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Il ritratto dell’umanità per il XXI secolo

L’Economia della ciambella di Kate Raworth

3a mossa, Coltivare la natura umana

Passare dall’Uomo economico razionale

a esseri umani sociali adattabili

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Il ritratto dell’umanità per il XXI secolo 

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Nella puntata 12, prima parte, abbiamo spiegato quanto sia complessa la natura umana che non può assolutamente essere rappresentata con il modello dell’uomo economico razionale.

Per passare a un nuovo ritratto dell’umanità nel XXI secolo sono necessari cinque cambiamenti.

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Due cambiamenti li abbiamo già visti nella prima parte della puntata 12 e sono:

1. Da egoisti a socialmente riconoscenti

2. Da preferenze fisse a valori fluidi

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Ora proseguiamo.

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3. Da isolati a interdipendenti

Raffigurare l’uomo economico razionale come individuo isolato e indifferente alle scelte degli altri è stata una scelta funzionale alle teorie economiche classiche.

Oggi le persone sono sempre di più interconnesse in molti modi, soprattutto con i social media: una comunicazione così estesa genera un’influenza sociale che si traduce in comportamento collettivo.

A questo proposito Matthew Salganik, Peter Dodds e Duncan Watts hanno condotto un esperimento su larga scala coinvolgendo ben 14000 di giovani reperiti attraverso un sito web. 

Lo scopo della ricerca era indagare l’effetto dell’influenza sociale sull’azione collettiva. I ricercatori hanno sottoposto ai gusti musicali degli adolescenti un campione di 48 canzoni inedite per analizzare come si giungeva a una hit parade.

I 14mila partecipanti vennero suddivisi in due gruppi.

Nel primo l(chiamato gruppo di controllo) la classifica delle canzoni era basata su scelte individuali in quanto ognuno ignorava quale canzone veniva votata dagli altri. 

Il secondo gruppo venne ulteriormente suddiviso in otto gruppi più piccoli chiamati “mondi”.

Questa volta i membri di ciascun gruppo conoscevano il voto dei compagni all’interno del proprio “mondo”.

Il risultato?

In tutti i gruppi sperimentali, la popolarità di ogni canzone dipendeva in parte dalla sua qualità e complessivamente in linea con il “gruppo di controllo” ma ogni “mondo” aveva creato una propria classifica influenzato da quello che facevano gli altri.

Secondo gli autori buona parte della spiegazione può stare nel fatto che gli individui non prendono decisioni in modo del tutto indipendente, ma sono influenzati dal comportamento degli altri in modo imprevedibile, facendo passare in secondo piano l’elemento “qualità” del prodotti.

Questo vuol dire che la forza delle reti sociali modella le nostre preferenze, opinioni, acquisti e comportamenti tanto più le persone sono interconnesse. 

Questa interdipendenza potrebbe essere utilizzata per generare cambiamenti comportamentali in positivo.

4.Dal calcolo all’approssimazione

L’homo Sapiens non possiede l’affidabilità dell’uomo economico razionale.

Daniel Kahneman e Amos Tversky, entrambi psicologi, sono stati pionieri dell’economia comportamentale, hanno cioè applicato la psicologia allo studio delle decisioni economiche degli individui ritenendo che la psicologia avesse un ruolo determinante nelle scelte delle persone.

Il programma di ricerca denominato “ “Heuristics and Bias Program” aveva lo scopo di studiare come le persone prendano decisioni in contesti caratterizzati da ambiguità, incertezza o scarsità delle risorse disponibili.

Nel 1974 pubblicarono “Judgment under Uncertainty: Heuristics and Biases” con il quale  introducevano il termine “bias Cognitivo” 

L’esito delle ricerche venne giudicato rivoluzionario e valse a Daniel Kahneman il Nobel per l’Economia nel 2002 «per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza».

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Cosa dicevano le ricerche?

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Emerse che gli individui prendono le loro decisioni utilizzando  euristiche (scorciatoie mentali), piuttosto che elaborati processi razionali.

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La mente umana infatti ha  due tipologie di pensiero:

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un pensiero intuitivo (veloce ed efficace) basato su esperienze passate costruite durante l’evoluzione dell’Homo Sapiens e un pensiero razionale (frutto di ragionamento e quindi lento, sequenziale, faticoso).

Le euristiche (scorciatoie mentali) funzionano correttamente nella maggior parte dei casi  e permettono di interpretare in modo rapido la realtà ma producono sistematiche distorsioni del giudizio (bias cognitivi).

I bias cognitivi hanno lo scopo di rendere l’essere umano “cieco” rispetto a certe informazioni per favorire rapidità e frugalità decisionali con la conseguenza che ci conducono a conclusioni errate della realtà.

I lavori di Kahneman convinsero Richard Thaler ad approfondire le ricerche e nel 2017 l’Accademia di Svezia gli assegnò il premio Nobel per le scienze economiche.

Richard Thaler e Cass Sunstein sono noti per il libro “Nudge. La spinta gentile” 

La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni sul denaro, salute, felicità.

La conclusione di Kate Raworth è che le euristiche funzionano nei contesti  in cui si sono evolute. Per questo motivo tendono a non considerare un fenomeno inedito come i cambiamenti climatici che hanno la caratteristica di essere invisibili, graduali e con effetti a lungo termine.

I politici dovrebbero quindi promuovere un cambiamento comportamentale avvalendosi di una combinazione efficace delle euristiche basate sulla consapevolezza del rischio affiancata a incentivi comportamentali.

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5.Da dominanti a dipendenti

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Il filosofo inglese Francis Bacon nel XVII secolo scrisse “La razza umana recuperi quel diritto sulla natura che le appartiene per lascito divino” 

Questa prospettiva ha sempre caratterizzato la cultura occidentale fino ai giorni nostri.

Tuttavia è ben ricordare che è grazie al periodo dell’Olocene –  l’epoca geologica che abbiamo ormai lasciato alle spalle con il suo clima stabile, abbondanza d’acqua dolce, lo strato protettivo dell’ozono e l’abbondanza di biodiversità –  se l’Homo Sapiens ha potuto evolversi e prosperare. Questo fa capire quanto l’umanità sia integrata nella biosfera e non a capo di essa.

C’è quindi bisogno di un cambiamento, di una nuova consapevolezza rispetto al ruolo che si è dato l’umanità, come ha spiegato l’ecologo americano, Aldo Leopold “da conquistatori della comunità terrestre a suoi semplici membri e cittadini”.

Un primo passo è ridefinire il linguaggio. Gli economisti ambientali per esempio descrivono il mondo vivente in termini di fornitura di “servizi ecosistemici” e di “capitale naturale”.

L’esperta di biomimetica Janine Benyus ha deciso di descrivere diversamente la nostra relazione con il mondo:  parla della Terra come di “questa casa che è nostra ma non solo nostra”.

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Ci leggiamo la prossima volta con le conclusioni di Kate Raworth.

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