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⭕ Quando sarò cresciuto, potrò pulire

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 17

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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6a mossa, Creare per rigenerare

Passare da “la crescita ripulirà”

a rigenerativi per progetto

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Quando sarò cresciuto, potrò pulire

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Nel 2015 in Germania Kate si trovò a conversare con uno studente indiano. Alla domanda se avesse scelto di studiare tecnologie ecocompatibili, scosse la testa:

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“No, l’India ha altre priorità. Non siamo abbastanza ricchi per permetterci di pensare a queste cose. Ora abbiamo altre priorità”

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Questo episodio è emblematico perché riassume la storia economica che circola da decenni: i paesi poveri sono troppo poveri per occuparsi dell’ambiente. È con la crescita economica che ci sono i mezzi per ripulire l’ambiente e rimpiazzare le risorse utilizzate.

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Ma questo è un proposito illusorio.

Molto meglio creare economie che siano rigenerative per progetto.

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Come era successo con la curva di Kuznets, quando abbiamo parlato de “la crescita livellerà”, all’inizio degli anni Novanta in una sorprendente analogia, gli economisti statunitensi Gene Grossman e Alan Krueger pensarono di aver trovato un’altra apparente legge economica del moto.

Notarono che in 40 paesi con la crescita del Pil, l’inquinamento prima aumentava e poi diminuiva. Mentre la curva di Kuznets era caduta nell’oblio, voilà un altro schema con una U capovolta e questa volta chiamato “Curva ambientale di Kuznets”.

Grossman e Krueger riconoscevano di avere a disposizione solo dati locali e non a livello globale e che riguardavano inquinanti di aria e acqua. Nei loro studi infatti non erano considerati dati agli impatti ecologici come emissioni globali di gas serra, perdita di biodiversità, deforestazione, sostanze chimiche utilizzate in agricoltura, consumo di acqua potabile.* Nonostante ciò dichiararono: “la crescita economia porta una fase iniziale di deterioramento seguita da una successiva fase di miglioramento”. 

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Il messaggio venne ancor più enfatizzato da economisti come Bruce Yandle che affermò: “La crescita economica contribuisce a riparare i danni arrecati negli anni precedenti. Se la crescita economica fa bene all’ambiente, le politiche che stimolano la crescita (liberazione del commercio, ristrutturazione economica, riforma dei prezzi) dovrebbero fare bene all’ambiente”. *

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La filosofia “niente dolore, niente guadagno” era tornata: se volete acqua e aria pulite, foreste e oceani in salute, le cose dovevano andare peggio per poi andare meglio.

Le proteste degli ambientalisti furono ridicolizzate e vennero considerati inutili allarmismi i report che mostravano i danni agli ecosistemi provocati da una crescita forsennata.

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L’economia mainstream affermava che non vi era alcun collegamento diretto tra crescita economica e ambiente e vennero avanzate tre spiegazioni:

.1. con la crescita delle nazioni, i cittadini possono permettersi di prendersi cura dell’ambiente;

2. le industrie possono permettersi tecnologie più ecologiche;

3. i paesi più industrializzati saranno i primi a convertirsi dalla produzione ai servizi.

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Tuttavia, Mariano Torras (docente Università Adelphi NY) e James K. Boyce (ricercatore università della Tasmania) hanno condotto una ricerca mettendo a confronto i dati nazionali usati per creare la curva ambientale di Kuznets * e giungono a queste considerazioni:

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.1. cittadini non devono aspettare che il Pil cresca per chiedere aria e acqua pulite. La qualità dell’ambiente è migliore dove il reddito è distribuito in modo equo: anche e soprattutto nei paesi a basso reddito. Oltre all’equità, esiste più alfabetizzazione e i diritti civili e i politici vengono rispettati. Non la crescita economica tutela aria e acqua pulite ma il potere ai cittadini. 

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2. Sono decisive le pressioni dei cittadini sui governi e aziende per ottenere standard più severi. Per lo più le aziende passano a tecnologie ecologiche se sono costrette dalla legislazione e non perché sono aumentate le entrate.

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3. I paesi industrializzati non convertono la loro attività in servizi eliminando così  l’inquinamento ma semplicemente lo spostano altrove.

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Oggi, grazie ai progressi della contabilità dei flussi di risorse, tutti i dati omessi nella curva ambientale di Kuznets (gli impatti ecologici e i loro effetti a medio-lungo termine) danno un altro risultato. Risultato molto diverso da quello che è stato propinato per decenni.

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Ecco cosa accade.

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La buona notizia è che la UE e l’OECD – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – hanno dichiarato con un certo orgoglio che estrazione e lavorazione delle materie prime, nei territori dei paesi ad alto reddito, sono effettivamente diminuite con un aumento della produttività delle risorse senza intaccare la crescita del Pil. Quindi dovrebbe essere un buon segnale all’insegna della “crescita verde”.

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Ma la cattiva notizia arriva dalla visione olistica di Tommy Wiedmann, esperto di analisi dei flussi internazionali delle risorse, che dice: “Sembrerebbe che i paesi sviluppati siano diventati più efficienti nell’uso delle risorse in realtà restano ancorati a una base di materiali sottostante”.

In altre parole, per valutare l’impronta ambientale,  Wiedmann tiene conto anche dei prodotti importati da una nazione e ne calcola i relativi impatti in ogni luogo del mondo conseguenti alla loro produzione, come utilizzo di biomasse, combustili fossili, minerali metallici e da costruzione. *

L’indagine di Wiedmann porta a una prospettiva molto diversa da quella della Ue e OECD.

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Alcuni dati: dal 1990 al 2007 nei paesi ad alto reddito è cresciuto il Pil ed è cresciuta l’impronta ecologica. Stati Uniti, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Australia hanno avuto un incremento del 30%.

Spagna, Portogallo e Olanda hanno raggiunto un incremento del 50%

Il rapporto “Global Material Flows and Resource Productivity” realizzato nel 2016 dall’UNEP – Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente – evidenzia che il flusso di materia a livello globale è passato da 23 miliardi di tonnellate nel 1970 a oltre 70 miliardi nel 2010.

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Va da sé che se l’economia globale dovesse seguire questo trend non basterebbero tre pianeti. La curva ambientale di Kuznets diventa una montagna che l’umanità non può scalare perché non sopravviverebbe al suo picco.

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Affrontare l’economia lineare degenerativa

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Immagina un bruco. Questo bruco ingerisce cibo ad un’estremità ed espelle le sostanze di scarto dall’altra.

Con questo esempio Kate ci spiega il modello industriale lineare adottato negli ultimi duecento anni che consiste nel prendere-lavorare-usare-buttare. Questo modello si traduce in pratica con:  estrarre minerali, metalli, combustibili fossili-lavorarli per ottenere prodotti-venderli ai consumatori-buttare i prodotti.

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È evidente che l’economia non è una questione di leggi da scoprire ma fondamentalmente è una questione di progettazione.

Il modello lineare, il “bruco-industriale” per capirci, ha generato enormi profitti e arricchito molte nazioni ma è degenerativo in quanto si scontra con il mondo naturale che prospera riciclando incessantemente carbonio, ossigeno, acqua, azoto e fosforo: i bio- elementi, base della vita.

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L’attività industriale ha interrotto questi cicli vitali provocando catastrofiche conseguenze: 

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– estraendo e bruciando petrolio, carbone e gas dal sottosuolo si riversa anidride carbonica in atmosfera provocando l’effetto serra; 

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-trasformando enormi quantità di azoto** e di fosforo** in fertilizzanti.

Con l’azoto si danneggia la qualità dell’acqua, dell’aria, del suolo, l’equilibrio dei gas serra, gli ecosistemi e la biodiversità. **

Il fosforo viene disperso nei terreni agricoli e, con l’azione dell’acqua finisce in fiumi, laghi e oceani esaurendo così le riserve disponibili sul pianeta;**

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-attuando deforestazioni destinate ad agricoltura e allevamenti e all’estrazione di minerali e metalli che, dopo averli trasformati in prodotti, finiranno in discariche generando rifiuti tossici per suolo, acqua e aria.

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La teoria economica mainstream chiama questi effetti dannosi, che oltre ad essere di tipo ecologico sono anche di tipo sociale, “esternalità negative** e vanno risolti con  strumenti basati sul mercato per mezzo di quote e tasse

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La teoria quindi stabilisce, per le quote, un tetto massimo per l’inquinamento totale per poi assegnare “diritti di proprietà” con delle quote da non superare lasciando che sia il mercato a stabilire un prezzo per il diritto di inquinare. Oppure imporre tasse equivalenti al “costo sociale” derivante dall’inquinamento e lasciare che il mercato decida quanti inquinanti emettere.

Le implicazioni di queste politiche, per esempio in Germania, hanno dato effetti importanti. Hanno fatto aumentare i prezzi dei combustibili fossili facendo scendere i consumi e quindi le emissioni di carbonio e il denaro raccolto dalle tasse ambientali sul gas è servito principalmente a compensare le pensioni e le tasse sui salari.*

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Esistono tariffe differenziate anche per il consumo dell’acqua. In molti paesi del mondo a rischio siccità, il prezzo per il consumo dell’acqua varia quando si supera la quota stabilita che va oltre i bisogni essenziali (bere, cucinare, lavarsi). *

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Tuttavia nè quote, nè tasse e nè tariffe differenziate possono realmente alleggerire le gravi pressioni che l’umanità esercita sugli ecosistemi del pianeta.

Dal canto loro le aziende sono propense a chiedere tetti e permessi più ampi per incentivare le produzioni anche se a discapito dell’ambiente.

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I governi spesso per timore che la propria nazione perda in competitività non mettono in atto misure efficaci e i partiti politici temono di perdere l’appoggio del mondo imprenditoriale.

Quote e tasse è vero che sono punti di forza per cambiare il comportamento di un sistema ma sono misure ancora troppo deboli per limitare l’accumulo e ridurre il flusso di inquinanti.

Agire sulle leve per cambiare il paradigma che definisce gli obiettivi del sistema è decisamente più efficace. *

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Fino ad oggi l’economia è stata impostata sulla progettazione lineare degenerativa per cui gli incentivi sui prezzi non cambiano la corsa verso l’esaurimento delle risorse. Negli anni Novanta l’architetto e visionario John Tillman scrisse “alla fine un sistema a senso unico distrugge il paesaggio dal quale dipende e divora le fonti della sua stessa sopravvivenza”.*

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Occorre dunque passare a un modello di impresa fondata su una progettazione rigenerativa e lo vedremo con il prossimo articolo.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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