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⭕ Rigeneriamoci: ecco cosa serve

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 18, seconda parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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6a mossa, Creare per rigenerare

Passare da “la crescita ripulirà”

a rigenerativi per progetto

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Rigeneriamoci: ecco cosa serve

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In cerca dell’economista generoso

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Ma perché dovremmo dare aria pulita in città?

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È la reazione di una importante impresa di costruzioni a cui ha assistito Janine Benyus, studiosa di  biomimesi durante la progettazione per il rinnovamento dei sobborghi di una grande città. La proposta di Benyus era quella di realizzare gli edifici i cui muri biomimetici avrebbero sequestrato CO2 e rilasciato ossigeno e filtrato l’aria circostante.

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È la mentalità di un modello capitalistico che ha come unica forma di valore quello finanziario e deve render conto solo agli azionisti.

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I progettisti rigenerativi invece si chiedono quali benefici potrebbero aggiungere ai loro interventi e a volte può essere anche molto redditizio.

Il riutilizzo e l’efficiente utilizzo delle risorse è nell’essenza dell’economia circolare e dunque un vantaggio economico. 

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Perché si affermi la progettazione industriale rigenerativa è necessario che sia sostenuta innanzitutto da una progettazione economica rigenerativa e il processo di riprogettazione necessita di esperimenti innovativi.

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Il futuro circolare è aperto

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L’economia circolare per sua natura deve essere sviluppata creando conoscenza condivisa per liberare il potenziale della manifattura circolare. Per questo scopo è stato avviato l’Open Source Circular Economy (OSCE). È un network di innovatori, progettisti e attivisti che condivide saperi.

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I principi per una economia circolare veramente rigenerativa presuppongono trasparenza e sono:

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. creare prodotti facili da smontare, assemblare;

. progettare componenti di forma e dimensioni comuni;

. piena accessibilità alle informazioni sulla composizione dei materiali e sui modi per usarli;

. documentare la dislocazione e disponibilità dei materiali.

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Sam Muirhead, attivista per lo sviluppo di idee collaborative**, trasparenti ed etiche del movimento Free / Libre Open Source – con particolare attenzione alle arti – é l’ ispiratore dell’OSCE e afferma:  “Ogni giorno i beni comuni della conoscenza crescono e diventano più utili. Una volta che le persone si impadroniscono dell’idea provano a creare nuove applicazioni. E questo vale anche per il potenziale dell’economia circolare” .

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Anche Janine Benyus, esperta di biomimesi, crede fortemente nei beni comuni della conoscenza. Ha aperto il sito asknature.org* e aiuta gli innovatori a imparare ed emulare modelli naturali al fine di promuovere la progettazione di sistemi umani, prodotti, processi e politiche sostenibili.

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Ridefinire il business del business

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“La responsabilità sociale del business è di incrementare i profitti”* questo era l’affermazione di Milton Friedman in un’intervista nel 1970*.

Anche se può sembra un’utopia non la pensava così Anita Roddick, grande imprenditrice visionaria, che nel 1976 anticipò un business socialmente e ecologicamente rigenerativo.*

Aprì inizialmente un negozio, Body Shop, in Inghilterra. Ciò che caratterizzava la produzione di cosmetici naturali di Anita Roddick era il fatto che erano a base vegetale, non testati su animali e la confezione (flacone e scatole) erano riutilizzata. Fu tra le prime aziende che pagavano un prezzo equo alle comunità in tutto il mondo per la fornitura di cacao, olio di noce brasiliana e erbe essiccate.  Fu tra le prime aziende a investire nell’energia eolica.

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Gli affari andavano decisamente bene e così parte dei profitti erano destinati alla “The Body Shop Foundation” l’organizzazione impegnata per cause sociali e ambientali.

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Perché faceva tutto questo Anita Roddick?

Lo spiegava così: “Voglio lavorare per un’azienda che doni alla comunità e che  ne sia parte.”

Quello che oggi si chiama “scopo vitale” di un’azienda.

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Anita Roddick ha dimostrato che un’azienda può essere molto di più del puro business anzi potremmo dire che il business del business sia contribuire a creare un mondo di prosperità.

Oggi le imprese più innovative si ispirano a questa visione, sono imprese che hanno uno scopo sociale o esercitano attività a beneficio della comunità, come le società benefit, rigenerative per principio.**

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La finanza al servizio della vita

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Un business con uno “scopo vitale” deve necessariamente avere una fonte finanziaria allineata con la mission e che si mettano in conto risultati a lungo termine per creare valori – umani, sociali, culturali e fisici – insieme a un equo ritorno finanziario.

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È quel che imparò anche Anita Roddick quando quotò in borsa la sua impresa: i dissapori con i suoi azionisti furono evidenti.

Come può essere finanziata un’impresa rigenerativa per realizzare il suo scopo vitale deve essere finanziata per adempiere?

È di questo che si occupa John Fullerton, un economista non convenzionale. Dopo una carriera di successo a Wall Street, dove era un amministratore delegato JPMorgan si dimise nel 2001 giungendo alla consapevolezza che il sistema economico è la causa della crisi ecologica ed è la finanza che guida il sistema economico. Fullerton è convinto che non basta limitare la finanza speculativa, occorre promuovere anche una finanza basata su investimenti a lungo termine.

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Per questo si è impegnato per progettare una “finanza rigenerativa” con l’obiettivo di utilizzare risparmi e crediti in investimenti produttivi che generano valori sociali ed ecologici nel lungo termine.

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Esistono esempi concreti di “banche rigenerative”* che hanno la missione di usare il denaro per generare cambiamenti positivi in ambito sociale, ambientale e culturale: la banca olandese Triodos oppure la Florida First Green Bank.

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Bisogna pensare a una finanza al servizio della vita: non solo riprogettazione degli investimenti ma anche riprogettazione della moneta. Come abbiamo visto qui.

Bernard Lietaer, espero di monete complementari, ha modificato radicalmente Rabot, il quartiere più fatiscente di Gand, in Belgio.* La sfida era di passare dal degrado a un quartiere piacevole in cui vivere con molto verde.

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La primo passo di Lietaer è stato di chiedere ai residenti cosa desiderassero. Alla risposta di avere piccoli orti sociali, un sito industriale abbandonato è stato frazionato e piccoli lotti sono stati dati ai cittadini dietro pagamento di un piccolo canone di affitto. La particolarità dell’operazione è che l’affitto era con una nuova moneta in “Torekes”, (“piccole torri” a evocare i palazzoni del quartiere).

Come potevano avere i Torekes i cittadini?

Facendo volontariato nella raccolta dei rifiuti, provvedendo alla messa a dimora di nuove piante, riparando gli edifici pubblici o condividendo l’auto per il trasporto collettivo. I Torrekas potevano essere usati per biglietti al cinema o comprare prodotti alimentari o lampadine a basso consumo.

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L’aspetto più interessante è che ha avuto l’effetto di integrazione sociale.

Questo è uno dei modi in cui si possono usare le monete complementari.

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Far nascere lo Stato partner

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Il ruolo dello Stato è fondamentale per consentire di abbandonare la progettazione degenerativa del  business-as-usual e passare a quella rigenerativa utilizzando mezzi come: tasse e norme, assumendo il ruolo di investitore trasformato e potenziando i beni comuni. 

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È consuetudine per i governi tassare “quello che può” anziché tassare “quello che deve” e questo fa la differenza. Come anticipato nel capitolo della progettazione distributiva, si ha un risultato diverso se si tassano le aziende quando assumono personale mentre si hanno agevolazioni fiscali per gli investimenti sull’acquisto di robot.

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Nel XXI secolo occorre il passaggio dalla tassazione del lavoro al tassare le fonti non rinnovabili potenziando i sussidi per le energie rinnovabili e per gli investimenti in efficienza. Ristrutturare gli edifici anziché demolirli consentirebbe un risparmio di acqua e materie prime.

Secondo lo studio “Economia circolare e benefici per la società”* commissionato dal Club of Rome, emerge che una progettazione rigenerativa significa creare nuovi posti di lavoro, vantaggi per il clima con le energie rinnovabili e efficienza delle risorse.

Tuttavia non ci si può affidare solamente alla progettazione industriale. Occorre una rivoluzione dell’energia pulita.

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“Non possiamo affidarci al settore privato per rimodellare in modo radicale l’economia – afferma Mariana Mazzucato – solo lo Stato può predisporre il tipo di finanza paziente per operare un cambiamento necessario”*

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Il governo cinese condivide la visione della ricercatrice Mariana Mazzucato, visto che il governo ha investito miliardi di dollari in un portfolio di aziende in energia rinnovabile.

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Esempi di Stato come partner che si assumono il ruolo trasformativo nella creazione di un’economia rigenerativa non sono molti. Esistono però molti esempi a livello di città. Una di queste è Oberlin in Ohio che si è prefissata l’obiettivo di essere tra le prime città americane a “impatto climatico positivo” sequestrando più CO2 di quella emessa. Il progetto si concretizza attraverso l’efficientamento dell’illuminazione municipale, energia rinnovabile, coltivando localmente il 70 percento del cibo, con la creazione di aree verdi urbane. La sostenibilità si estende su tutti i fronti anche attraverso l’educazione ambientale e la creazione di posti di lavoro. “Dobbiamo ricalibrare la prosperità basandoci sul funzionamento degli ecosistemi e su quello che posso effettivamente rigenerare” spiega David Orr, direttore del Progetto Oberlin ideato grazie a un pensiero sistemico. **

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L’era delle unità di misura viventi

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L’economia lineare che, ricordiamo , è figlia di una progettazione degenerativa che ha come unità di misura quella monetaria e il suo unico scopo è la crescita del Pil.

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La progettazione rigenerativa invece ha nuove unità di misura che riflettono la sua missione che è di promuovere la prosperità umana nel rispetto degli ecosistemi. Le nuove unità “viventi” tengono conto delle molti fonti di ricchezza – umane, sociali, ecologiche, culturali, fisiche – da cui scaturisce il valore di cui gli introiti finanziari sono solo una piccola frazione.

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Esempi concreti di “unità di misura della vita” si stanno sviluppando rapidamente.

Il progetto che abbiamo visto poco fa in questo articolo quello di Oberlin negli Stati Uniti – mira a migliorare la resilienza, la prosperità e la sostenibilità della comunità. Per  misurare e monitorare l’avanzamento del progetto si serve di un sito web, “Environmental Dashboard”, che mostra in tempo reale il consumo di acqua, elettricità, le emissioni di carbonio etc.

Le misurazioni non riguardano solo le comunità ma anche le imprese attraverso specifici bilanci di sostenibilità. 

L’obiettivo non è limitarsi a “non fare danni” ma a mettersi nell’ottica di arrivare a dare un contributo rigenerativo.*

I governi potrebbero sostenere e premiare le aziende rigenerative con riduzioni delle tasse e incentivi agli acquisti verdi.
Visto che la crescita illimitata ha causato enormi danni e non ha certo contribuito a “ripulire” l’ambiente, semmai ha aumentato l’impronta ecologica nel consumo di materiali e aumentando la pressione dei cambiamenti climatici, come dobbiamo porci nel XXI secolo di fronte al famigerato indicatore, chiamato Pil?

Per spostarci nello spazio sicuro e equo della Ciambella, dobbiamo essere agnostici rispetto alla crescita?

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Lo vedremo nel prossimi articoli. Continua a seguirci, stiamo per scoprire la 7a mossa per pensare come ad un economista del XXI secolo.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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