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⭕ Volare, o atterrare: questo è il dilemma

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 20, prima parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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7a mossa, Essere agnostici sulla crescita

Passare da “dipendenti”

a “agnostici riguardo alla crescita”

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Volare, o atterrare: questo è il dilemma

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Possiamo continuare a volare?

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La scorsa volta abbiamo parlato dell’aereo-economia di Rostow.
Kate prosegue con la metafora.

Sull’aereo tra i passeggeri si apre il dibattito, assai appassionato, sulla crescita del Pil: ci sono due convinzioni contrapposte.

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Da un lato abbiamo la fila di coloro schierati a favore del “bisogna continuare a volare” e dicono ben chiaro che la crescita economica è ancora necessaria e quindi deve essere possibile.

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Dall’altra la fila dei seguaci del “bisogna prepararsi all’atterraggio” e sono fermi nel sostenere che la crescita economia non è più possibile e quindi non può essere necessaria.

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Vediamo di approfondire le argomentazioni del primo gruppo

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Nel 1974, in risposta alla pubblicazione del rapporto “I limiti dello sviluppo” commissionato dal Club di Roma, Wilfred Beckerman avanzò una feroce critica con il libro “In defense of Economic Growth”*.

La convinzione di Beckerman è che “se si dovesse abbandonare la crescita come scelta politica, si dovrebbe abbandonare anche la democrazia” e “i costi di una non-crescita deliberata, in termini di trasformazione politica e sociale che la società si dovrebbe accollare, sarebbero astronomici.”

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Della stessa idea sono convinti altri economisti.

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Nel 2005, Benjamin M. Friedman pubblicò “The Moral Conseguences of Economic Growth” – in Italia nel 2006 con “il valore etico della crescita”* con il quale asseriva che i redditi in crescita portano a società più aperte e democratiche. I semplici redditi pro-capite alti non sono una protezione contro una svolta verso la rigidità e l’intolleranza.

È piuttosto quella sensazione di andare avanti e l’espansione economica che alimenta maggiori opportunità, tolleranza, mobilità sociale, equità e democrazia.

L’influente economista Dambisa Moyo ritiene che la crescita economica sia la sfida cruciale del nostro tempo. Senza crescita aumentano l’instabilità politica e sociale, il progresso umano diventa stagnante e la società va in declino*.

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La crescita economica quindi è una necessità politica e sociale a prescindere da quanto un paese sia già ricco – sostengono i seguaci del “bisogna continuare a volare”. Inoltre una nuova espansione economica è già in arrivo e può essere ecologicamente possibile.

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Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, studiosi del «Center for digital business» del Mit di Boston, nel loro libro “La nuova rivoluzione delle macchine” affermano che stiamo entrando a grandi passi nella seconda era delle macchine: i robot consentono una capacità produttiva sempre più alta che porterà una nuova ondata di crescita del Pil.*

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D’altro canto, Onu, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale (FIM), Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo  Economico (OCSE), puntano sulla crescita verde disaccoppiando il Pil dagli impatti ecologici (uso di acqua dolce, fertilizzanti e emissioni gas serra).

In questo modo il Pil continuerebbe a crescere nel tempo mentre l’uso delle risorse ad esso associato diminuirebbe. 

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Vediamo come funziona la teoria del disaccoppiamento (decoupling) nei tre percorsi possibili:

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Disaccoppiamento relativo,

Disaccoppiamento assoluto,

Disaccoppiamento assoluto sufficiente

Il decoupling o disaccoppiamento è la rottura del legame tra pressioni ambientali e beni economici. Si dice relativo quando la crescita economica è in salita mentre vi è un rallentamento delle emissioni di CO2. Si dice assoluto in presenza di una riduzione dell’impatto ambientale anche se il Pil è in crescita.

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Con la strategia del disaccoppiamento relativo, il Pil cresce mentre l’uso delle risorse e gli impatti ambientali sono molto più lenti.

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È bene notare che questo tipo di “crescita verde” è raggiungibile nei paesi a basso reddito in quanto sarebbero sufficienti misure di efficienza idrica ed energetica.

Nei paesi ad alto reddito però, dove i consumi hanno superato di gran lunga la capacità di sopportazione della Terra, il disaccoppiamento relativo non è assolutamente sufficiente. Questi paesi dovrebbero far crescere il Pil con un disaccoppiamento assoluto ossia l’uso delle risorse dovrebbe diminuire con l’aumentare del Pil.

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Se vogliamo vedere la realtà dei fatti, la riduzione della pressione sugli ecosistemi della Terra, soprattutto per quanto riguarda le emissioni di CO2, non sta avvenendo abbastanza in fretta.

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Bisogna che i paesi industrializzati abbiano standard più stringenti quando si parla di crescita verde e affrontare la necessità di applicare un sufficiente disaccoppiamento assoluto per rientrare nei limiti sopportabili del pianeta.

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I seguaci del “bisogna continuare a volare” sostengono che la crescita verde sia perseguibile * mettendo in pratica queste strategie:

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1. passando rapidamente da combustili fossili a energie rinnovabili;

2.passando da un’economia lineare a un’economia circolare ossia un sistema rigenerativo in cui i prodotti a fine uso non siano rifiuti ma siano materiali che possono essere riparati, dedicati a nuovo uso, riciclati;

3.espandendo il settore economico “immateriale” * ossia quello dei prodotti e servizi digitali attraverso l’e-commerce.

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È importante rilevare che la strategia del disaccoppiamento PIL-risorse non é una fase da adottare una tantum ma deve essere perenne.

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Ma siamo sicuri che queste misure possano portare un “disaccoppiamento” tale che nei paesi ad alto reddito la crescita sia sufficientemente verde?

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Con questo quesito, è interessante conoscere le argomentazioni dell’altro gruppo: i seguaci di “bisogna prepararsi all’atterraggio” i quali sono convinti che la crescita verde nei paesi ad alto reddito sia irrealizzabile. Neppure l’attuazione di un disaccoppiamento entro i limiti del pianeta è compatibile con la crescita del Pil.

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Gli economisti mainstream nel XX secolo hanno proposto varie teorie della crescita economica.

In particolare il premio Nobel Robert Solow nel 1956 con il suo modello Solow-Swan attribuiva la crescita economica degli Stati Uniti al progresso tecnologico** inteso come processo che porta nel tempo allo sviluppo della produttività, e quindi all’aumento della ricchezza all’interno di un Paese. Il modello di Solow prendeva in esame la forza lavoro e il capitale ma si mostrava lacunoso poiché si spiegava solo una parte della crescita esponenziale e lasciava non chiarito un imbarazzante “residuo” dell’87%.

Nel frattempo anche Moses Abramovitz,  studioso dello sviluppo economico e prof. alla Stanford university, approfondì le cause della crescita della produttività globale ma la sua analisi lo portò ad ammettere che questo residuo era in realtà una misura della nostra ignoranza sulle cause della crescita economica” *.

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Nel 2009, il fisico R. Ayres e l’economista ambientale B. Warr tracciarono un nuovo modello della crescita economica che, oltre la forza lavoro e il capitale, considerava l’energia o meglio l’exergia** ossia la percentuale dell’energia totale che può essere sfruttata per il lavoro utile, invece di finire dispersa sotto forma di residui e calore.

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Quando venne applicato il modello Ayres-Warr per spiegare la crescita economica esponenziale di paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone e Austria, emerse che il misterioso residuo di Solow attribuito al progresso tecnologico in realtà era dovuto all’aumento di efficienza con cui l’energia viene convertita in lavoro utile.

Gli ultimi due secoli di crescita esponenziale sono dovuti alla disponibilità di energia fossile a basso prezzo.

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I due ricercatori con “Crossing the Energy Divide: Moving from Fossil Fuel Dependence to a Clean-Energy Future”* Attraversare il divario energetico: passare dalla dipendenza dai combustibili fossili a un futuro di energia pulita mostrano come massicci miglioramenti nell’efficienza energetica che consentono di recuperare l’energia dispersa, possano colmare l’economia globale fino a quando le energie rinnovabili pulite potranno sostituire completamente i combustibili fossili.

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 È opinione di David Murphy, economista energetico che i tassi di crescita economica nel futuro non potranno essere gli stessi degli ultimi 100 anni*.

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E, a proposito di crescita verde, il gruppo “bisogna prepararsi  all’atterraggio” avanza perplessità e cita l’analisi dell’economista Gregor Semieniuk: l’economia “immateriale” è solo nel nome.

In realtà la rivoluzione digitale dipende da infrastrutture che comportano un alto consumo di materiali e per funzionare hanno bisogno di molta energia con tutte le implicazioni del caso.*

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Inoltre non è dato per scontato che l’economia immateriale contribuisca così tanto alla crescita del Pil poiché sono in grande espansione una vasta gamma di servizi e prodotti online (istruzione, formazione, intrattenimento, musica, software) di grande valore economico che non viene venduto con un ricavo ma viene condivido a basso costo o addirittura gratuitamente.

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È in grande sviluppo anche l’economia della condivisione (auto, coworking, spazi) e scambi (vestiti, libri, giocattoli). Anche in questo caso esiste un valore economico senza o quasi transazione di mercato. 

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Il Pil è avviato al declino mentre – sostiene Jeremy Rifkin – si sta sviluppando un nuovo e vivace paradigma che misura il valore economico in modo completamente nuovo.*

Dalla prospettiva della società o dei beni comuni questo cambiamento può essere entusiasmante in quanto finalizzato al benessere umano.

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Il tramonto del Pil però non è compatibile per finanza, business e Stato che, per la loro stessa natura, sono strutturati per ottenere introiti monetari.

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I seguaci del “bisogna prepararsi all’atterraggio” affermano che:

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1.la crescita infinita del Pil non è possibile quindi non è necessaria. Occorre passare a un’economia verde e sostenibile senza crescita;

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2.i redditi più alti non rendono più felici come dimostrato dall’economista Richard Easterlin che scoprì che la felicità auto-dichiarata aumentava con il reddito. Ma la cosa sorprendente dell’indagine, nota come il Paradosso di Easterlin** metteva in evidenza che, oltre una certa soglia, nonostante il Pil pro-capite fosse cresciuto, i livelli di felicità erano rimasti invariati se non scesi. “All’interno di un singolo Paese, in un dato momento reddito e felicità soggettiva non sono sempre legati, le persone più ricche non sono sempre le più felici **

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Tuttavia c’è da aggiungere che l’analisi di Easterlin è stata messa in discussione da altri studi. In particolare con le ricerche di Betsey Stevenson e Justin Wolfers emerge che la felicità auto-dichiarata aumenta con l’aumentare del reddito pro-capite e più lentamente se ci si riferisce alla ricchezza del paese*.

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Tenendo per buono il Paradosso di Easterlin, il fatto che la felicità auto-dichiarata rimanga stabile all’aumentare del reddito non ci viene dato sapere cosa succederebbe al livello di felicità se il reddito si stabilizzasse.

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Inoltre c’è da ricordare, come succede in molti paesi ad alto reddito, che la stagnazione dei salari sfocia in conflitti sociali e xenofobia.

Le nostre economie si sono evolute in una prospettiva di crescita ma hanno finito per dipenderne.

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Ora che abbiamo sentito le argomentazioni del gruppo “bisogna continuare a crescere” e quelle del gruppo “bisogna prepararsi all’atterraggio”, quale potrebbe essere la soluzione più efficace?

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Ha provato a tirare le fila Martin Wolf autorevole giornalista finanziario, con il suo articolo sul Financial Time, ponendo sul tavolo del dibattito alcune riflessioni:

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“Il punto più importante dei dibattiti sui cambiamenti climatici e sull’approvvigionamento energetico è che riportano la questione dei limiti. Ecco perché il cambiamento climatico e la sicurezza energetica sono questioni così importanti dal punto di vista geopolitico.

Perché se ci sono limiti alle emissioni, potrebbero esserci anche limiti alla crescita. Ma se ci sono davvero dei limiti alla crescita, le basi politiche del nostro mondo vanno in pezzi. Inoltre il rischio è che possano riemergere intensi conflitti distributivi – anzi, stanno già emergendo – all’interno e tra i paesi.

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La risposta di molti, in particolare ambientalisti e persone con tendenze socialiste, è di accogliere tali conflitti. Questi, credono, sono i dolori del parto di una società globale giusta. Sono fortemente in disaccordo. È molto più probabile che sia un passo verso un mondo caratterizzato da conflitti catastrofici e repressione brutale. Questo è il motivo per cui condivido la risposta ostile dei liberali classici e dei libertari alla nozione stessa di tali limiti, poiché li vedono come la campana a morto di ogni speranza di libertà interna e relazioni estere pacifiche.

Gli ottimisti credono che la crescita economica possa continuare e continuerà. I pessimisti credono o che non lo farà o che non lo farà se vogliamo evitare la distruzione dell’ambiente.

Penso che dobbiamo cercare di sposare ciò che ha senso in queste visioni opposte.

È vitale per le speranze di pace e libertà che sosteniamo l’economia mondiale a somma positiva. 

Ma non è meno vitale affrontare le sfide ambientali e di risorse che l’economia ha lanciato.

Sarà difficile”.*

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La prossima volta vedremo come Kate Raworth ci farà uscire da questo dilemma molto complesso.

Se ti piace questo argomento, condivi l’articolo! Grazie.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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