario, politico, economico e sociale.

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Occorrono piani economici che prevedano la fine della crescita infinita del Pil e prosperare senza questa ossessione.

La metafora migliore non è un aereo come aveva fatto Rostow poiché non è capace di adattarsi a condizioni continuamente mutevoli.

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La metafora per il Pil per il XXI secolo è un abile windsurfer che cavalca la sua tavola ed è capace di gestire il vento con la sua vela, pronto a fare continui aggiustamenti, piegando, inclinando e ruotando il corpo, adattandosi all’interazione tra vento e onde.

Serve concepire il Pil come un indicatore che sale o scende e si adegua in risposta a un’economia in continua evoluzione.

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Ben vengano dunque innovatori per immaginare e progettare un’economia idonea all’arte di vivere nello spazio sicuro ed equo della Ciambella, distributiva, rigenerativa e agnostica sulla crescita.

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Ora conosci le azioni che ci avvicinano o ci allontanano dallo spazio equo e sicuro della Ciambella. Ci auguriamo ti sia utile questo lungo e intenso percorso.

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Per avere il riepilogo in immagini di tutto ciò che hai imparato, clicca sul bottone qui sotto:

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Volare, o atterrare: questo è il dilemma

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 20, prima parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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7a mossa, Essere agnostici sulla crescita

Passare da “dipendenti”

a “agnostici riguardo alla crescita”

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Volare, o atterrare: questo è il dilemma

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Possiamo continuare a volare?

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La scorsa volta abbiamo parlato dell’aereo-economia di Rostow.
Kate prosegue con la metafora.

Sull’aereo tra i passeggeri si apre il dibattito, assai appassionato, sulla crescita del Pil: ci sono due convinzioni contrapposte.

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Da un lato abbiamo la fila di coloro schierati a favore del “bisogna continuare a volare” e dicono ben chiaro che la crescita economica è ancora necessaria e quindi deve essere possibile.

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Dall’altra la fila dei seguaci del “bisogna prepararsi all’atterraggio” e sono fermi nel sostenere che la crescita economia non è più possibile e quindi non può essere necessaria.

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Vediamo di approfondire le argomentazioni del primo gruppo

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Nel 1974, in risposta alla pubblicazione del rapporto “I limiti dello sviluppo” commissionato dal Club di Roma, Wilfred Beckerman avanzò una feroce critica con il libro “In defense of Economic Growth”*.

La convinzione di Beckerman è che “se si dovesse abbandonare la crescita come scelta politica, si dovrebbe abbandonare anche la democrazia” e “i costi di una non-crescita deliberata, in termini di trasformazione politica e sociale che la società si dovrebbe accollare, sarebbero astronomici.”

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Della stessa idea sono convinti altri economisti.

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Nel 2005, Benjamin M. Friedman pubblicò “The Moral Conseguences of Economic Growth” – in Italia nel 2006 con “il valore etico della crescita”* con il quale asseriva che i redditi in crescita portano a società più aperte e democratiche. I semplici redditi pro-capite alti non sono una protezione contro una svolta verso la rigidità e l’intolleranza.

È piuttosto quella sensazione di andare avanti e l’espansione economica che alimenta maggiori opportunità, tolleranza, mobilità sociale, equità e democrazia.

L’influente economista Dambisa Moyo ritiene che la crescita economica sia la sfida cruciale del nostro tempo. Senza crescita aumentano l’instabilità politica e sociale, il progresso umano diventa stagnante e la società va in declino*.

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La crescita economica quindi è una necessità politica e sociale a prescindere da quanto un paese sia già ricco – sostengono i seguaci del “bisogna continuare a volare”. Inoltre una nuova espansione economica è già in arrivo e può essere ecologicamente possibile.

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Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, studiosi del «Center for digital business» del Mit di Boston, nel loro libro “La nuova rivoluzione delle macchine” affermano che stiamo entrando a grandi passi nella seconda era delle macchine: i robot consentono una capacità produttiva sempre più alta che porterà una nuova ondata di crescita del Pil.*

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D’altro canto, Onu, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale (FIM), Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo  Economico (OCSE), puntano sulla crescita verde disaccoppiando il Pil dagli impatti ecologici (uso di acqua dolce, fertilizzanti e emissioni gas serra).

In questo modo il Pil continuerebbe a crescere nel tempo mentre l’uso delle risorse ad esso associato diminuirebbe. 

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Vediamo come funziona la teoria del disaccoppiamento (decoupling) nei tre percorsi possibili:

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Disaccoppiamento relativo,

Disaccoppiamento assoluto,

Disaccoppiamento assoluto sufficiente

Il decoupling o disaccoppiamento è la rottura del legame tra pressioni ambientali e beni economici. Si dice relativo quando la crescita economica è in salita mentre vi è un rallentamento delle emissioni di CO2. Si dice assoluto in presenza di una riduzione dell’impatto ambientale anche se il Pil è in crescita.

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Con la strategia del disaccoppiamento relativo, il Pil cresce mentre l’uso delle risorse e gli impatti ambientali sono molto più lenti.

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È bene notare che questo tipo di “crescita verde” è raggiungibile nei paesi a basso reddito in quanto sarebbero sufficienti misure di efficienza idrica ed energetica.

Nei paesi ad alto reddito però, dove i consumi hanno superato di gran lunga la capacità di sopportazione della Terra, il disaccoppiamento relativo non è assolutamente sufficiente. Questi paesi dovrebbero far crescere il Pil con un disaccoppiamento assoluto ossia l’uso delle risorse dovrebbe diminuire con l’aumentare del Pil.

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Se vogliamo vedere la realtà dei fatti, la riduzione della pressione sugli ecosistemi della Terra, soprattutto per quanto riguarda le emissioni di CO2, non sta avvenendo abbastanza in fretta.

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Bisogna che i paesi industrializzati abbiano standard più stringenti quando si parla di crescita verde e affrontare la necessità di applicare un sufficiente disaccoppiamento assoluto per rientrare nei limiti sopportabili del pianeta.

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I seguaci del “bisogna continuare a volare” sostengono che la crescita verde sia perseguibile * mettendo in pratica queste strategie:

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1. passando rapidamente da combustili fossili a energie rinnovabili;

2.passando da un’economia lineare a un’economia circolare ossia un sistema rigenerativo in cui i prodotti a fine uso non siano rifiuti ma siano materiali che possono essere riparati, dedicati a nuovo uso, riciclati;

3.espandendo il settore economico “immateriale” * ossia quello dei prodotti e servizi digitali attraverso l’e-commerce.

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È importante rilevare che la strategia del disaccoppiamento PIL-risorse non é una fase da adottare una tantum ma deve essere perenne.

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Ma siamo sicuri che queste misure possano portare un “disaccoppiamento” tale che nei paesi ad alto reddito la crescita sia sufficientemente verde?

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Con questo quesito, è interessante conoscere le argomentazioni dell’altro gruppo: i seguaci di “bisogna prepararsi all’atterraggio” i quali sono convinti che la crescita verde nei paesi ad alto reddito sia irrealizzabile. Neppure l’attuazione di un disaccoppiamento entro i limiti del pianeta è compatibile con la crescita del Pil.

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Gli economisti mainstream nel XX secolo hanno proposto varie teorie della crescita economica.

In particolare il premio Nobel Robert Solow nel 1956 con il suo modello Solow-Swan attribuiva la crescita economica degli Stati Uniti al progresso tecnologico** inteso come processo che porta nel tempo allo sviluppo della produttività, e quindi all’aumento della ricchezza all’interno di un Paese. Il modello di Solow prendeva in esame la forza lavoro e il capitale ma si mostrava lacunoso poiché si spiegava solo una parte della crescita esponenziale e lasciava non chiarito un imbarazzante “residuo” dell’87%.

Nel frattempo anche Moses Abramovitz,  studioso dello sviluppo economico e prof. alla Stanford university, approfondì le cause della crescita della produttività globale ma la sua analisi lo portò ad ammettere che questo residuo era in realtà una misura della nostra ignoranza sulle cause della crescita economica” *.

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Nel 2009, il fisico R. Ayres e l’economista ambientale B. Warr tracciarono un nuovo modello della crescita economica che, oltre la forza lavoro e il capitale, considerava l’energia o meglio l’exergia** ossia la percentuale dell’energia totale che può essere sfruttata per il lavoro utile, invece di finire dispersa sotto forma di residui e calore.

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Quando venne applicato il modello Ayres-Warr per spiegare la crescita economica esponenziale di paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone e Austria, emerse che il misterioso residuo di Solow attribuito al progresso tecnologico in realtà era dovuto all’aumento di efficienza con cui l’energia viene convertita in lavoro utile.

Gli ultimi due secoli di crescita esponenziale sono dovuti alla disponibilità di energia fossile a basso prezzo.

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I due ricercatori con “Crossing the Energy Divide: Moving from Fossil Fuel Dependence to a Clean-Energy Future”* Attraversare il divario energetico: passare dalla dipendenza dai combustibili fossili a un futuro di energia pulita mostrano come massicci miglioramenti nell’efficienza energetica che consentono di recuperare l’energia dispersa, possano colmare l’economia globale fino a quando le energie rinnovabili pulite potranno sostituire completamente i combustibili fossili.

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 È opinione di David Murphy, economista energetico che i tassi di crescita economica nel futuro non potranno essere gli stessi degli ultimi 100 anni*.

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E, a proposito di crescita verde, il gruppo “bisogna prepararsi  all’atterraggio” avanza perplessità e cita l’analisi dell’economista Gregor Semieniuk: l’economia “immateriale” è solo nel nome.

In realtà la rivoluzione digitale dipende da infrastrutture che comportano un alto consumo di materiali e per funzionare hanno bisogno di molta energia con tutte le implicazioni del caso.*

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Inoltre non è dato per scontato che l’economia immateriale contribuisca così tanto alla crescita del Pil poiché sono in grande espansione una vasta gamma di servizi e prodotti online (istruzione, formazione, intrattenimento, musica, software) di grande valore economico che non viene venduto con un ricavo ma viene condivido a basso costo o addirittura gratuitamente.

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È in grande sviluppo anche l’economia della condivisione (auto, coworking, spazi) e scambi (vestiti, libri, giocattoli). Anche in questo caso esiste un valore economico senza o quasi transazione di mercato. 

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Il Pil è avviato al declino mentre – sostiene Jeremy Rifkin – si sta sviluppando un nuovo e vivace paradigma che misura il valore economico in modo completamente nuovo.*

Dalla prospettiva della società o dei beni comuni questo cambiamento può essere entusiasmante in quanto finalizzato al benessere umano.

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Il tramonto del Pil però non è compatibile per finanza, business e Stato che, per la loro stessa natura, sono strutturati per ottenere introiti monetari.

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I seguaci del “bisogna prepararsi all’atterraggio” affermano che:

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1.la crescita infinita del Pil non è possibile quindi non è necessaria. Occorre passare a un’economia verde e sostenibile senza crescita;

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2.i redditi più alti non rendono più felici come dimostrato dall’economista Richard Easterlin che scoprì che la felicità auto-dichiarata aumentava con il reddito. Ma la cosa sorprendente dell’indagine, nota come il Paradosso di Easterlin** metteva in evidenza che, oltre una certa soglia, nonostante il Pil pro-capite fosse cresciuto, i livelli di felicità erano rimasti invariati se non scesi. “All’interno di un singolo Paese, in un dato momento reddito e felicità soggettiva non sono sempre legati, le persone più ricche non sono sempre le più felici **

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Tuttavia c’è da aggiungere che l’analisi di Easterlin è stata messa in discussione da altri studi. In particolare con le ricerche di Betsey Stevenson e Justin Wolfers emerge che la felicità auto-dichiarata aumenta con l’aumentare del reddito pro-capite e più lentamente se ci si riferisce alla ricchezza del paese*.

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Tenendo per buono il Paradosso di Easterlin, il fatto che la felicità auto-dichiarata rimanga stabile all’aumentare del reddito non ci viene dato sapere cosa succederebbe al livello di felicità se il reddito si stabilizzasse.

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Inoltre c’è da ricordare, come succede in molti paesi ad alto reddito, che la stagnazione dei salari sfocia in conflitti sociali e xenofobia.

Le nostre economie si sono evolute in una prospettiva di crescita ma hanno finito per dipenderne.

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Ora che abbiamo sentito le argomentazioni del gruppo “bisogna continuare a crescere” e quelle del gruppo “bisogna prepararsi all’atterraggio”, quale potrebbe essere la soluzione più efficace?

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Ha provato a tirare le fila Martin Wolf autorevole giornalista finanziario, con il suo articolo sul Financial Time, ponendo sul tavolo del dibattito alcune riflessioni:

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“Il punto più importante dei dibattiti sui cambiamenti climatici e sull’approvvigionamento energetico è che riportano la questione dei limiti. Ecco perché il cambiamento climatico e la sicurezza energetica sono questioni così importanti dal punto di vista geopolitico.

Perché se ci sono limiti alle emissioni, potrebbero esserci anche limiti alla crescita. Ma se ci sono davvero dei limiti alla crescita, le basi politiche del nostro mondo vanno in pezzi. Inoltre il rischio è che possano riemergere intensi conflitti distributivi – anzi, stanno già emergendo – all’interno e tra i paesi.

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La risposta di molti, in particolare ambientalisti e persone con tendenze socialiste, è di accogliere tali conflitti. Questi, credono, sono i dolori del parto di una società globale giusta. Sono fortemente in disaccordo. È molto più probabile che sia un passo verso un mondo caratterizzato da conflitti catastrofici e repressione brutale. Questo è il motivo per cui condivido la risposta ostile dei liberali classici e dei libertari alla nozione stessa di tali limiti, poiché li vedono come la campana a morto di ogni speranza di libertà interna e relazioni estere pacifiche.

Gli ottimisti credono che la crescita economica possa continuare e continuerà. I pessimisti credono o che non lo farà o che non lo farà se vogliamo evitare la distruzione dell’ambiente.

Penso che dobbiamo cercare di sposare ciò che ha senso in queste visioni opposte.

È vitale per le speranze di pace e libertà che sosteniamo l’economia mondiale a somma positiva. 

Ma non è meno vitale affrontare le sfide ambientali e di risorse che l’economia ha lanciato.

Sarà difficile”.*

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La prossima volta vedremo come Kate Raworth ci farà uscire da questo dilemma molto complesso.

Se ti piace questo argomento, condivi l’articolo! Grazie.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ In crescita, verso l’infinito e oltre

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 19

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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7a mossa, Essere agnostici sulla crescita

Passare da “dipendenti”

a “agnostici riguardo alla crescita”

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In salita, verso l’infinito e oltre

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L’obiettivo per il XXI secolo è entrare nella Ciambella cioè nello spazio sicuro e equo mettendo fine a disuguaglianza e degrado ambientale. Due piaghe che le economie in crescita non hanno saputo guarire.

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Nella puntata 7 abbiamo parlato del Pil mettendo in discussione il fatto che sia l’indicatore migliore per indicare il successo di un’economia. La questione però non è solo andare oltre il suo utilizzo perché resta l’ostacolo di dover superare l’assuefazione finanziaria, politica e sociale sulla crescita del Pil.

Kate Raworth spiega che bisogna creare economie che siano agnostiche riguardo alla crescita ossia avere una mentalità che porti a progettare un’economia per far prosperare l’umanità a prescindere dal Pil.

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Il XX secolo ci ha lasciato in eredità un’economia che necessita di crescere senza chiedersi se stesse creando prosperità o meno ed è per questo che ora abbiamo conseguenze sociali e ambientali molto gravi.

La svolta per il XXI secolo è di creare economie che facciano prosperare che crescano o no.

Diventare agnostici sulla crescita richiede perciò di trasformare quelle strutture finanziarie, politiche e sociali che hanno portato le nostre economie a puntare su una crescita continua, fino a dipenderne.

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Troppo pericoloso per disegnarlo

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Kate propone un gioco divertente e molto suggestivo.

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Se si dovesse chiedere a un economista di tracciare su un foglio l’andamento del Pil a lungo termine è molto probabile che si metta tracciare la celebre linea, nota come curva esponenziale, che sale all’infinito. Gli economisti mainstream puntano sul fatto che il Pil debba crescere periodicamente di una percentuale fissa, che sia del 2% o del 9%, purché in salita rispetto alla sua entità precedente.

Avremo quindi tra le mani un disegno con questa linea in salita, sospesa a mezz’aria.

Ma poi? 

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Possiamo ipotizzare che sale all’infinito oppure che a un certo punto inizi ad appiattirsi e stabilizzarsi.

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La prima opzione è piuttosto imbarazzante perché la linea inizierà a crescere molto rapidamente perché siamo nell’ambito di funzioni esponenziali.

Per fare un esempio, se prendiamo un tasso di crescita del 10% di un qualcosa, alla fine del settimo anno sarà semplicemente raddoppiato.
Se vogliamo stare su un tasso ipotetico del 3% questo avverrebbe nel giro di 23 anni.

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Alle implicazioni che ciò porta, potrà sembra incredibile, ma non se ne parla. I libri di testo danno come obiettivo delle politiche economiche la crescita del Pil e non danno mai previsioni su un ciclo nel lungo termine perché costringerebbe gli economisti a confrontarsi sulle assunzioni più profonde riguardo alla crescita.

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Un’analisi tuttavia è stata fatta e risale al 1960 quando W.W. Rostow, economista americano, pubblicò “The Stages of Economic Growth” –  Le fasi di crescita economica.**

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Secondo la teoria di Rostow lo sviluppo economico di un paese è un processo sequenziale a fasi (o stadi) di sviluppo.

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1.La società tradizionale  

2.I presupposti per il decollo

3.Il decollo 

4.La spinta al pieno sviluppo

5.L’era dei grandi consumi di massa

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Tutto inizia con la società tradizionale che basa le attività sul settore primario, agricoltura e artigianato. Vi è assenza di tecnologie.

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Con lo stadio 2 si diffonde l’idea – scrisse Rostow – che non solo il progresso sia possibile ma che il progresso economico sia una condizione necessaria per raggiungere alcuni altri scopi ritenuti positivi come dignità nazionale, profitto privato, benessere generale. L’avvio alla costruzione di infrastrutture per trasporti e comunicazioni, investimenti da parte di imprenditori e la creazione di tutte le condizioni per aprire ai bisogni dell’economia moderna.

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Arriviamo allo stadio 3, il decollo con la sua “crescita come condizione normale”: l’industria e l’agricoltura commerciale dominano l’economia.

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Spiegò Rostow: “Sia la struttura basilare dell’economia sia la struttura sociale e politica della società vengono trasformate perché sia possibile mantenere un tasso di crescita regolare”.

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La spinta al pieno sviluppo consente il fiorire di industrie moderne a prescindere dalle risorse di una nazione. Entriamo così nella fase 5, con l’era dei grandi consumi di massa.

Il modello Rostow lascia un po’ di suspense in riferimento alla questione che viene dopo e su cosa fare quando lo stesso aumento del reddito reale perde il suo fascino.

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Rostow ritenne saggio di non approfondire perché all’epoca stava per diventare consigliere di John F. Kennedy. E indovina cosa aveva promesso in campagna elettorale?

Una crescita economica del 5% e, comprensibilmente, Rostow avrebbe dovuto impegnarsi e mantenere il focus sul come far salire il Pil.

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Kate Raworth suggerisce una metafora molto efficace riguardo al volo dell’aereo-economia: l’aereo di Rostow decolla, si alza in volo con un tasso di salita costante e non si chiede più se e dove atterrerà mai.

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La star del palco con un ruolo inadeguato

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Passiamo alla seconda opzione del gioco con l’economista .

La nostra linea ad un certo punto tende ad appiattirsi e stabilizzarsi su un dato livello.

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Prima ancora che fosse inventato il Pil, i fondatori della teoria economica classica avevano elaborato il concetto che, come tutte le cose,  la fine della crescita economica fosse inevitabile: da Adam Smith a David Ricardo o John Mill, seppure attraverso analisi diverse, tutti intravedevano una fase stazionaria.

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In particolare J. Keynes si spinse a dichiarare che “non è lontano il giorno in cui il problema dell’economia avrà il ruolo di secondo piano che gli compete e le arene della mente e del cuore saranno occupate o rioccupate dai nostri veri problemi – i problemi della vita e delle relazioni umane, della creazione e del comportamento e della religione”.*

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Gli stessi padri dell’economia classica, quindi, se, matita in mano, potessero proseguire la linea curva esponenziale, partirebbero dall’estremità proiettata verso il cielo e la linea comincerebbe a prendere un andamento graduale verso appiattimento.

Come risultato si avrebbe una raffigurazione a S, la cosiddetta  “curva logistica”.

La storia della curva a S inizia nel 1838, quando Pierre F. Verhulst, matematico e statistico, ideò la curva di crescita logistica (o funzione logistica)**, come modello di crescita della popolazione mettendo in relazione l’aumento o diminuzione demografica in rapporto alla disponibilità delle risorse.

La curva a S si estese a molti ambiti scientifici come ecologia, biologia in cui la sua applicazione era funzionale a molti processi naturali. 

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Non fu così per gli economisti per più di un secolo.

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Le cose cambiarono improvvisamente nel 1971 con la pubblicazione de La Legge dell’Entropia e il processo economico * di Nicholas Georgescu Roegen**, uno degli economisti ambientali più geniali. Con il suo lavoro, spiegava della necessità di un appiattimento della crescita dell’economia globale di fronte alla capacità della Terra di sopportare le pressioni sui suoi ecosistemi.

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Georgesch sintentizzava i suoi studi con una frase: “Coloro che credono fermamente che la crescita esponenziale possa durare in eterno in un mondo finito, o è un pazzo o è un economista”.

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Se l’umanità imparerà a muoversi nell’Antropocene senza spingere il nostro pianeta verso una condizione molto più calda, secca e ostile – ci rassicura Kate – anche le economie che creiamo potrebbero continuare a prosperare – non a crescere, ma a prosperare – per millenni, se le gestiremo con saggezza.

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La domanda che possiamo farci ora è:

A che punto siamo sulla curva della crescita?

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Il Pil mondiale dall’inizio del boom economico degli anni Cinquanta è cresciuto oltre di oltre 5 volte e le previsioni dicono che per il futuro continuerà al tasso del 3-4% circa all’anno.

Bisogna comunque tener conto che la crescita globale è costituita da tassi di crescita molto differenti tra le economie.

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È prevedibile che i paesi a basso reddito abbiano tassi di crescita economica molto elevati essendo nella “fase del decollo” come Rostow insegna.

Questi paesi sono in un punto della linea a S** che si appresta a salire. È fondamentale che questi paesi siano supportati a livello internazionale affinché partano con tecnologie avanzate e non inquinanti e con il modello lineare ossia degenerativo che conosciamo bene. Devono essere in grado di convogliare la crescita nella creazione di economie distributive e rigenerative per principio e cominciare a portare i loro abitanti nello spazio equo e sostenibile.

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Discorso diverso per i paesi industrializzati in cui l’aumento della popolazione è molto basso.** La crescita del Pil nei paesi ad alto reddito è molto rallentata e le disuguaglianze sono aumentate.

A livello globale l’impronta ecologica** dei paesi industrializzati mette in evidenza che, di anno in anno, si oltrepassa la capacità della Terra di garantire le risorse naturali – overshoot day** – poiché si produce e si consuma come se si avessero a disposizione quattro pianeti.

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È palese la contraddizione: da un lato i paesi industrializzati dichiarano di puntare a entrare nello spazio equo e sicuro della Ciambella e d’altro hanno ancora come obiettivo di far crescere il Pil e, per dirla con l’ironia di Kate Raworth, ci possiamo trovare a “distruggere il nido per nutrire il cuculo”.

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Le economie avanzate sono forse arrivate all’apice della curva a S?

È possibile una crescita verde?

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La prossima volta vedremo come risponde Kate Raworth.

Continua a seguirci e se trovi interessante l’Economia della Ciambella, condividi questo articolo!

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Rigeneriamoci: ecco cosa serve

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 18, seconda parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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6a mossa, Creare per rigenerare

Passare da “la crescita ripulirà”

a rigenerativi per progetto

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Rigeneriamoci: ecco cosa serve

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In cerca dell’economista generoso

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Ma perché dovremmo dare aria pulita in città?

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È la reazione di una importante impresa di costruzioni a cui ha assistito Janine Benyus, studiosa di  biomimesi durante la progettazione per il rinnovamento dei sobborghi di una grande città. La proposta di Benyus era quella di realizzare gli edifici i cui muri biomimetici avrebbero sequestrato CO2 e rilasciato ossigeno e filtrato l’aria circostante.

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È la mentalità di un modello capitalistico che ha come unica forma di valore quello finanziario e deve render conto solo agli azionisti.

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I progettisti rigenerativi invece si chiedono quali benefici potrebbero aggiungere ai loro interventi e a volte può essere anche molto redditizio.

Il riutilizzo e l’efficiente utilizzo delle risorse è nell’essenza dell’economia circolare e dunque un vantaggio economico. 

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Perché si affermi la progettazione industriale rigenerativa è necessario che sia sostenuta innanzitutto da una progettazione economica rigenerativa e il processo di riprogettazione necessita di esperimenti innovativi.

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Il futuro circolare è aperto

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L’economia circolare per sua natura deve essere sviluppata creando conoscenza condivisa per liberare il potenziale della manifattura circolare. Per questo scopo è stato avviato l’Open Source Circular Economy (OSCE). È un network di innovatori, progettisti e attivisti che condivide saperi.

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I principi per una economia circolare veramente rigenerativa presuppongono trasparenza e sono:

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. creare prodotti facili da smontare, assemblare;

. progettare componenti di forma e dimensioni comuni;

. piena accessibilità alle informazioni sulla composizione dei materiali e sui modi per usarli;

. documentare la dislocazione e disponibilità dei materiali.

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Sam Muirhead, attivista per lo sviluppo di idee collaborative**, trasparenti ed etiche del movimento Free / Libre Open Source – con particolare attenzione alle arti – é l’ ispiratore dell’OSCE e afferma:  “Ogni giorno i beni comuni della conoscenza crescono e diventano più utili. Una volta che le persone si impadroniscono dell’idea provano a creare nuove applicazioni. E questo vale anche per il potenziale dell’economia circolare” .

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Anche Janine Benyus, esperta di biomimesi, crede fortemente nei beni comuni della conoscenza. Ha aperto il sito asknature.org* e aiuta gli innovatori a imparare ed emulare modelli naturali al fine di promuovere la progettazione di sistemi umani, prodotti, processi e politiche sostenibili.

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Ridefinire il business del business

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“La responsabilità sociale del business è di incrementare i profitti”* questo era l’affermazione di Milton Friedman in un’intervista nel 1970*.

Anche se può sembra un’utopia non la pensava così Anita Roddick, grande imprenditrice visionaria, che nel 1976 anticipò un business socialmente e ecologicamente rigenerativo.*

Aprì inizialmente un negozio, Body Shop, in Inghilterra. Ciò che caratterizzava la produzione di cosmetici naturali di Anita Roddick era il fatto che erano a base vegetale, non testati su animali e la confezione (flacone e scatole) erano riutilizzata. Fu tra le prime aziende che pagavano un prezzo equo alle comunità in tutto il mondo per la fornitura di cacao, olio di noce brasiliana e erbe essiccate.  Fu tra le prime aziende a investire nell’energia eolica.

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Gli affari andavano decisamente bene e così parte dei profitti erano destinati alla “The Body Shop Foundation” l’organizzazione impegnata per cause sociali e ambientali.

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Perché faceva tutto questo Anita Roddick?

Lo spiegava così: “Voglio lavorare per un’azienda che doni alla comunità e che  ne sia parte.”

Quello che oggi si chiama “scopo vitale” di un’azienda.

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Anita Roddick ha dimostrato che un’azienda può essere molto di più del puro business anzi potremmo dire che il business del business sia contribuire a creare un mondo di prosperità.

Oggi le imprese più innovative si ispirano a questa visione, sono imprese che hanno uno scopo sociale o esercitano attività a beneficio della comunità, come le società benefit, rigenerative per principio.**

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La finanza al servizio della vita

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Un business con uno “scopo vitale” deve necessariamente avere una fonte finanziaria allineata con la mission e che si mettano in conto risultati a lungo termine per creare valori – umani, sociali, culturali e fisici – insieme a un equo ritorno finanziario.

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È quel che imparò anche Anita Roddick quando quotò in borsa la sua impresa: i dissapori con i suoi azionisti furono evidenti.

Come può essere finanziata un’impresa rigenerativa per realizzare il suo scopo vitale deve essere finanziata per adempiere?

È di questo che si occupa John Fullerton, un economista non convenzionale. Dopo una carriera di successo a Wall Street, dove era un amministratore delegato JPMorgan si dimise nel 2001 giungendo alla consapevolezza che il sistema economico è la causa della crisi ecologica ed è la finanza che guida il sistema economico. Fullerton è convinto che non basta limitare la finanza speculativa, occorre promuovere anche una finanza basata su investimenti a lungo termine.

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Per questo si è impegnato per progettare una “finanza rigenerativa” con l’obiettivo di utilizzare risparmi e crediti in investimenti produttivi che generano valori sociali ed ecologici nel lungo termine.

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Esistono esempi concreti di “banche rigenerative”* che hanno la missione di usare il denaro per generare cambiamenti positivi in ambito sociale, ambientale e culturale: la banca olandese Triodos oppure la Florida First Green Bank.

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Bisogna pensare a una finanza al servizio della vita: non solo riprogettazione degli investimenti ma anche riprogettazione della moneta. Come abbiamo visto qui.

Bernard Lietaer, espero di monete complementari, ha modificato radicalmente Rabot, il quartiere più fatiscente di Gand, in Belgio.* La sfida era di passare dal degrado a un quartiere piacevole in cui vivere con molto verde.

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La primo passo di Lietaer è stato di chiedere ai residenti cosa desiderassero. Alla risposta di avere piccoli orti sociali, un sito industriale abbandonato è stato frazionato e piccoli lotti sono stati dati ai cittadini dietro pagamento di un piccolo canone di affitto. La particolarità dell’operazione è che l’affitto era con una nuova moneta in “Torekes”, (“piccole torri” a evocare i palazzoni del quartiere).

Come potevano avere i Torekes i cittadini?

Facendo volontariato nella raccolta dei rifiuti, provvedendo alla messa a dimora di nuove piante, riparando gli edifici pubblici o condividendo l’auto per il trasporto collettivo. I Torrekas potevano essere usati per biglietti al cinema o comprare prodotti alimentari o lampadine a basso consumo.

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L’aspetto più interessante è che ha avuto l’effetto di integrazione sociale.

Questo è uno dei modi in cui si possono usare le monete complementari.

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Far nascere lo Stato partner

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Il ruolo dello Stato è fondamentale per consentire di abbandonare la progettazione degenerativa del  business-as-usual e passare a quella rigenerativa utilizzando mezzi come: tasse e norme, assumendo il ruolo di investitore trasformato e potenziando i beni comuni. 

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È consuetudine per i governi tassare “quello che può” anziché tassare “quello che deve” e questo fa la differenza. Come anticipato nel capitolo della progettazione distributiva, si ha un risultato diverso se si tassano le aziende quando assumono personale mentre si hanno agevolazioni fiscali per gli investimenti sull’acquisto di robot.

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Nel XXI secolo occorre il passaggio dalla tassazione del lavoro al tassare le fonti non rinnovabili potenziando i sussidi per le energie rinnovabili e per gli investimenti in efficienza. Ristrutturare gli edifici anziché demolirli consentirebbe un risparmio di acqua e materie prime.

Secondo lo studio “Economia circolare e benefici per la società”* commissionato dal Club of Rome, emerge che una progettazione rigenerativa significa creare nuovi posti di lavoro, vantaggi per il clima con le energie rinnovabili e efficienza delle risorse.

Tuttavia non ci si può affidare solamente alla progettazione industriale. Occorre una rivoluzione dell’energia pulita.

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“Non possiamo affidarci al settore privato per rimodellare in modo radicale l’economia – afferma Mariana Mazzucato – solo lo Stato può predisporre il tipo di finanza paziente per operare un cambiamento necessario”*

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Il governo cinese condivide la visione della ricercatrice Mariana Mazzucato, visto che il governo ha investito miliardi di dollari in un portfolio di aziende in energia rinnovabile.

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Esempi di Stato come partner che si assumono il ruolo trasformativo nella creazione di un’economia rigenerativa non sono molti. Esistono però molti esempi a livello di città. Una di queste è Oberlin in Ohio che si è prefissata l’obiettivo di essere tra le prime città americane a “impatto climatico positivo” sequestrando più CO2 di quella emessa. Il progetto si concretizza attraverso l’efficientamento dell’illuminazione municipale, energia rinnovabile, coltivando localmente il 70 percento del cibo, con la creazione di aree verdi urbane. La sostenibilità si estende su tutti i fronti anche attraverso l’educazione ambientale e la creazione di posti di lavoro. “Dobbiamo ricalibrare la prosperità basandoci sul funzionamento degli ecosistemi e su quello che posso effettivamente rigenerare” spiega David Orr, direttore del Progetto Oberlin ideato grazie a un pensiero sistemico. **

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L’era delle unità di misura viventi

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L’economia lineare che, ricordiamo , è figlia di una progettazione degenerativa che ha come unità di misura quella monetaria e il suo unico scopo è la crescita del Pil.

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La progettazione rigenerativa invece ha nuove unità di misura che riflettono la sua missione che è di promuovere la prosperità umana nel rispetto degli ecosistemi. Le nuove unità “viventi” tengono conto delle molti fonti di ricchezza – umane, sociali, ecologiche, culturali, fisiche – da cui scaturisce il valore di cui gli introiti finanziari sono solo una piccola frazione.

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Esempi concreti di “unità di misura della vita” si stanno sviluppando rapidamente.

Il progetto che abbiamo visto poco fa in questo articolo quello di Oberlin negli Stati Uniti – mira a migliorare la resilienza, la prosperità e la sostenibilità della comunità. Per  misurare e monitorare l’avanzamento del progetto si serve di un sito web, “Environmental Dashboard”, che mostra in tempo reale il consumo di acqua, elettricità, le emissioni di carbonio etc.

Le misurazioni non riguardano solo le comunità ma anche le imprese attraverso specifici bilanci di sostenibilità. 

L’obiettivo non è limitarsi a “non fare danni” ma a mettersi nell’ottica di arrivare a dare un contributo rigenerativo.*

I governi potrebbero sostenere e premiare le aziende rigenerative con riduzioni delle tasse e incentivi agli acquisti verdi.
Visto che la crescita illimitata ha causato enormi danni e non ha certo contribuito a “ripulire” l’ambiente, semmai ha aumentato l’impronta ecologica nel consumo di materiali e aumentando la pressione dei cambiamenti climatici, come dobbiamo porci nel XXI secolo di fronte al famigerato indicatore, chiamato Pil?

Per spostarci nello spazio sicuro e equo della Ciambella, dobbiamo essere agnostici rispetto alla crescita?

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Lo vedremo nel prossimi articoli. Continua a seguirci, stiamo per scoprire la 7a mossa per pensare come ad un economista del XXI secolo.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Diventare generosi per principio

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 18, prima parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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6a mossa, Creare per rigenerare

Passare da “la crescita ripulirà”

a rigenerativi per progetto

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Diventare generosi per principio

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Cosa fa una azienda di fronte alla presa di coscienza che la progettazione lineare degenerativa esercita una pressione molto pericolosa sui limiti fisici della Terra?

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Abbiamo un ventaglio di reazioni che, Kate, sintetizza in “Le Cose che le Aziende Intendono Fare”.

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Fino a pochi anni fa la più gettonata era la più facile: non fare niente.

Un’azienda deve fare profitti è la risposta, il modo di produrre è legale e il “business as usual” – come viene chiamato – andrà avanti fino a quando non verranno introdotte tasse ambientali o gli incentivi per cambiare. 

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La sostenibilità per decenni è stata presa molto poco in considerazione ma ora la situazione sta cambiando velocemente.

I segnali che bisogna far qualcosa arrivano dai produttori  come coltivatori di cotone, caffè, vino e tessitori di seta che dipendono da catene di forniture globali. L’innalzamento delle temperature mette a rischio le coltivazioni e stare a guardare questi cambiamenti non è più una strategia così intelligente.

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Si è passati quindi ad un’altra reazione. Fare ciò che ripaga grazie a misure per l’efficienza ecologica che tagliano i costi o rafforzano l’azienda: misure che portano ad esempio a tagliare emissioni di gas serra o ridurre l’uso dell’acqua costituiscono, nel processo, un aumento dei profitti. Queste compagnie ostentano i loro progressi rispetto ai concorrenti e magari vendono a un prezzo superiore i loro prodotti ma i loro progressi sono lontani da quel che c’è realmente bisogno di fare.

È molto probabile trovare in questa categoria le aziende che preferiscono guadagnare in reputazione con il greenwashing o addirittura frodando. Come il caso della Volkswagen nel 2015.**

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Arriviamo alla terza reazione: fare la propria parte nell’avvio alla sostenibilità.

Quando nazioni e aziende riconoscono l’entità degli interventi per tagliare le emissioni, ridurre l’uso dei fertilizzanti o consumo d’acqua passano alla fase successiva che è chiedersi quale deve essere l’entità di impegno nel ridurre quantità di anidride carbonica, consumo di acqua o di fertilizzanti.

Qui il rischio maggiore è che “fare la propria parte” si trasformi in “prendersi la propria parte” di diritto ad inquinare dal momento che in questo modo si ragiona ancora con la mentalità della progettazione lineare degenerativa. “il diritto ad inquinare” diventa la risorsa da accaparrare  e si innescano i meccanismi per far pressioni sui politici o per trovare scappatoie nel sistema.

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Arriviamo alla quarta reazione che scaturisce da un necessario cambio di mentalità: non fare danni ossia “missione zero”

Questo vuol dire produrre a impatto nullo e potrebbe essere un’utopia ma ci sono già aziende che funzionano a “energia zero” grazie ai pannelli solari. Oppure un sistema ingegnoso per “zero acqua”: un caseificio recupera il vapore rilasciato dal latte vaccino anziché prelevare acqua dalle falde.

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Perché puntare solo a “fare meglio”? – dice McDonough, architetto e designer **– si può ambire ad una progettazione industriale che non si limita solo a non prendere ma addirittura a dare.

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Abbiamo così introdotto la quinta auspicabile reazione: essere generosa rendendo l’impresa rigenerativa per progetto. 

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Non siamo più nell’ambito de “Le cose da fare”.

Questo è un modo di stare al mondo: sentire la responsabilità di lasciare il mondo vivente in condizioni migliori di come l’abbiamo trovato.*

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Janine Benyus, esperta di biomimesi, suggerisce di utilizzare la natura come modello e prendere ispirazione dai cicli della vita.* Prendiamo il carbonio e impariamo a interrompere le nostre “esalazioni industriali di CO2 “ e, come fanno le piante, studiamo come “inalare” carbonio. Poi troveremo anche anche soluzioni per i cicli di fosforo, azoto e acqua.

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Non c’è più tempo ma è tempo di una progettazione fondata sulla generosità.

È giunto il momento che il bruco diventi farfalla.

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L’economia circolare prende il volo

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Possiamo dire addio al bruco con la sua economia lineare. L’economia circolare è rigenerativa per progetto perché sfrutta il flusso infinito dell’energia del sole e trasforma materiali in prodotti e servizi utili.*

Trasformiamo quindi l’economia seguendo il diagramma creato dalla Ellen MacArthur Foundation* che evoca proprio le ali di una farfalla.

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La vecchia mentalità “dalla culla alla tomba” che ha caratterizzato il XX secolo procedeva con l’estrazione di minerali e combustili fossili che diventavano rifiuti da bruciare. Il bruco-industriale prendeva e buttava.

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Vediamo ora come si trasforma in farfalla.

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La mentalità “dalla culla alla culla”* caratterizza l’economia circolare  e funziona con energia rinnovabile – sole, vento. acqua e fonti geotermiche. 

È detta “dalla culla alla culla” perché i rifiuti o meglio gli scarti non finiscono in discarica ma vengono considerati risorsa. Gli scarti di un processo produttivo – siano biologici che tecnici diventano “materie prime seconde”** di un altro processo.

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I materiali rinnovabili sono di due tipi:  

biologici appartengono al ciclo di nutrienti derivanti da suolo, vegetali, animali.

tecnici se si tratta di plastica, materiali di sintesi, metalli, vetro, carta, etc.

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I materiali biologici devono circolare solo “nell’ala biologica” seguendo alcuni principi: i materiali prelevati devono rispettare i ritmi che la natura richiede per rigenerarli; sfruttare le molteplici fonti di valore nei cicli naturali; progettare i sistemi produttivi in modo che nulla vada perso.

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Per esempio per ottenere una tazza di caffè si utilizza solo l’1% di un chicco. Invece di buttare i residui e poi i fondi del caffè nel compost, si possono utilizzare per la produzione di altri prodotti dal momento che sono ricchi di cellulosa, lignina e zuccheri in numerosi altri impieghi e terminare con il compost che ha un ulteriore ruolo rigenerativo.

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Nell’altra “ala della farfalla” circolano invece solo i prodotti ottenuti con nutrienti tecnici e seguono i loro propri principi: devono essere progettati per essere ripristinati attraverso riparazione oppure riuso oppure rifacimento e, come ultima opzione, riciclo.

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Per esempio i telefoni cellulari, che mediamente solo utilizzati solo due anni, hanno al loro interno un tesoro di metalli preziosi come oro, argento, cobalto, rame e di elementi chimici (terre rare. Secondo uno studio, in Europa nel 2010 solo 6% è stato rigenerato, il 9% disassemblato per il riciclo e  85% è finito in discarica. In un contesto di economia circolare sarebbero progettati per essere smontati, aggiornati e ricondizionati e come ultima opzione, recuperati tutti i metalli dei componenti.

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Prendendo come modello la natura nasce così la simbiosi industriale.**

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Tuttavia è bene essere realistici: non potrà mai esserci un ciclo industriale in grado di recuperare  il 100% delle materiali. 

Il punto è che in un’economia degenerativa il valore è monetario e, in funzione di questo, per ogni cosa che viene prodotta si deve puntare a ridurre i costi e aumentare continuamente le vendite.

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Il risultato che si è avuto è un incessante flusso di materiali.

In un’economia rigenerativa invece il flusso dei materiali diventa un flusso circolare. Siamo immersi in un flusso costante di energia solare che dà la vita nella biosfera e dobbiamo sfruttare questa energia per ripristinare quello che abbiamo creato e rigenerare il mondo vivente in cui prosperiamo.

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La vera trasformazione risiede nel dare un nuovo significato al concetto di valore. Come disse il poeta John Ruskin “Non c’è altra ricchezza al di fuori della vita”.

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Benvenuti nella città generosa

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Non solo le fabbriche anche i paesaggi urbani possono essere rigenerativi per progetto così da creare “città generose”* dice Janine Benyus, insediamenti umani che si inseriscono nel mondo vivente.

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Seguendo un approccio ti tipo rigenerativo invece di adattare la natura ai propri modelli, avviene il contrario. L’architettura si ingegna per preservare e valorizzare gli ecosistemi e i cicli biologici, mantenendo caratteristiche di durabilità, resistenza e fruibilità.

Si possono progettare tetti su cui cresce cibo, che catturano l’energia del sole e che ospitano animali selvatici. Asfalti delle strade capaci di assorbire l’acqua dei temporali per rilasciarla lentamente nella falda. Edifici in grado di catturare CO2 e in grado di trasformare le acque di scarico in nutrienti per il suolo.

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Certamente non esistono ancora queste città in compenso sono partiti molti progetti sperimentali.

In Olanda per esempio si trova Park 20/20, basato sui principi “dalla culla alla culla”**: è stato progettato da William McDonough e costruito con materiali riciclabili, dotato di un sistema energetico integrato e di un impianto per il trattamento dell’acqua, i tetti oltre ad accumulare energia solare, raccolgono l’acqua e sono un habitat per gli animali selvatici.

Nel mondo ci sono villaggi, paesi e città che stanno adottando i principi della progettazione rigenerativa.

Il Bangladesh punta ad uno sviluppo sostenibile e a essere alimentato a energia solare.* Vengono organizzati corsi per la formazione di donne imprenditrici a cui viene insegnato come fare l’installazione e la manutenzione dei pannelli solari.

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Nel mondo ci sono molti di questi progetti ma sono ancora in una fase sperimentale.

Nel XXI secolo servono economisti responsabili e capaci di renderli realizzabili. Ma non solo.
Con il prossimo articolo vedremo, tra gli altri, il ruolo fondamentale della finanza e dello Stato.

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Grazie.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Quando sarò cresciuto, potrò pulire

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 17

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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6a mossa, Creare per rigenerare

Passare da “la crescita ripulirà”

a rigenerativi per progetto

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Quando sarò cresciuto, potrò pulire

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Nel 2015 in Germania Kate si trovò a conversare con uno studente indiano. Alla domanda se avesse scelto di studiare tecnologie ecocompatibili, scosse la testa:

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“No, l’India ha altre priorità. Non siamo abbastanza ricchi per permetterci di pensare a queste cose. Ora abbiamo altre priorità”

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Questo episodio è emblematico perché riassume la storia economica che circola da decenni: i paesi poveri sono troppo poveri per occuparsi dell’ambiente. È con la crescita economica che ci sono i mezzi per ripulire l’ambiente e rimpiazzare le risorse utilizzate.

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Ma questo è un proposito illusorio.

Molto meglio creare economie che siano rigenerative per progetto.

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Come era successo con la curva di Kuznets, quando abbiamo parlato de “la crescita livellerà”, all’inizio degli anni Novanta in una sorprendente analogia, gli economisti statunitensi Gene Grossman e Alan Krueger pensarono di aver trovato un’altra apparente legge economica del moto.

Notarono che in 40 paesi con la crescita del Pil, l’inquinamento prima aumentava e poi diminuiva. Mentre la curva di Kuznets era caduta nell’oblio, voilà un altro schema con una U capovolta e questa volta chiamato “Curva ambientale di Kuznets”.

Grossman e Krueger riconoscevano di avere a disposizione solo dati locali e non a livello globale e che riguardavano inquinanti di aria e acqua. Nei loro studi infatti non erano considerati dati agli impatti ecologici come emissioni globali di gas serra, perdita di biodiversità, deforestazione, sostanze chimiche utilizzate in agricoltura, consumo di acqua potabile.* Nonostante ciò dichiararono: “la crescita economia porta una fase iniziale di deterioramento seguita da una successiva fase di miglioramento”. 

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Il messaggio venne ancor più enfatizzato da economisti come Bruce Yandle che affermò: “La crescita economica contribuisce a riparare i danni arrecati negli anni precedenti. Se la crescita economica fa bene all’ambiente, le politiche che stimolano la crescita (liberazione del commercio, ristrutturazione economica, riforma dei prezzi) dovrebbero fare bene all’ambiente”. *

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La filosofia “niente dolore, niente guadagno” era tornata: se volete acqua e aria pulite, foreste e oceani in salute, le cose dovevano andare peggio per poi andare meglio.

Le proteste degli ambientalisti furono ridicolizzate e vennero considerati inutili allarmismi i report che mostravano i danni agli ecosistemi provocati da una crescita forsennata.

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L’economia mainstream affermava che non vi era alcun collegamento diretto tra crescita economica e ambiente e vennero avanzate tre spiegazioni:

.1. con la crescita delle nazioni, i cittadini possono permettersi di prendersi cura dell’ambiente;

2. le industrie possono permettersi tecnologie più ecologiche;

3. i paesi più industrializzati saranno i primi a convertirsi dalla produzione ai servizi.

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Tuttavia, Mariano Torras (docente Università Adelphi NY) e James K. Boyce (ricercatore università della Tasmania) hanno condotto una ricerca mettendo a confronto i dati nazionali usati per creare la curva ambientale di Kuznets * e giungono a queste considerazioni:

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.1. cittadini non devono aspettare che il Pil cresca per chiedere aria e acqua pulite. La qualità dell’ambiente è migliore dove il reddito è distribuito in modo equo: anche e soprattutto nei paesi a basso reddito. Oltre all’equità, esiste più alfabetizzazione e i diritti civili e i politici vengono rispettati. Non la crescita economica tutela aria e acqua pulite ma il potere ai cittadini. 

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2. Sono decisive le pressioni dei cittadini sui governi e aziende per ottenere standard più severi. Per lo più le aziende passano a tecnologie ecologiche se sono costrette dalla legislazione e non perché sono aumentate le entrate.

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3. I paesi industrializzati non convertono la loro attività in servizi eliminando così  l’inquinamento ma semplicemente lo spostano altrove.

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Oggi, grazie ai progressi della contabilità dei flussi di risorse, tutti i dati omessi nella curva ambientale di Kuznets (gli impatti ecologici e i loro effetti a medio-lungo termine) danno un altro risultato. Risultato molto diverso da quello che è stato propinato per decenni.

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Ecco cosa accade.

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La buona notizia è che la UE e l’OECD – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – hanno dichiarato con un certo orgoglio che estrazione e lavorazione delle materie prime, nei territori dei paesi ad alto reddito, sono effettivamente diminuite con un aumento della produttività delle risorse senza intaccare la crescita del Pil. Quindi dovrebbe essere un buon segnale all’insegna della “crescita verde”.

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Ma la cattiva notizia arriva dalla visione olistica di Tommy Wiedmann, esperto di analisi dei flussi internazionali delle risorse, che dice: “Sembrerebbe che i paesi sviluppati siano diventati più efficienti nell’uso delle risorse in realtà restano ancorati a una base di materiali sottostante”.

In altre parole, per valutare l’impronta ambientale,  Wiedmann tiene conto anche dei prodotti importati da una nazione e ne calcola i relativi impatti in ogni luogo del mondo conseguenti alla loro produzione, come utilizzo di biomasse, combustili fossili, minerali metallici e da costruzione. *

L’indagine di Wiedmann porta a una prospettiva molto diversa da quella della Ue e OECD.

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Alcuni dati: dal 1990 al 2007 nei paesi ad alto reddito è cresciuto il Pil ed è cresciuta l’impronta ecologica. Stati Uniti, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Australia hanno avuto un incremento del 30%.

Spagna, Portogallo e Olanda hanno raggiunto un incremento del 50%

Il rapporto “Global Material Flows and Resource Productivity” realizzato nel 2016 dall’UNEP – Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente – evidenzia che il flusso di materia a livello globale è passato da 23 miliardi di tonnellate nel 1970 a oltre 70 miliardi nel 2010.

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Va da sé che se l’economia globale dovesse seguire questo trend non basterebbero tre pianeti. La curva ambientale di Kuznets diventa una montagna che l’umanità non può scalare perché non sopravviverebbe al suo picco.

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Affrontare l’economia lineare degenerativa

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Immagina un bruco. Questo bruco ingerisce cibo ad un’estremità ed espelle le sostanze di scarto dall’altra.

Con questo esempio Kate ci spiega il modello industriale lineare adottato negli ultimi duecento anni che consiste nel prendere-lavorare-usare-buttare. Questo modello si traduce in pratica con:  estrarre minerali, metalli, combustibili fossili-lavorarli per ottenere prodotti-venderli ai consumatori-buttare i prodotti.

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È evidente che l’economia non è una questione di leggi da scoprire ma fondamentalmente è una questione di progettazione.

Il modello lineare, il “bruco-industriale” per capirci, ha generato enormi profitti e arricchito molte nazioni ma è degenerativo in quanto si scontra con il mondo naturale che prospera riciclando incessantemente carbonio, ossigeno, acqua, azoto e fosforo: i bio- elementi, base della vita.

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L’attività industriale ha interrotto questi cicli vitali provocando catastrofiche conseguenze: 

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– estraendo e bruciando petrolio, carbone e gas dal sottosuolo si riversa anidride carbonica in atmosfera provocando l’effetto serra; 

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-trasformando enormi quantità di azoto** e di fosforo** in fertilizzanti.

Con l’azoto si danneggia la qualità dell’acqua, dell’aria, del suolo, l’equilibrio dei gas serra, gli ecosistemi e la biodiversità. **

Il fosforo viene disperso nei terreni agricoli e, con l’azione dell’acqua finisce in fiumi, laghi e oceani esaurendo così le riserve disponibili sul pianeta;**

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-attuando deforestazioni destinate ad agricoltura e allevamenti e all’estrazione di minerali e metalli che, dopo averli trasformati in prodotti, finiranno in discariche generando rifiuti tossici per suolo, acqua e aria.

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La teoria economica mainstream chiama questi effetti dannosi, che oltre ad essere di tipo ecologico sono anche di tipo sociale, “esternalità negative** e vanno risolti con  strumenti basati sul mercato per mezzo di quote e tasse

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La teoria quindi stabilisce, per le quote, un tetto massimo per l’inquinamento totale per poi assegnare “diritti di proprietà” con delle quote da non superare lasciando che sia il mercato a stabilire un prezzo per il diritto di inquinare. Oppure imporre tasse equivalenti al “costo sociale” derivante dall’inquinamento e lasciare che il mercato decida quanti inquinanti emettere.

Le implicazioni di queste politiche, per esempio in Germania, hanno dato effetti importanti. Hanno fatto aumentare i prezzi dei combustibili fossili facendo scendere i consumi e quindi le emissioni di carbonio e il denaro raccolto dalle tasse ambientali sul gas è servito principalmente a compensare le pensioni e le tasse sui salari.*

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Esistono tariffe differenziate anche per il consumo dell’acqua. In molti paesi del mondo a rischio siccità, il prezzo per il consumo dell’acqua varia quando si supera la quota stabilita che va oltre i bisogni essenziali (bere, cucinare, lavarsi). *

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Tuttavia nè quote, nè tasse e nè tariffe differenziate possono realmente alleggerire le gravi pressioni che l’umanità esercita sugli ecosistemi del pianeta.

Dal canto loro le aziende sono propense a chiedere tetti e permessi più ampi per incentivare le produzioni anche se a discapito dell’ambiente.

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I governi spesso per timore che la propria nazione perda in competitività non mettono in atto misure efficaci e i partiti politici temono di perdere l’appoggio del mondo imprenditoriale.

Quote e tasse è vero che sono punti di forza per cambiare il comportamento di un sistema ma sono misure ancora troppo deboli per limitare l’accumulo e ridurre il flusso di inquinanti.

Agire sulle leve per cambiare il paradigma che definisce gli obiettivi del sistema è decisamente più efficace. *

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Fino ad oggi l’economia è stata impostata sulla progettazione lineare degenerativa per cui gli incentivi sui prezzi non cambiano la corsa verso l’esaurimento delle risorse. Negli anni Novanta l’architetto e visionario John Tillman scrisse “alla fine un sistema a senso unico distrugge il paesaggio dal quale dipende e divora le fonti della sua stessa sopravvivenza”.*

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Occorre dunque passare a un modello di impresa fondata su una progettazione rigenerativa e lo vedremo con il prossimo articolo.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ Pronti alla danza dinamica? 1a lezione

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 14, prima parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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4a mossa, Comprendere i sistemi

Passare dall’equilibrio meccanico

alla Complessità dinamica

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Pronti alla danza dinamica? 1a lezione

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Verso la fine del XIX secolo,  alcuni economisti particolarmente inclini alla matematica decisero di fare dell’economia una scienza rispettabile come la fisica: vennero introdotte equazioni, assiomi e leggi economiche al pari del pensiero di Newton con le leggi fisiche.

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Non ci aiutano i nostri ultimi 100.000 anni di evoluzione in quanto l’Homo Sapiens ha sviluppato il cervello per risolvere e gestire problemi immediati e ora abbiamo alle spalle 150 anni di teorie economiche che hanno consolidato la propensione degli umani a modelli meccanicistici e metafore imprecisi.

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Dobbiamo superare questa eredità genetica e abituarci a sviluppare un “pensiero sistemico” perché la realtà è: dinamica, instabile e imprevedibile.

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Cos’è un sistema?

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Apparentemente è molto semplice perché si basa su un insieme di tre elementi interconnessi:

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– scorte e flussi

– cicli di feedback (o cicli di retroazione)

– ritardo della retroazione

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La faccenda si complica in modo sorprendente e imprevedibile quando questi tre fattori cominciamo ad interagire tra loro.

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Scorte e flussi sono gli elementi base di ogni sistema e possono aumentare e diminuire.

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Facciamo un esempio.

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Immaginiamo una vasca da bagno. L’acqua che esce dal rubinetto fa riempire la vasca e quella che se ne va dallo scarico la fa svuotare. Si potrà notare che il livello dell’acqua cambia seguendo il bilancio tra flussi in entrata e in uscita.

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Come abbiamo detto la faccenda si complica quando entrano in gioco i cicli di feedback perché la vasca da bagno si riempirà o si svuoterà in relazione a quanto velocemente l’acqua esce dal rubinetto e in relazione a quanto velocemente se ne va dallo scarico.

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Quindi scorte e flussi sono gli elementi centrali di un sistema e i cicli di feedback sono le interconnessioni.

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Le interconnessioni sono di due tipi:

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  • cicli di feedback (R) rinforzanti (o positivi). 

e amplificano ciò che sta succedendo creando circoli virtuosi o viziosi di retroazione.

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  • cicli di feedback (B) equilibranti (o negativi) 

e contrastano o compensano quello che succede e tendenzialmente regolano i sistemi.

I feedback equilibranti o di bilanciamento (dall’inglese di Balancing) conferiscono stabilità a un sistema.

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La complessità di un sistema si manifesta in base a come interagiscono tra loro i feedback rinforzanti e equilibranti: determina, come in una danza, il comportamento del sistema – detto comportamento emergente- che si mostra come complesso se non addirittura imprevedibile.

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Per comprendere il funzionamento del diagramma delle relazioni causa-effetto  con una rappresentazione visiva estremamente semplificato, Kate Raworth ci racconta la storia delle galline, delle uova e della strada da attraversare tratto da Business Dynamics di John Sterman.*

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Ogni freccia mostra la direzione della causalità con un segno + oppure –

Ogni coppia di frecce, che rappresenta i flussi, crea un ciclo di feedback R, Rinforzante e B di Bilanciamento.

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Applicando il diagramma alla storia delle galline, abbiamo questa situazione:

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a sinistra, ciclo etichettato con R, Rinforzante

più galline fanno uova e più nascono galline.

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a destra, ciclo etichettato con B, Bilanciamento

più galline si avventurano negli attraversamenti della strada, meno galline rimangono.

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La situazione si complica in relazione alla forza dei cicli. Infatti il tasso di natalità dei pulcini contro il tasso di mortalità delle galline investite apre a vari scenari:..

la popolazione delle galline può crescere esponenzialmente, collassare o stabilizzarsi perché entra in gioco anche l’elemento “ritardo” tra la nascita dei pulcini e i tentativi di attraversare la strada.

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Le retroazioni non sono immediate ma intercorre un lasso di tempo ossia un ritardo tra il momento in cui si ha l’effetto e il momento in cui tale effetto viene preso in considerazione per modificare il sistema.

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Risulta evidente che i ritardi possono generare sia una vantaggiosa stabilità in un sistema ma anche creare una situazione di rigidità nel sistema stesso: ci vuol tempo, per esempio, per costruire la fiducia in una comunità come ci vuol tempo se uno studente deve migliorare i voti per gli esami o se si vuol rimboschire una collina.

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Il “ritardo” può generare grandi oscillazioni quando i sistemi sono lenti a reagire: è capitato a tutti si rimane scottati o gelati mentre si fa la doccia e “litigare” con i rubinetti per regolare l’acqua calda o fredda .

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È tra queste interazioni tra scorte, flussi, feedback e ritardi che nascono i sistemi adattativi complessi:  adattativi perché si evolvono con il tempo e complessi per l’ imprevedibilità del loro comportamento emergente.

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Come ebbe a dire l’economista Orit Gal, “la teoria della complessità ci insegna che gli eventi più importanti rappresentano la maturazione e la convergenza di tendenze sottostanti: riflettono il cambiamento che si è già verificato all’interno del sistema“.

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Molti eventi che sembrano improvvisi in realtà sono la repentina manifestazione di pressioni accumulate nel tempo nel sistema – come il collasso della Lehman Brothers nel 2008.

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Negli ultimi 150 anni, molti economisti avevano ben intuito la complessità dell’economia e, senza successo, cercarono di mettere da parte il pensiero economico basato sull’equilibrio e le scienze fisiche.

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Erano consapevoli del fatto  che le teorie economiche si basavano su analisi dei sistemi estremamente limitate e fondate su assunzioni molto rigide sui modi in cui si comportano i mercati (competizione perfetta, rendimenti, piena informazione, razionalità degli attori del mercato, etc).

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Cominciamo – come ci esorta Kate Raworth – a pensare l’economia in modo sistemico e ci ricorda che:

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il pensiero dell’equilibrio porta con sè il concetto di esternalità che sono gli effetti collaterali , positivi o negativi  derivanti dall’attività economica che impattano sul benessere della collettività o di altre imprese.

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Gli effetti negativi sono dei veri e propri  costi “esterni” (per esempio l’inquinamento o danni ambientali) di cui le teorie economiche non tengono conto ma che, con la globalizzazione, sono stati amplificati generando gravi crisi sociali ed ecologiche.

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Ora parleremo di bolle, boom e  crolli: la dinamica della finanza.

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Le bolle sono il fenomeno in cui il prezzo di un bene continua a salire fino a esplodere.

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È celebre la bolla speculativa, in Inghilterra, sulle azioni della South Sea Company.** Bolla che esplose nel 1720 e che ebbe, come vittima illustre, proprio Isaac Newton che non seppe resistere alle tentazioni del mercato e investì, per poi perdere, i risparmi di una vita.

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Il padre della meccanica era stato disorientato dalla complessità  e commentò amaramente:

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“Posso calcolare il movimento delle stelle ma non la pazzia degli uomini”.

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In realtà paghiamo tutti noi l’incapacità di comprendere i sistemi dinamici.

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Nella finanza è emblematico il crollo del 2008 quando la Lehman Brothers – che allora era la quarta banca d’affari in USA – annunciò il fallimento e trascinò nel baratro la borsa e successivamente i mercati di tutto il mondo.

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Ne intravide l’avvisaglia l’economista Steve Keen che sostenne che “provare ad analizzare il capitalismo escludendo banche, debito e denaro e come cercare di analizzare gli uccelli ignorando che hanno le ali”.

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Non a caso dopo il 2008, molti esperti cercarono di approfondire i lavori dell’economista statunitense – noto per la sua teoria del 1975 dell’instabilità finanziaria e sulle cause delle crisi dei mercati – Hyman Minsky ** che metteva l’analisi dinamica al centro della macroeconomia.

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Minsky sosteneva che la stabilità genera instabilità.

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Perché?

Continua a leggere e lo scopriamo insieme.

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Vediamo la spiegazione con i feedback.

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Nei periodi positivi il mercato acquisisce fiducia portandolo a essere propenso ad assumersi rischi e prendere denaro in prestito e fare investimenti. I prezzi delle abitazioni e di altri beni inizieranno a salire generando ulteriore fiducia nel mercato. In questi periodi di forte espansione si sviluppa un boom di investimenti speculativi.

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Ma prima o poi i prezzi non staranno più al passo con le aspettative causando l’insolvenza dei mutui e il calo del valore dei beni. Il panico degli investitori ne provocherà la vendita massiccia. Il settore finanziario diverrà insolvente, provocando un crollo, chiamato appunto “Momento Minsky“.

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I boom di investimenti speculativi rappresentano l’instabilità di fondo nell’economia capitalistica.*

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Dopo il crollo gradualmente la fiducia ritornerà e il processo ripartirà in un ciclo graduale.

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Cosa insegna il crollo del 2008?

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La struttura di un network finanziario può essere punto di forza ma anche di debolezza: si rivela efficace se si comporta come ammortizzatore ma può anche trasformarsi in un amplificatore degli shock.

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Come ammise nel suo discorso del 2011 Gordon Brown, primo ministro britannico all’epoca della crisi finanziaria, abbiamo creato un sistema di monitoraggio che osservava le singole istituzioni. Quello fu il grande errore. Non abbiamo capito che il rischio era diffuso nel sistema, non abbiamo capito il coinvolgimento reciproco delle diverse istituzioni e quando globali fossero le cose.**

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La buona notizia è che avvieranno nuovi modelli dinamici dei mercati finanziari: nel team figurano Steve Keen, l’economista che intravide i presupposti del crollo finanziario del 2008 e Russell Standish, programmatore informatico: il programma per computer sulla dinamica dei sistemi non poteva che chiamarsi “Minsky”** e terrà conto dei feedback delle banche, del debito e del denaro.

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Finalmente un approccio alla complessità per comprendere gli effetti dei mercati finanziari sulla macro-economia.

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Termina qui questo articolo che è stato piuttosto “complesso”.
Ti aspettiamo con la prossima puntata e parleremo della dinamica della diseguaglianza.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ L’economista invidioso del fisico

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 13

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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4a mossa, Comprendere i sistemi

Passare dall’equilibrio meccanico 

alla Complessità dinamica 

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L’economista invidioso del fisico

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Bramosi dell’autorevolezza della scienza, gli economisti cercarono di imitare le leggi del moto di Newton descrivendo l’economia come un meccanismo stabile.

Ispirandosi alle leggi fisiche del moto scoperte da Newton per spiegare dagli atomi al movimento dei pianeti, gli economisti si impegnarono per scoprire le leggi economiche del moto per spiegare il mercato dal consumatore al prodotto nazionale.

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Intorno al 1870 infatti fu l’economista William Stanley Jevons che dichiarò che la teoria dell’economia presenta una stretta analogia con la scienza della meccanica statica e le leggi dello scambio dimostrano di assomigliare alle leggi dell’equilibrio di una leva.”*

Aveva una visione simile anche l’economista Léon Walras che affermò che “la teoria pura dell’economia è una scienza che assomiglia alle scienze fisico-matematiche sotto ogni aspetto”.*

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Ad approvare il pensiero di Jevons e Walras, si aggiunsero altri economisti che paragonarono il ruolo della gravità nel fermare il pendolo con il ruolo dei prezzi nell’equilibrare i mercati.

All’epoca queste metafore meccaniche vennero considerate innovative e vennero poste  al centro delle teorie su individui e aziende dando vita al settore di studi noto come microeconomia.

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La teoria si fondava sull’assunto che ogni mercato doveva avere un solo punto di equilibrio stabile, proprio come un pendolo ha un solo punto di riposo.

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Perché questa condizione potesse durare, si dava per scontato che venditori e acquirenti fossero privi di potere contrattuale e avrebbero dovuto seguire la legge dei rendimenti decrescenti.

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Su questi presupposti venne  elaborato il diagramma della domanda e dell’offerta, diagramma che ancora oggi viene insegnato agli studenti di economia.

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Come funziona questo diagramma?

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La curva della domanda rappresenta quanti acquirenti vogliono comprare un prodotto ad un dato prezzo, dato il loro obiettivo a massimizzare la loro soddisfazione.

Significa che la curva della domanda scende man mano che l’acquirente soddisfa il suo bisogno e scende contemporaneamente la propensione a pagare il prezzo iniziale (utilità marginale decrescente  del consumo).

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La curva dell’offerta mostra invece quanti prodotti un venditore sarà disposto a fornire in relazione al prezzo dato il loro obiettivo di massimizzare i profitti.

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Era il 1870 quando Alfred Marshall tracciò questo diagramma sostenendo che “il prezzo di mercato non è stabilito né dai soli costi per il venditore né dalla sola utilità per l’acquirente ma esattamente dove i costi e l’utilità  corrispondono, lì si trova il prezzo di equilibrio del mercato”.

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Walras era convinto che l’analisi potesse essere estesa da un singolo bene a tutti i beni per giungere a formulare un modello valido per tutta l’economia di mercato introducendo il concetto di “Equilibrio economico generale”.

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In condizioni di concorrenza perfetta, secondo Walras (1899) era possibile determinare un sistema di prezzi d’equilibrio che comporta l’eguaglianza tra domanda ed offerta in tutti i mercati, nonché l’eguaglianza tra costo di produzione e prezzo di vendita per ciascun bene e per ciascun imprenditore.

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Nel 1954 Kenneth Arrow e Gérard Debreu dimostrarono matematicamente l’esistenza dell’equilibrio teorizzato da Walras.* **

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Le teorie sull’equilibrio economico generale dominarono l’analisi macro-economica per tutta la metà del XX secolo ma si reggevano su fondamenti errati: non tenevano conto dell’interdipendenza dei mercati, di tutte le variabili nell’ambito di un’economia e del ruolo del settore finanziario.

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Un modello economico non può ispirarsi alla meccanica di Newton: il pendolo dei prezzi, i meccanismi di mercato e il ritorno sicuro al punto di riposo non sono parametri applicabili all’economica.

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Nei libri di testo di economia  agli studenti viene ancora presentato il mondo economico come lineare, meccanico e prevedibile quando invece bisogna diventare “pensatori sistemici”. 

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Concetto straordinariamente lungimirante espresso dal matematico Warren Weaver con il suo articolo “Science and Complexity” * ** che nel 1948 venne pubblicato sulla rivista American Scientist.

Egli sosteneva che in natura esistono tre diverse classi di sistemi dinamici:

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1. i «sistemi semplici», aventi la presenza di poche variabili in casualità lineare;

2. «sistemi a complessità disorganizzata», aventi un numero estremamente elevato di variabili;

3. i «sistemi a complessità organizzata», caratterizzati da un numero considerevole di variabili connesse in un tutto organico. Sono questi i sistemi che incontriamo in biologia, in medicina, in psicologia, in economia e nelle scienze politiche. I problemi legati ai sistemi a complessità organizzata non possono essere risolti con le obsolete tecniche del XIX secolo che prevedevano variabili a due, tre o quattro.

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A fine anni Settanta le intuizioni di Warren Weaver diventano realtà.

Con l’avvento di potenti calcolatori che consentivano simulazioni realistiche dei sistemi naturali si è andata affermando la ricerca scientifica della complessità in varie discipline: fisica, chimica, biologia ed economia.

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Gli ecosistemi della Terra sono compromessi e non ci sono molti anni per poter intervenire e, visto che la realtà è instabile e imprevedibile, Kate Raworth ci esorta:

perché non buttare via subito le metafore sbagliate per l’economia legate  alla fisica newtoniana?

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perché non ragionare sin da ora tenendo conto che l’economia è un sistema di pertinenza della scienza della complessità?

La prossima volta parleremo della danza della complessità: la 4a mossa.

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Se ti è piaciuto l’articolo, condividilo con i tuoi amici.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ L’umanità ideale in tre immagini

, in

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 12 – terza parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

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3a mossa, Coltivare la natura umana

Passare dall’Uomo economico razionale

a Esseri umani sociali adattabili

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L’umanità ideale in tre immagini

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Kate Raworth ci esorta a coltivare la natura umana che abbiamo trascurato da troppo tempo perché impegnati a ricalcare il modello dell’uomo economico.

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Per poter vivere in armonia con il pianeta che è la “nostra casa”, dobbiamo ricordarci che: 

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1. siamo esseri sociali e riconoscenti (e non strettamente egoistici)

2. abbiamo valori fluidi (e non gusti fissi)

3. siamo interdipendenti (e non isolati)

4. siamo approssimativi (e non calcolatori)

5. siamo parte della biosfera (e non dominatori della natura)

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.Come abbiamo visto nei nostri precedenti articoli qui e qui, dobbiamo desiderare di cambiare per poterci garantire uno spazio operativo sicuro per l’umanità.

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Come possiamo attuare i necessari cambiamenti?

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Le politiche economiche tradizionali portano a credere che un modo affidabile per cambiare il comportamento delle persone sia quello di intervenire sui prezzi: per creare mercati, per assegnare diritti di proprietà o applicare leggi.

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In molti casi però avvalersi dei prezzi come soluzione risulta essere una leva troppo sopravalutata dagli economisti del XX secolo che hanno invece sottovalutato il ruolo dei nostri valori, senso di reciprocità, network ed euristiche.

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In alcuni casi si mettono a rischio situazioni o progetti proprio quando si dà loro un prezzo.

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Nel 1970 Richard Titmuss evidenziò nel suo libro “The Gift Relationship” * – La relazione del dono – un’indagine sulle donazioni di sangue:  emerse che la qualità del sangue era migliore in Gran Bretagna con i volontari senza compenso rispetto a quella degli Stati Uniti dove invece i donatori erano pagati.

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Quindi c’è da chiedersi: .

gli incentivi in denaro servono a rafforzare nelle persone “le motivazioni ad agire” o invece le spengono se si sostituiscono con il denaro?

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Il filosofo Sandel ha esposto le proprie preoccupazioni: il denaro può erodere valori e regole sociali trasformandole in regole di mercato.

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J. Rode,E. E. Gómez-Baggethun e T. Krause si sono occupati di questo fenomeno con la ricerca “Motivation crowding by economic incentives in conservation policy: a review of the empirical evidence”.*

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Il rapporto mostra che spesso iniziative politiche in ambito sociale – per esempio progetti di tutela ambientale che possono essere raccogliere rifiuti, piantare alberi o moderare il consumo di legname –  con incentivi monetari non danno il risultato sperato.

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Kate Raworth suggerisce di avvalersi di mezzi più efficaci per motivare i cambiamenti comportamentali che si fondano su reciprocità, valori, accorgimenti e network.

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Puntare su incentivi, network e regole

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Gli incentivi – intesi come spinte comportamentali o accorgimenti – e gli effetti del network spesso funzionano perché si basano su regole e valori come senso del dovere, rispetto e attenzione.

Se vogliamo fare un esempio per l’acqua e/o l’energia, sono sufficienti semplici accorgimenti come installare timer per la doccia e per l’illuminazione.

In questo modo negli edifici sia pubblici che privati si possono ridurre i consumi e/o evitare lo spreco di acqua o energia.

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Gli effetti del network influenzano notevolmente i comportamenti sociali ed ecologici. Per citare un esempio, quando la giovane attivista pakistana Malala Yousafzai divenne nota per il suo impegno contro la sopraffazione dei bambini e a favore dell’istruzione, ispirò milioni di ragazze a reclamare il diritto di andare a scuola.

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Per rendersi conto della forza dei valori insiti negli esseri umani, si può far riferimento all’indagine di un gruppo di ricercatori statunitensi che cercava il modo per incentivare comportamenti ecologici. 

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Vennero esposti alcuni cartelli in una stazione di servizio che invitavano gli automobilisti a fare un controllo gratuito delle gomme. 

Le scritte sui cartelli facevano leva su motivazioni differenti: alcune su quella del risparmio economico, altre sulla tutela ambientale e altre ancora sulla sicurezza stradale.

II risultati migliori si ebbero quando vennero esposti i cartelli che dicevano:  

“Ci tieni all’ambiente? Controlla la pressione delle gomme!”

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Richiamare i valori che possono far più presa fa una notevole differenza.

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Anche l’attivazione di norme sociali può avere effetti di ampia portata e alcuni esperti di comportamenti sociali sostengono che l’approccio più efficace consiste nel connettersi con i valori e le identità delle persone piuttosto che con il denaro.

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Ricominciamo a incontrarci

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La nostra sfida è abbandonare il ritratto dell’uomo economico.

A quali immagini sarebbe auspicabile  ispirarci per disegnare un nuovo autoritratto economico?

Lo ha scoperto Kate Raworth  che, nel corso del tempo, ha posto questa domanda a studenti, manager, politici.

Le immagini hanno un grande potere perché evocano valori molto forti e Kate ha rilevato che sono essenzialmente tre le figure che nel sentire degli intervistati descrivono l’umanità:

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una comunità perché noi esseri umani siamo una specie tra le più sociali e dipendiamo gli uni dagli altri;

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un seminatore-mietitore perché è una figura che ci porta al concetto di integrazione con tutto il mondo vivente dal quale dipendiamo;

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gli acrobati in quanto rappresentano la nostra capacità di avere fiducia, di rapportarci e di cooperare con gli altri per raggiungere risultati che da soli non si possono ottenere.

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Concludiamo con le parole di Kate Raworth:

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“Abbiamo già sprecato 200 anni osservando il ritratto sbagliato di noi stessi con l’uomo economico, con soldi in mano, calcolatrice in testa, natura sotto i piedi e un appetito insaziabile nel cuore.

È giunto il momento di diventare persone capaci di prosperare e di impegnarci a interagire tra noi e con questa nostra casa vivente che non è solo nostra.

Adam Smith affermava che l’uomo ama trasportare, barattare e scambiare ma diceva anche che noi e le società prosperiamo quando mostriamo la nostra umanità, giustizia, generosità e senso civico”.

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Proseguiamo la prossima volta per conoscere l’equilibrio meccanico.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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⭕ L’umanità ideale in 5 passi …3,4,5

, in

L’Economia della ciambella di Kate Raworth – puntata 12, seconda parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

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3a mossa, Coltivare la natura umana

Passare dall’Uomo economico razionale

a Esseri umani sociali adattabili

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L’umanità ideale in 5 passi… 3,4,5 

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Nell’articolo precedente ci si è resi conto di quanto sia complessa la natura umana che non può assolutamente essere rappresentata con il modello dell’uomo economico razionale.

Per passare a un nuovo ritratto dell’umanità nel XXI secolo sono necessari cinque cambiamenti.

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Due cambiamenti li abbiamo già visti e sono:

1. Da egoisti a socialmente riconoscenti

2. Da preferenze fisse a valori fluidi

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Ora proseguiamo.

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3. Da isolati a interdipendenti

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Raffigurare l’uomo economico razionale come individuo isolato e indifferente alle scelte degli altri è stata un’opzione funzionale alle teorie economiche classiche ma la natura umana ha la tendenza a uniformarsi e a essere condizionata dalle norme sociali.

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Oggi le persone sono sempre di più interconnesse in molti modi, soprattutto con i social media: una comunicazione così estesa genera un’influenza sociale che si traduce in comportamento collettivo.

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A questo proposito Matthew Salganik, Peter Dodds e Duncan Watts hanno condotto un esperimento su larga scala coinvolgendo ben 14000 giovani reperiti attraverso un sito web. 

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Lo scopo della ricerca era indagare l’effetto dell’influenza sociale sull’azione collettiva*. I ricercatori hanno proposto agli adolescenti un campione di 48 canzoni inedite per analizzare come si sarebbe giunti a una hit parade attraverso i loro gusti musicali.

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I 14mila partecipanti vennero suddivisi in due gruppi.

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Nel primo (chiamato gruppo di controllo) la classifica delle canzoni era basata su scelte individuali in quanto ognuno ignorava quale canzone veniva votata dagli altri. 

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Il secondo gruppo venne ulteriormente suddiviso in otto gruppi più piccoli chiamati “mondi”.

Questa volta i membri di ciascun gruppo conoscevano il voto dei compagni all’interno del proprio “mondo”.

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Il risultato?

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In tutti i gruppi sperimentali, la popolarità di ogni canzone dipendeva in parte dalla sua qualità e complessivamente in linea con il “gruppo di controllo” ma ogni “mondo” aveva creato una propria classifica influenzato da quello che facevano gli altri.

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Secondo gli autori buona parte della spiegazione può stare nel fatto che gli individui non prendono decisioni in modo del tutto indipendente, ma sono influenzati dal comportamento degli altri in modo imprevedibile, facendo passare in secondo piano l’elemento “qualità” del prodotti.

Questo vuol dire che la forza delle reti sociali modella le nostre preferenze, opinioni, acquisti e comportamenti tanto più le persone sono interconnesse. 

Questa interdipendenza potrebbe essere utilizzata per generare cambiamenti comportamentali in positivo.

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4. Dal calcolo all’approssimazione

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L’Homo Sapiens non possiede l’affidabilità dell’uomo economico razionale e questo lo affermò Herbert Simon, economista, sin dagli anni Cinquanta.

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Successivamente Daniel Kahneman e Amos Tversky, entrambi psicologi, furono pionieri dell’economia comportamentale, applicarono cioè la psicologia allo studio delle decisioni economiche degli individui ritenendo che la psicologia avesse un ruolo determinante nelle scelte delle persone.

Il programma di ricerca denominato  “Heuristics and Bias Program” aveva lo scopo di studiare come le persone prendano decisioni in contesti caratterizzati da ambiguità, incertezza o scarsità delle risorse disponibili**.

Nel 1974 pubblicarono “Judgment under Uncertainty: Heuristics and Biases” con il quale  introducevano il termine “bias Cognitivo” 

Emerse che gli individui prendono le loro decisioni utilizzando  euristiche (scorciatoie mentali), piuttosto che elaborati processi razionali (frutto di ragionamento lento, seguenziale e faticoso).

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Le euristiche di giudizio sono un meccanismo mentale residuo dell’evoluzione dell’Homo Sapiens che gli ha garantito la sopravvivenza e funzionano correttamente nella maggior parte dei casi. Tuttavia vi è una vasta gamma di euristiche che produce sistematiche distorsioni della realtà e sono i cosiddetti bias cognitivi.

I bias cognitivi hanno lo scopo di rendere l’essere umano “cieco” rispetto a certe informazioni per favorire rapidità e semplicità decisionali con la conseguenza che ci conducono a conclusioni errate della realtà.

Non a caso lo studio dei bias cognitivi è utilizzato nel mondo del marketing, della pubblicità e della gestione aziendale.

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Gerd Gigerenzer, psicologo evoluzionista, invece sostiene che “le buone intenzioni vanno oltre la logica” e che siamo sopravvissuti nel corso dell’evoluzione proprio grazie alle distorsioni cognitive.

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Per Gigerenzer gli economisti comportamentali “pensano che le persone non siano in. grado di comprendere il rischio e vadano indirizzate dalla nascita alla morte **.

Possiamo concludere – dice Kate Raworth – che le euristiche funzionano nei contesti  in cui si sono evolute. Per questo motivo tendono a non considerare un fenomeno inedito come i cambiamenti climatici che hanno la caratteristica di essere invisibili, graduali e con effetti a lungo termine.

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I politici dovrebbero quindi promuovere un cambiamento comportamentale avvalendosi di una combinazione efficace delle euristiche* basate sulla consapevolezza del rischio affiancata a incentivi comportamentali.

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5.Da dominanti a dipendenti

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Il filosofo inglese Francis Bacon nel XVII secolo scrisse “La razza umana recuperi quel diritto sulla natura che le appartiene per lascito divino” .

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Questa prospettiva ha sempre caratterizzato la cultura occidentale fino ai giorni nostri ma l’uomo, in realtà, non è al vertice della piramide della natura è strettamente connesso e dipendente dalle reti ecologiche.

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È grazie al periodo dell’Olocene –  l’epoca geologica che abbiamo ormai lasciato alle spalle con il suo clima stabile, abbondanza d’acqua dolce, lo strato protettivo dell’ozono e l’abbondanza di biodiversità –  se l’Homo Sapiens ha potuto evolversi e prosperare.

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Questo fa capire quanto l’umanità sia integrata nella biosfera e non a capo di essa.

C’è bisogno di un cambiamento culturale, di una nuova consapevolezza rispetto al ruolo che si è dato l’umanità, come ha spiegato l’ecologo americano, Aldo Leopold “da conquistatori della comunità terrestre a suoi semplici membri e cittadini**.

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Esiste un forte divario in merito alla relazione con la natura tra la popolazione STRANA – società industrializzate – e le comunità che vivono in centri rurali: la popolazione occidentale tende a rendere antropomorfo tutto il mondo vivente* **.

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Un primo passo è ridefinire il linguaggio.

Gli economisti ambientali per esempio descrivono il mondo vivente in termini di fornitura di “servizi ecosistemici” e di “capitale naturale” ma evocano le voci di asset di bilanci.

Per questo molti studiosi di economia invitano a trovare termini più efficaci per evidenziare la nostra interdipendenza con l’ambiente naturale.

L’esperta di biomimetica Janine Benyus ha deciso di descrivere diversamente la nostra relazione con il mondo:  parla della Terra come di “questa casa che è nostra ma non solo nostra”.

Le parole giuste aiutano a modificare il nostro rapporto con la natura e ci consentono di avere l’atteggiamento idoneo per incamminarsi verso un futuro prospero in armonia con la Terra.

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Con questo articolo abbiamo imparato che l’umanità è interdipendente sia come specie che come parte di un ecosistema naturale complesso e vulnerabile.

Lo stesso comportamento umano è estremamente complesso e imprevedibile per questo è necessaria la piena consapevolezza che servino profondi cambiamenti nel nostro atteggiamento mentale e culturale per incamminarci verso un futuro prospero in armonia con il pianeta.

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Come facciamo a cambiare?

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Gli incentivi monetari per superare la deprivazione umana e il degrado ecologico sono lo strumento migliore?

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E se i nostri valori, newtwork e i prinipici di reciprocità fossero più efficaci?

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Vedremo come risponde a questi interrogativi Kate Raworth nella prossima puntata.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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