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⭕ Verso la prosperità

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 20, seconda parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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7a mossa, Essere agnostici sulla crescita

Passare da “dipendenti”

a “agnostici riguardo alla crescita”

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Verso la prosperità

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Ci siamo lasciati con il dilemma se continuare a volare o atterrare.

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E quindi eccoci qui, sul nostro aereo-economia: se non faremo nulla il volo continuerà verso la direzione dell’economia degenerativa e divisiva e sicuramente non porterà nulla di buono.

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Se invece decidiamo di cambiare direzione e seguire il percorso di un’economia rigenerativa e distributiva per principio si presentano nuove domande e allo stesso tempo bisogna affrontare una serie di radicali ed enormi trasformazioni.

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Cosa succederà al Pil?

Aumenterà o diminuirà nei paesi ad alto reddito?

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Certo è che occorre attraversare un impegnativo periodo di transizione: richiede la trasformazione di molti settori, della finanza, della produzione del cibo e implica una forte contrazione di industrie minerarie, cessazione della produzione di combustili fossili.

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Al contempo si devono pianificare investimenti a lungo termine delle energie rinnovabili, trasporti pubblici, ammodernamento degli edifici.

Occorre si investa nelle fonti di ricchezza – naturale, umana, culturale e fisica – dalle quali scaturiscono tutti i valori, che siano monetizzati o no.

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In realtà, come si comporterà il Pil quando realizzeremo questa transizione, verso lo spazio sicuro ed equo della Ciambella, non si può prevedere.

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La questione è che le economie capitalistiche negli ultimi due secoli sono state strutturate (leggi, istituzioni, politiche e valori) in modo da aspettarsi e chiedere una continua crescita e l’aereo-economia si ritrova così in una situazione di stallo: abbiamo bisogno di crescere ma che non ci fa prosperare e, viceversa, se puntiamo a prosperare non si può crescere.

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Proseguendo nella lettura ti renderai conto che l’aereo-economia ha creato forme di dipendenza dalla crescita ovunque: nelle istituzioni, nelle politiche, nella finanza e nella cultura a livello sociale.

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La soluzione è “imparare ad atterrare” ricorrendo al pensiero sistemico.

Certo, i piloti-economisti non stati preparati per questo e non hanno esperienza per far atterrare l’aereo-economia ma, come dice l’economista Peter Victor, meglio “rallentare per principio e non per disastro”**.

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La crescita del Pil deriva da un ciclo di feedback positivi che alla fine incontrerà un limite ossia un feedback negativo. Il limite è la capacità di sopportazione del mondo vivente.

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Come gestirebbe questa complicata situazione un pensatore sistemico?

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Assuefatti dalla finanza: “E io cosa ci guadagno?”

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Ogni decisione nel mondo della finanza gira intorno a una domanda:

cosa ci guadagniamo?

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La ricerca del guadagno è la filosofia dell’economia capitalistica dal suo sorgere nell’Inghilterra nel XIX. La cosa sorprendente è che “il meccanismo messo in moto dal movente del guadagno” scrisse Karl Polanyi “era paragonabile per efficacia, solo alle più potenti esplosioni di fervore religioso della storia. Nell’arco di una generazione, l’intera umanità fu assoggettata alla sua fortissima influenza.*

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Prima ancora di Karl Polanyi, ne parlò Karl Marx, “il denaro crea denaro” * e, andando ancora più a ritroso, troviamo il pensiero di Aristotele che distingueva  l’economia – la nobile arte della gestione del nucleo domestico – dalla crematistica – la pericolosa arte di accumulare la ricchezza.

“Il denaro è stato concepito per essere usato nello scambio non per aumentare grazie agli interessi.”

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“Di tutti i modi in cui ci si può arricchire questo è il più innaturale”.

(“Politica” Aristotele IV secolo a.C.*)

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La ricerca del guadagno – vedi i ritorni agli azionisti, il commercio speculativo e i prestiti a interessi – genera la dipendenza dal Pil e si innesta nel profondo del sistema finanziario.

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John Fullerton, ex-banchiere di Wall Street spiega che il sistema finanziario è basato sull’espansione economica non compatibile in un sistema- pianeta chiuso eppure la finanza non ha un tetto.*

Per questo John Fullerton assieme a Tim MacDonald si sono chiesti come le imprese rigenerative possano sottrarsi alla pressione a dover crescere esercitata dagli azionisti.

Hanno ideato una innovativa filosofia finanziaria. “Evergreen Direct Investing”* (EDI) è una forma di investimento per essere liberi dalla tirannia della massimizzazione del valore per gli azionisti.

Il programma ha una visione a lungo termine, come i fondi pensionistici, non prevede di pagare agli azionisti i dividendi (che sono basati sui profitti) ma distribuisce ritorni finanziari “accettabili” da imprese mature e con crescita bassa o nulla. Invece di pagare agli azionisti dividendi basati sui profitti, l’impresa assegna per sempre una quota del suo flusso di reddito agli investitori.

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Il fatto è che abbiamo un concetto riguardo all’aspettativa di guadagno infinito che va contro le leggi del nostro mondo.

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Che idea abbiamo del denaro?

Spesso è considerato esso stesso un bene e non viene investito.

In un contesto di economia rigenerativa quali caratteristiche dovrebbe avere per essere in linea con il mondo vivente?

Come si possono stimolare gli investimenti nei beni comuni o nell’economia circolare o nelle energie rinnovabili?

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Una soluzione può essere una “controstallia” e cioè una piccola tassa che si paga per il possesso del denaro, in modo che più si detiene e più perde valore.

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Il concetto fu introdotto dal tedesco Silvio Gesell**, economista e uomo d’affari.

Nel 1916 scrisse “The Natural Economic Order”  dove affermava che “se vogliamo che i soldi siano un mezzo di scambio migliore dobbiamo renderli delle merci peggiori”. *

Per quanto sembri un modo di intendere il denaro stravagante e irrealizzabile, la “controstallia” fu utilizzata negli anni Trenta in Germania e Austria a livello cittadino proprio per rinvigorire l’economia locale.

Il governo nazionale però interruppe l’iniziativa temendo di perdere il potere di creare denaro.

Dopo una ventina d’anni, J.M. Keynes fu molto interessato alle tesi di Gesell e gli dedica un paragrafo nella sua opera più importante Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” ** e lo definisce uno «strano e immeritatamente trascurato profeta».

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Invece di incentivare i consumi di oggi, la proposta di avere una moneta dotata di “controstallia” stimolerebbe gli investimenti rigenerativi di domani.

Cambiare mentalità riguardo al denaro, fa cambiare l’economia: il principio è di trasformare le aspettative finanziarie sostituendo la ricerca del guadagno alla ricerca del mantenimento del valore. Un esempio è investire in piani rigenerativi come le riforestazioni.*

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Certamente progettare una controstallia nella valuta porta con sé molte domande circa le sue implicazioni per l’inflazione, tassi di scambio, fondi pensionistici: sono proprio le domande che bisogna prendere in esame, per favorire la creazione di una finanza adeguata a un’economia prospera invece che in continua crescita.

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Politicamente assuefatti: speranza, paura e potere

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Come abbiamo visto fino ad ora, la crescita economica, a partire da metà del XX secolo, diviene una necessità politica generata essenzialmente da tre motivi:

la speranza di far crescere gli introiti senza dover aumentare le tasse, la paura della disoccupazione e il potere delle foto di famiglia del G20.

Vediamoli nel dettaglio.

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La speranza di far crescere gli introiti senza alzare le tasse

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Una nazione dipende necessariamente dai fondi pubblici per investire nei beni e servizi per la collettività.

Per avere consenso i governi, si sa, sono sempre poco propensi ad alzare le tasse auspicando che sia il Pil a rimpinguare le casse dello Stato attraverso i gettiti fiscali. 

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Ecco le possibili soluzioni per superare la dipendenza dalle entrate fiscali generate dalla crescita:

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Primo, si dovrebbe far passare lo scopo effettivo delle tasse e ottenere consenso sociale.

Per fare questo occorre rivedere prima di tutto il linguaggio come segnala l’esperto di linguistica cognitiva George Lakoff. Nei discorsi politici spesso, per ottenere un facile consenso popolare, si chiede che si sia un “alleggerimento fiscale”. L’altra parte politica dovrebbe evitare di dichiararsi contraria.* È meglio argomentare queste improbabili promesse, proponendo una “giustizia sociale”.

Stesso dicasi quando si parla di “spesa pubblica” che fa pensare a un esborso infinito. Meglio definire “investimenti pubblici” per realizzare beni e servizi finalizzati al benessere collettivo.

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Secondo, mettere fine ai paradisi fiscali dei colossi del business. Questi paradisi stanno facilitando la perdita di oltre 100 miliardi di dollari di entrate fiscali in tutto il mondo. Un terzo della ricchezza offshore si trova nei paradisi fiscali collegati al Regno Unito dove non è dichiarata e non tassata.* La Global Alliance for Tax Justice è movimento per la giustizia fiscale. Si batte per avere sistemi fiscali progressivi e redistributivi.*

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Terzo, spostare la tassazione “dai flussi di reddito” agli “accumuli di ricchezza” (proprietà immobiliari e asset finanziari).

In questo modo si avrebbe come effetto il ridimensionamento del ruolo giocato dal Pil per garantire allo Stato un gettito fiscale. Le riforme fiscali che vanno in direzione di tasse progressive vengono molto poco tollerate dalle lobby perciò è necessario un forte impegno civico nella promozione e nella difesa di queste politiche.

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La paura della disoccupazione

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La diffusa disoccupazione porta con sé il seme dei conflitti sociali.

Fu per questo che, con la Grande Depressione, J.M. Keynes doveva trovare una risposta alla grave disoccupazione. L’obiettivo dell’economia divenne la crescita del Pil in quanto un’economia in espansione consentiva di creare la piena occupazione.

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Nel XXI secolo con la crescente robotizzazione del lavoro in tutti i settori, non è più pensabile che sia la crescita economica a compensare i licenziamenti dovuti all’automazione. Emerge l’opportunità di introdurre un reddito di base per tutti.

Ci sono altri interventi per risolvere la questione della disoccupazione, come quello della riduzione dell’orario di lavoro. Il passaggio a orari di lavoro retribuito molto più brevi offre una nuova via d’uscita dalle molteplici crisi che affrontiamo oggi. Molti di noi consumano ben oltre i propri mezzi economici e ben oltre i limiti dell’ambiente naturale, ma in modi che non riescono a migliorare il nostro benessere – e nel frattempo molti altri soffrono la povertà e la fame. La continua crescita economica nei paesi ad alto reddito renderà impossibile raggiungere obiettivi urgenti di riduzione del carbonio. * 

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Per applicare nuove misure però occorre procedere a una trasformazione dell’economia del lavoro: partendo dai sistemi fiscali e assicurativi:  i datori di lavoro per esempio dovrebbero avere convenienza quando assumo personale.

Poi ci sono le cooperative di lavoratori che si dimostrano più attente a prevenire i licenziamenti e sono una risposta adattativa a fronte di una domanda fluttuante.*

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Per incentivare il passaggio a economie più distributive e rigenerative si possono applicare misure politiche adeguate come spostare la tassazione ossia non tassare il lavoro ma l’uso delle risorse: questo porterebbe le aziende a cambiare la prospettiva: anziché ricercare modi per produrre di più con meno personale, si punterebbe alla riparazione e la rigenerazione di prodotti usando meno materiali magari creando nuovi posti di lavoro.

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Queste misure aiuterebbero a cambiare mentalità rispetto alla dipendenza dal Pil e diventare agnostiche sulla crescita?

Sicuramente servono esperimenti innovativi e studi più approfonditi.

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Il potere delle foto di famiglia del G20

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La foto dei leader al summit del G20 è emblematica: in uno scatto una nazione può vedersi rappresentata per il suo potere geopolitico che corrisponde alla crescita economica.

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E se la misurazione potesse cambiare e sia considerata di successo un’economia che prospera in equilibrio?

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In questo caso la ricchezza non potrà essere valutabile solo attraverso il denaro.

In alternativa al Pil, ci sono proposte di nuovi indici per misurare il benessere di una nazione.

Per esempio l’HDI – Human Development Index – ideatodel 1990 dall’ONU* i cui criteri di valutazione sono la salute, l’istruzione e reddito pro capite. Altri indicatori nel mondo sono “Happy Planet Index”** o “Inclusive Wealth Index”**, “Social Progress Index”**.

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Ci sono anche alternative alla competizione ossia iniziative strategiche volte a promuovere la collaborazione. Un esempio è il network C40, una rete globale di grandi città che operano per sviluppare e implementare politiche e programmi volti alla riduzione dell’emissione di gas serra e dei danni e dei rischi ambientali causati dai cambiamenti climatici.**

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Oggi il Pil ha le sue regole: é portatore di potere commerciale e militare a livello globale.

Una corsa economica per il potere globale è certamente una ragione comprensibile per concentrarsi sulla crescita a lungo termine, ma – spiega Kenneth Rogoff – se tale competizione è davvero una giustificazione centrale per questa attenzione, allora abbiamo bisogno di riesaminare i modelli macroeconomici standard, che ignorano completamente questo argomento.*

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Il punto è che occorrono pensatori innovativi nel settore delle relazioni internazionali per elaborare strategie che diano inizio a una governance globale agnostica della crescita.

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Socialmente dipendenti: qualcosa a cui aspirare

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I paesi industrializzati sono dipendenti e ossessionati dalla crescita del Pil: ci ritroviamo a vivere in una cultura basata sul consumismo e con crescenti tensioni dovute alle disuguaglianze.

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Fu davvero scaltro Edward Bernays che intuì il potenziale della conoscenza della psicologia umana e costruì il suo impero creando un metodo di persuasione utilizzando gli scritti sugli studi della psicoterapia di suo zio Sigmund Freud.

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Bernays, come abbiamo visto qui, ha trasformato la cultura del consumo in stile di vita.

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La pubblicità non è semplicemente un insieme di messaggi in competizione: è un linguaggio di per sé che viene continuamente utilizzato per fare la solita proposta generale – spiega il teorico dei media John Berger – propone che ognuno di noi trasformi se stesso, e la propria vita, comprando qualcos’altro.*

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Come possiamo liberarci da questi comportamenti?

I Paesi nordici hanno vietato le pubblicità rivolte ai bambini sotto i 12 anni e altri paesi hanno eliminato i cartelloni pubblicitari lungo le strade. Tuttavia quella più insidiosa e sempre più diffusa è la pubblicità online perché ha la peculiarità di essere personalizzata.

Purtroppo si aggiunge il fatto che per le comunità digitali la pubblicità è un mezzo di vitale importanza in quanto si è creata una sorta di dipendenza finanziaria.

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Ma in definitiva perché abbiamo questo bisogno insaziabile alla crescita?

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Da un lato abbiamo una scuola di pensiero che ritiene che “quando la torta economica cresce, le persone sono disposte a rispettare lo stato di diritto, le regole della maggioranza, i diritti delle minoranze, ecc.

Quando la torta economica cessa di crescere, le persone e le nazioni diventano predoni.”*

Per altri invece la crescita del Pil è un espediente per rimandare continuamente il bisogno di redistribuire.

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Secondo l’analisi di Kate Raworth, dopo aver consultato un importante esponente dell’economia della complessità, “abbiamo una forte spinta alla crescita perché le persone hanno bisogno di qualcosa a cui aspirare”.

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Se fosse vivo Edward Bernays che tanto ha studiato sulla psicologia umana per indurci a consumare, quali valori cercherebbe di attivare? A cosa potremmo aspirare che non sia il possedere di più?

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“I nostri eccessi sono il migliore indizio. Ogni volta che siamo eccessivi – afferma Adam Philips, psicanalista – nelle nostre vite dimostriamo una privazione di cui non siamo ancora consapevoli. I nostri eccessi sono il migliore indizio che abbiamo riguardo alla nostra stessa povertà, e il nostro modo migliore per nasconderla”. *

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Attraverso il consumismo nascondiamo a noi stessi la povertà delle nostre relazioni con gli altri e il mondo vivente. Per Sue Gerhardt, psicoterapeuta e autrice di “Selfish Society *, “abbiamo un’abbondanza materiale ma non un’abbondanza emotiva: a molte persone manca ciò che conta davvero”.*

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Una ricerca della New Economics Foundation, ha sintetizzato in cinque semplici azioni ciò che porta benessere*:

– connettersi alle persone intorno a noi;

– essere attivi fisicamente;

– informarsi sul mondo;

– apprendere nuove abilità;

– dare gli altri.

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Senza dimenticare che molti dei fattori che determinano lo scarso benessere sono incorporati nel nostro sistema economico neoliberista che, dagli anni ’80, è stato progettato e mantenuto dai ricchi per i propri interessi. **

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C’è bisogno di dirigersi verso un progresso morale e sociale – auspica Kate Raworth – dove le persone, non più prigioniere dell’arte di sopravvivere, possano aspirare all’arte di vivere.

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L’aereo economico può atterrare ora che conosce le regole dell’atterraggio: abbiamo visto tutte le forme di dipendenza dalla crescita che sono radicate a livello finanziario, politico, economico e sociale.

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Occorrono piani economici che prevedano la fine della crescita infinita del Pil e prosperare senza questa ossessione.

La metafora migliore non è un aereo come aveva fatto Rostow poiché non è capace di adattarsi a condizioni continuamente mutevoli.

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La metafora per il Pil per il XXI secolo è un abile windsurfer che cavalca la sua tavola ed è capace di gestire il vento con la sua vela, pronto a fare continui aggiustamenti, piegando, inclinando e ruotando il corpo, adattandosi all’interazione tra vento e onde.

Serve concepire il Pil come un indicatore che sale o scende e si adegua in risposta a un’economia in continua evoluzione.

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Ben vengano dunque innovatori per immaginare e progettare un’economia idonea all’arte di vivere nello spazio sicuro ed equo della Ciambella, distributiva, rigenerativa e agnostica sulla crescita.

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Ora conosci le azioni che ci avvicinano o ci allontanano dallo spazio equo e sicuro della Ciambella. Ci auguriamo ti sia utile questo lungo e intenso percorso.

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Per avere il riepilogo in immagini di tutto ciò che hai imparato, clicca sul bottone qui sotto:

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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