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⭕ Di chi è il tuo lavoro? I robot? E le idee?

Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 16, terza parte

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo 

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5a mossa, Progettare per distribuire

Passare da “la crescita appianerà le disuguaglianze”

a distributivi per principio

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Di chi è il tuo lavoro? I robot? E le idee?

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Nel XXI secolo abbiamo l’opportunità di trasformare le dinamiche del possesso della ricchezza e “di distribuire per principio”. Le aree su cui intervenire sono cinque.

Abbiamo già visto la terra e il denaro qui.

In questo articolo conosceremo l’impresa, la tecnologia e la conoscenza.

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Queste innovazioni contribuiranno a cambiare le economie da divisive a distributive e come effetto ridurranno povertà e disuguaglianze.

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3. Di chi è il tuo lavoro?

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Negli ultimi trent’anni, stiamo assistendo nei paesi ad alto reddito, a una stagnazione dei salari che sono, per lo più, rimasti fermi o addirittura calati nonostante le economie siano cresciute.

Gli stipendi dei dirigenti sono aumentati.

In Gran Bretagna per esempio dal 1980 il Pil è cresciuto velocemente ma non sono andati di pari passo i salari.*

Discorso analogo per gli Stati Uniti: agli anni che vanno dal 2002 al 2012 è stato addirittura attribuito il nome di “Decade of flat wages* , il decennio perduto dei salari.

La questione della stagnazione dei salari riguarda anche la Germania: negli anni in cui si è registrata una crescita dell’economia quasi record, i salari sono rimasti fermi.*

La disparità nasce da una questione di progettazione.

Chi raccoglie il valore generato dai lavoratori?

All’epoca i padri fondatori dell’economia avevano ben chiaro che si presentavano tre gruppi:

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.Lavoratori

.Proprietari terrieri

.Capitalisti

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Nel pieno della Rivoluzione industriale le imprese cedevano le azioni a ricchi investitori e una gran massa di lavoratori si offriva per dare la propria manodopera. Si andavano così delineano le classi sociali che detenevano un potere ben diverso tra loro.

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Mentre andava in auge la supremazia degli azionisti verso cui le aziende avevano l’obbligo primario di massimizzare il ritorno economico attraverso di dividendi** , i lavoratori venivano considerati come un fattore esterno all’impresa e visti come un costo da minimizzare.

La crescita del capitalismo azionario ha rafforzato questa cultura e ha dominato il XIX e XX secolo.

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Esiste un modello di impresa alternativo da applicare nel XXI secolo?

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L’analista Marjorie Kelly ha dedicato la sua carriera per studiare il reticolo di legami fra schemi proprietari, produzione e distribuzione della ricchezza.

L’attuale potere economico e la ricchezza sono in capo ad una minoranza e occorre ricercare – secondo il pensiero di Marjorie Kelly – una trasformazione: una proprietà privata che permetta una distribuzione.

Finché le imprese saranno create per concentrarsi esclusivamente sulla massimizzazione del reddito finanziario per pochi, la nostra economia sarà bloccata in una crescita senza fine e in un aumento delle disuguaglianze. *

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La proposta di Marjorie Kelly è una progettazione d’impresa chiamata generativa e si basa su due principi:

l’appartenenza radicata e la finanza azionaria.

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Immaginate che i lavoratori, invece di essere una  “componente esterna” siano i proprietari dell’azienda.

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Immaginate che queste imprese invece di emettere azioni per gli investitori esterni, emettano bond promettendo un ritorno prestabilito e adeguato.

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Questo tipo di imprese, di proprietà dei lavoratori, e le cooperative esistono. Il movimento delle cooperative nacque in Inghilterra a metà del XIX secolo.

L’aspetto i interessante è che ci sono altre forme di pianificazione del business che si stanno aggiungendo a questo modello, ormai consolidato: di simili imprese occorre creare un ecosistema. 

Imprenditori e avvocati innovativi e lungimiranti stanno riscrivendo gli attivi costitutivi e gli statuti delle società e questo vuol dire che si delineano obiettivi, strutture e diritti e doveri.

Riprogettare questi elementi significa riprogettare il dna del business e passare da un potere economico in mano a pochi a molti.

Questo nuovo network di imprese innovative sta operando affianco alle imprese tradizionali.

È vero, le aziende mainstream guidate dalla supremazia degli azionisti continuano a dominare e “ fondamentalmente dovremo cambiare il sistema che sta al cuore delle principali società – ammette Marjorie Kelly – ma bisogna partire da quello che è fattibile, che ravviva e che punta a vittorie più grandi in futuro”.

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4. Di chi saranno i robot?

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La rivoluzione digitale ha e avrà sempre più un impatto significativo in tema di lavoro, salari e ricchezza.

Finora ha  generato due tendenze opposte: da un lato ha permesso lo sviluppo di intense collaborazioni grazie ai network a costi praticamente nulli. Pensiamo alla crescita dinamica dei beni comuni gestiti collettivamente. Chiunque abbia una connessione internet può informare, imparare e intrattenere a livello globale. Chiunque può accedere al circuito della moneta blockchain, acquistare o vendere energia rinnovabile.

Tali tecnologie sono l’essenza della progettazione distributiva: ognuno può diventare prosumer (prosumer è composto dalla parola producer e consumer) ed essere utente nell’economia peer-to-peer.

È anche vero che si sta verificando una dinamica del tipo “il vincitore prende tutto”: il web anziché essere un mezzo per promuovere e sviluppare una varietà di imprese e provider di informazioni, si  è trasformato in monopoli digitali detenuti da colossi come Google, YouTube Apple, Facebook, Amazon, etc.

Di fatto stanno gestendo i beni comuni sociali globali per un esclusivo interesse commerciale e attraverso brevetti stanno cercando di tutelare i propri privilegi.*

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L’altra tendenza è di sostituire le persone stesse con robot in grado di imitare gli essere umani con prestazioni migliori. Sono a rischio milioni di posti di lavoro e a livello globale.

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Nel 2016 la Foxconn, leader mondiale cinese della produzione elettronica ha rimpiazzato 60mila lavoratori con robot in una sola fabbrica e prevede di arrivare a un milione di macchine.*

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Quali politiche può applicare una progettazione distributiva per attenuare questa tendenza?

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Una soluzione è quella di tassare le aziende per l’uso dei robot.

L’utilizzo dei robot rappresenta una duplice perdita anche per lo Stato: non essendoci lavoratori si erodono le tasse sui salari e in più gli investimenti in macchine sono spese deducibili dalle tasse.

Ecco perché bisogna investire molto di più nella formazione professionale delle persone e sviluppare competenze e abilità non proprie dei robot: creatività, empatia, contatto umano, pensiero laterale. Caratteristiche che sono essenziali in molti impieghi come insegnanti della scuola primaria, diretti artistici, psicoterapeuti e tutti i lavori in ambito. artistico e sociale.

Da mettere in evidenza che molti lavoratori non avranno un salario sufficiente per vivere da qui la necessità di prevedere un reddito minimo per tutti.

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Un’altra soluzione è il modello proposto da Mariana Mazzucato.

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È lo Stato, nelle economie più avanzate, a farsi carico del rischio d’investimento iniziale all’origine delle nuove tecnologie. È lo Stato, attraverso fondi decentralizzati, a finanziare ampiamente lo sviluppo di nuovi prodotti fino alla commercializzazione. E ancora: è lo Stato il creatore di tecnologie rivoluzionarie come quelle che rendono l’iPhone così ‘smart’: internet, touch screen e gps. Ed è lo Stato a giocare il ruolo più importante nel finanziare la rivoluzione verde delle energie alternative.

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Ma se lo Stato è il maggior innovatore, perché allora tutti i profitti provenienti da un rischio collettivo finiscono ai privati?*

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Lo Stato dovrebbe partecipare alla proprietà della tecnologia robotica con diritti sui brevetti in comproprietà pubblico-privato assegnando alle banche statali quote significative dei settori che usano tecnologie robotiche basate sulle ricerche finanziate dallo Stato.

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Con il massiccio e rapido ingresso dei robot, sono necessarie proposte innovative per dare equilibrio allo sconvolgimento del lavoro e quindi dei redditi: la ricchezza generata dalla produttività dai robot deve essere ampiamente distribuita.

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5. Di chi sono le idee?

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“Abbiamo fra noi uomini di grande ingegno, atti ad inventare e scoprire dispositivi ingegnosi: ed è in vista della grandezza e della virtù della nostra città che cercheremo di far arrivare qui sempre più uomini di tale specie ogni giorno.”

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Era marzo 1474, nella Repubblica di Venezia, venne promulgato lo Statuto dei brevetti accompagnato dalle parole che hai appena letto.

La storia dei brevetti inizia così e ne costituisce un primato a livello di legislazione mondiale.

Venezia infatti voleva premiare I famosi soffiatori di vetro con brevetti decennali con cui proteggere le loro creazioni dalle imitazioni.

Con il tempo però gli artigiani emigrarono portando e diffondendo il loro sapere in tutta Europa e in tutti i settori industriali.

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In una prima fase i regimi di proprietà intellettuale – brevetti, copyright e marchi registrati – diedero impulso alla Rivoluzione industriale. Con il tempo però il bene comune della conoscenza tendeva ad  essere monopolizzato e oggi sta mettendo in evidenza un aspetto controproducente: l’abuso delle leggi a tutela della proprietà proprietà intellettuale sta soffocando l’impulso all’innovazione. Innovazione che invece si voleva promuovere.

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In realtà i brevetti sono a vantaggio delle grandi aziende più che all’avanzamento scientifico e dei piccoli innovatori.

La teoria economica mainstream afferma che è necessaria la protezione della proprietà intellettuale per difendersi dalla concorrenza e per poter recuperare i costi della ricerca per prodotti innovativi lanciati sul mercato.

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Ma non tutti la pensano così.

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Molti decenni fa è nato un movimento per l’open source** utilizzando un software gratuito – FOSS (Free and Open Source Software) e un hardware gratuito conosciuto come FOSH (Free Open Source Hardware).

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Questa nuova cultura fondata sulla condivisione della conoscenza ha dato un forte impulso a beneficio dello sviluppo di internet: open source permette a programmatori distanti di coordinarsi e lavorare allo stesso progetto. Wikipedia è un esempio.  

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I paesi in via di sviluppo possono, attraverso l’utilizzo del FOSS, acquisire conoscenze tecnologiche e può essere favorito lo sviluppo di comunità locali di persone in grado di installarlo, utilizzarlo e magari migliorarlo.

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Le piccole e medie imprese anche con scarse risorse finanziarie possono realizzare FOSS e proporli sul mercato globale.

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Ma la progettazione open source ha enormi potenzialità a vantaggio delle comunità e delle istituzioni statali che avrebbero un ingente taglio dei costi.

Il consolidamento di una realtà collaborativa che sviluppi i beni comuni ha bisogno del sostegno delle politiche statali così come è stato per lo sviluppo del capitalismo.

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Come si può concretizzare il potenziale dei beni comuni?

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Ecco i 5 fondamentali:

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1. investire nell’ingegnosità umana (imprenditoria sociale, problem solving, collaborazione nelle scuole e nelle università) con la finalità che i giovani riescano a creare network open source mai avuti prima;

2. la ricerca finanziata con fondi pubblici diventi conoscenza pubblica escludendo la possibilità di bloccarla con brevetti, copyright;

3. monitorare le aziende perché non ci siano brevetti falsi o copyright che violino i beni comuni della conoscenza;

4. finanziare con fondi pubblici spazi e strumenti dove gli innovatori “comunitari” possano sperimentare la produzione di hardware open source;

5. promuovere la diffusione di organizzazioni civiche – da società cooperative a Comitati di studenti – affinché si realizzino una pluralità di  “nodi” che diano vita a network peer-to-peer.

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Diventare globali

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Il mondo nel suo complesso mantiene un alto livello di disuguaglianza all’interno di ciascuna nazione così come tra nazioni. Questo spinge l’umanità fuori dallo spazio equo e sicuro della Ciambella.

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Nel XXI è necessario considerarci parte di una comunità globale e far emergere la potenzialità della progettazione distributiva.

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La migrazione è uno dei sistemi più efficaci per ridurre la disuguaglianza globale: i trasferimenti di denaro inviati alle famiglie a casa da parte dei lavoratori partiti in cerca di fortuna in paesi stranieri rappresenta una fonte vitale per le economie delle comunità d’origine.

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Tuttavia bisogna ricordare che esiste un’organizzazione per la redistribuzione finanziaria. È l’ODA – Overseas Development Assistant, promossa dall’OCSE e nata nel 1970. L’impegno dei paesi più ricchi era quello di dare un aiuto finanziario, a lungo termine, ai paesi poveri a sostegno del loro sviluppo economico, sociale e politico.

Al 2013 le aspettative sono state disattese e i fondi arrivati risultavano la metà di quelli previsti.

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Lo scarso apporto di risorse è spesso giustificato dai paesi ad alto reddito sostenendo che gli aiuti venivano mal spesi o oggetto di abuso da parte governi corrotti.

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Una soluzione, dunque, potrebbe essere quella di destinare una parte dei fondi direttamente alle persone che vivono in povertà cosi che possa fungere da reddito minimo. Secondo alcuni studi sui piani di trasferimento, specie in Kenya,  emerge che le persone che possono contare su una base di sicurezza economica per i momenti di difficoltà tendono a lavorare più sodo e a cogliere più opportunità.

Va detto che questi introiti che giungono dall’esterno devono essere necessariamente complementari alle politiche statali e ai beni comuni e non devono sostituirsi ad essi.

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L’obiettivo più efficace è arrivare ad una tassa globale sulla ricchezza personale estrema: ci sono più di 2000 miliardari sparsi nel mondo. Una tassa annuale sulla ricchezza pari a solo l’1,5% del loro patrimonio porterebbe a un ammontare di  74 miliardi di aiuti. 

Per non parlare di una tassazione a carico delle industrie dannose, una carbon tax globale a tutta la produzione del petrolio, carbone e gas, una tassa globale sulle transazioni finanziarie per frenare il commercio speculativo.

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Certo queste soluzioni possono sembrare utopistiche ma lo erano anche l’abolizione della schiavitù, il diritto di voto alle donne, riconoscimento di diritti civili agli omosessuali.

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La regola per il XXI secolo è dunque l’accesso universale ai mercati, ai servizi pubblici, ai beni comuni globali. 

Il potenziale di un network della conoscenza è incredibile.

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Per fare un esempio, si può ricordare la sorprendente e commovente storia di Wiliam Kamkwamba,** un ragazzo malawiano che abbandonò la scuola nel 2001 a 14 anni perché la famiglia era indigente.

Lui continuò a studiare in biblioteca e dopo aver letto un libro sull’energia riuscì a costruire per la sua famiglia una pala eolica utilizzando materiali recuperati in discarica. Presto nel suo villaggio si conobbe l’invenzione e la gente andava da lui per ricaricare i cellulari.

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L’ingegnosità di William è a lieto fine perché dopo questo evento arrivarono i giornalisti e la notorietà gli ha permesso di ricevere finanziamenti: si è laureato negli Stati Uniti e oggi è un inventore pluripremiato.

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Wiliam ha creato una piattaforma digitale per innovatori in Malawi.

Il network consentirà di risolvere molti problemi in Africa.

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E torniamo al motto di Arnold Schwarzenegger “niente dolore, niente guadagno” e alla curva di Kuznets: le economie eque non emergono dalla povertà dopo un processo di sofferenza sociale ed economica.

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La progettazione distributiva porta a un cambiamento radicale nella mente degli economisti che devono focalizzarsi non solo sulla redistribuzione del reddito ma della ricchezza costituita da: potere di controllare terreni, creare denaro, imprese, tecnologie e conoscenza.

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C’è un’altra progettazione da mettere in atto oltre quella distributiva: la progettazione rigenerativa e la vedremo con la prossima puntata.

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Legenda relativa ai link:

* fonte citata nel libro “Economia della Ciambella”

** approfondimento suggerito da Culturaintour

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