Archivio per la categoria ‘Economia della ciambella’

⭕ L’economia della ciambella di Kate Raworth – puntata 12, prima parte

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 12, prima parte
Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

3a mossa, Coltivare la natura umana
Passare dall’uomo economico razionale (puntata nr. 11)
a esseri umani sociali adattabili (puntata nr. 12 in due parti)

Il ritratto dell’umanità per il XXI secolo

La scorsa volta abbiamo spiegato quanto sia importante definire nella nostra mente un’immagine precisa di ciò che vogliamo essere perché ciò determina ciò che diventiamo e, di conseguenza, come agiamo nella realtà.

Ecco perché è essenziale che l’economia abbandoni come modello “l’uomo economico“ e passi a considerare il genere umano nella sua complessità. Con questa prospettiva si potranno creare economie per prosperare e vivere nello spazio sicuro ed equo della Ciambella.

Per creare la nuova immagine dell’umanità e lasciare la raffigurazione dell’uomo economico bisogna mettere in atto cinque cambiamenti dal momento che:

siamo esseri sociali e riconoscenti (e non strettamente egoistici)
abbiamo valori fluidi (e non gusti fissi)
siamo interdipendenti (e non isolati)
siamo approssimativi (e non calcolatori)

  1. siamo parte della biosfera (e non dominatori della natura)

Anche se è stimolante essere consapevoli che questi cinque cambiamenti possano cambiare l’economia, occorre tenere presente di un aspetto rilevante.
La maggior parte degli studi sperimentali sul comportamento umano degli ultimi anni per il 96 percento si basa su individui appartenenti al mondo occidentale. Infatti le Università si avvalgono, come campione delle loro ricerche, degli studenti stessi. Questo vuol dire che le indagini di fatto rappresentano il 12 percento della popolazione mondiale collocata in società ricche, colte, industrializzate e democratiche.

Possiamo però considerare come validi due presupposti:
1.sicuramente la natura umana non corrisponde all’uomo economico razionale
2.fino a quando non vi saranno ricerche che diano una visione più completa dell’umanità che tenga conto di altre culture e organizzazioni umane, le cinque aree sopra descritte rappresentano fedelmente l’umanità occidentale.

Da egoisti a socialmente riconoscenti
Per capire questo aspetto della natura umana occorre risalire all’evoluzione dell’Homo Sapiens. Per motivi strettamente legati alla sopravvivenza, l’uomo si è evoluto come animale fortemente collaborativo. Nel DNA degli esseri umani vi è l’attenzione ai propri interessi ma esiste anche la propensione ad aiutare gli altri: caratteristiche che si traducono in attitudine alla condivisione e alla reciprocità.
Con queste attitudini l’uomo ha sviluppato il commercio, A livello relazionale lo si vede dal semplice portare i bagagli di persone fragili a fare beneficenza o donando persino i propri organi.
Per sopravvivere quindi abbiamo necessariamente imparato ad andare d’accordo e a collaborare.
Collaboriamo, però, a patto che la reciprocità sia rispettata altrimenti tendiamo a punire i trasgressori.
Dare e avere: questi due elementi sanciscono un patto per garantire salda la cooperazione e la fiducia.
Nel mondo contemporaneo queste norme sociali, non a caso, sono utilizzate nei portali internet attraverso le valutazioni e/o le recensioni. Da un lato le aziende vogliono mostrare la propria reputazione per meritare fiducia e dall’altra gli utenti, attraverso le recensioni, manifestano la propensione umana a collaborare a difesa del “gruppo”.

Come accennato il livello di reciprocità e le norme sociali variano tra diverse culture in base alla struttura dell’economia.
Per chiarire quest’ultimo concetto facciamo un esempio.
I Nord americani vivono in un’economia di mercato marcatamente interconnessa e quindi è particolarmente alto il livello di reciprocità che diviene necessario per far funzionare l’economia.
Detto comportamento sociale è stato oggetto di studi sperimentali all’interno di tribù.
I Machiguenga, un gruppo indigeno in Perù, soddisfano la maggior parte dei loro fabbisogni nell’ambito dei nuclei familiari con scarsi scambi con il resto della comunità.
Il risultato di questa struttura socio-economica, è che gli abitanti hanno sviluppato un basso livello di dipendenza comunitaria e quindi una scarsa propensione alla reciprocità.
All’opposto è l’organizzazione dei Lamelara, una tribù in Indonesia la cui attività di sussistenza dipende dalla caccia alle balene che viene condotta in gruppi di una dozzina di uomini a bordo di una canoa.
L’esito della caccia è un successo collettivo determinato dal livello di cooperazione.
Inoltre, una volta instaurato un certo grado di fiducia, questo persiste ed esercita la sua influenza sulle relazioni economiche che si trasmette anche alle generazioni successive.

Queste rilevazioni quindi fanno emergere che la reciprocità si evolve in funzione della struttura dell’economia generando implicazioni nei ruoli dei nuclei familiari, del mercato, dei beni comuni e dello Stato.

Da preferenze fisse a valori fluidi
Finora la teoria economica si è basata sul presupposto che le persone debbano avere gli stessi gusti a partire da quando si è bambini.
La pubblicità forgia le menti sin dalla tenera età impiantando preferenze e desideri da soddisfare.
Gli adulti sono consumatori che hanno potere di acquisto e colmano preferenze già acquisite.
Ma com’è stato possibile tutto questo?
Dobbiamo risalire agli anni Venti e conoscere una delle figure più influenti del XX secolo: Edward Louis Bernays, geniale pubblicitario statunitense nonché nipote di Sigmund Freud.

Questo personaggio è stato uno dei padri delle moderne relazioni pubbliche, delle quali, già nei primi anni del Novecento, ne aveva teorizzato le principali regole fondanti.
Studiando gli scritti di suo zio Freud sui meccanismi di funzionamento della mente umana, Bernays ne riprese un concetto fondamentale su cui fondò il suo successo di pubblicitario: “c’è molto di più dietro la scelta di prendere le decisioni, non solo a livello individuale, ma soprattutto, a livello di gruppi”.

Formulò l’ipotesi secondo cui, più che le caratteristiche di un prodotto, influenzavano in modo incisivo le pubblicità che evocavano le emozioni inconsce delle persone tanto da guidare il comportamento delle masse.

Nei suoi messaggi Bernays richiamava valori profondamente radicati negli americani, come libertà e potere, associandoli a gusti o opinioni.
A lui per esempio va ricondotto l’abitudine delle donne a fumare.
Nel 1928, George Washington Hill, Presidente dell’American Tobacco Company, intuì il potenziale che avrebbe potuto ricavare aprendo il mercato della sigarette alle donne e chiese aiuto a Bernays che studiò meticolosamente il suo piano.
Utilizzando lo slogan “Torches of Freedom” ossia le “torce della libertà” indusse gran parte della popolazione femminile a fumare in un’epoca storica in cui era ritenuto inappropriato.
Il fatto di poter fumare, come da copione, venne percepito come forma di liberazione per le donne, la loro possibilità di esprimere la loro forza e la loro libertà.
A partire dal 1980 Shalom H. Schwartz, psicologo sociale e ricercatore interculturale assieme ad altri suoi colleghi, condusse una lunga indagine su un’ottantina di paesi nel mondo. Iidentificò un sistema motivazionale comune agli individui di tutte le culture che guida le scelte individuali.
La ricerca durata più di 10 anni si concluse con la formulazione de “La teoria della Struttura Psicologica Universale dei Valori” meglio nota come La teoria dei valori.
Il sistema proposto da Schwartz è composto da dieci valori che vengono suddivisi in categorie che sono caratterizzate da similarità ma anche incompatibilità.
Ne risulta una struttura di due dimensioni bipolari:
Autotrascendenza comprende i valori di Universalismo e Benevolenza vs Autoaffermazione che comprende i valori di Edonismo, Successo, Potere;

Apertura al Cambiamento che comprende i valori di Autodirezione, Stimolazione, Edonismo vs Conservatorismo che comprende i valori di Conformismo, Tradizione, Sicurezza.

Questa scoperta quindi mette in evidenza tre punti:
tutti i dieci valori sono presenti in tutti gli esseri umani e variano non solo da un individuo all’altro ma anche da una cultura all’altra;
ogni valore può essere attivato semplicemente se viene stimolato;
ognuno di questi valori cambia non solo nell’arco della vita di una persona ma nel corso di una giornata in base al ruolo e al contesto che ricopre un individuo.
Da ciò si evince la complessità della natura umana che è ben lontana da quella ritratta con il modello dell’uomo economico razionale.

Nella seconda parte della puntata nr. 12 trovi la descrizione dei restanti cambiamenti.

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⭕ Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 11

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 11
Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

3a mossa, Coltivare la natura umana
Passare dall’Uomo economico razionale (in questa puntata)
a esseri umani sociali adattabili (prossima puntata)

Dimentichiamo l’Homo economico razionale!

Nell’immagine puoi vedere come Kate Raworth ha disegnato l’homo economicus.

Una delle storie più pericolose dell’economia del XX secolo è la rappresentazione dell’umanità come uomo economico razionale.

Facciamo un salto indietro nel tempo.
A quando risale la nascita di questa rappresentazione?
Dobbiamo fare riferimento ad Adam Smith, il fondatore dell’economia politica liberale, con le sue pubblicazioni: nel 1759 The Theory of Moral Sentiments (Teoria dei sentimenti umani) e nel 1766 The Wealth of Nations (La ricchezza delle nazioni).
Adam Smith pensava che l’uomo avesse una sua natura egoistica ma allo stesso tempo dotato di principi che lo fanno interessare alla sorte degli altri anche in forma disinteressata.
Tuttavia il prototipo di individuo che combinasse l’aspetto egoistico e quello di propensione ad occuparsi dei suoi simili lo rendeva un personaggio complesso e imprevedibile che non poteva essere in sintonia con la politica economica. L’economia infatti necessitava di un uomo estremamente “razionale” con interesse esclusivo per la cura dei suoi propri interessi individuali capace di calcolo utilitaristico avendo come obiettivo la massimizzazione del proprio benessere.
Va precisato che il termine “razionale” in questo contesto non ha lo stesso significato nell’uso comune o nella filosofia o nell’etica.
Il significato di razionalità riferito all’uomo economico è di perseguire i propri obiettivi con una mentalità “calcolatrice” avendo come obiettivo esclusivamente il proprio benessere.

Nel 1844 l’economista John Stuart Mill affermò che l’economia politica non tratta il complesso della natura umana ma vede l’uomo solamente in quanto essere desideroso di ricchezza aggiungendo a questa rappresentazione il disprezzo per il lavoro e l’amore per il lusso.

L’homo economicus per Mill era il modo in cui la scienza doveva necessariamente procedere.

Nel 1880 l’economista Charles Stanton Devas criticò aspramente Mill per aver dato un’astratta semplificazione della complessa realtà umana perché di fatto stava proponendo come modello un “animale cacciatore di dollari”.
Nonostante le obiezioni la teoria economica nel tempo a seguire supportò il modello Homo economicus fino a plasmare i comportamenti sociali e persino il linguaggio.

L’economista Robert H. Frank sulla base della seguente domanda ha fatto una ricerca:
Quali conseguenze nella società, se si è fortemente convinti di una determinata natura umana?

Risposta:
Comporta il fatto che diventiamo ciò che ci diciamo che siamo.
Gli studenti che hanno una formazione economica sono di solito più egoisti rispetto agli altri.

Robert H. Frank, assieme a Thomas Gilovich e Dennis Regan della  Cornell University, nel 1993 ha condotto un’indagine sul comportamento degli studenti che avevano una formazione economica.
Lo scopo era analizzare in quale misura l’esposizione al modello di interesse personale, proprio delle teorie economiche accademiche, potesse influenzare o alterare la condotta di un individuo.
Il risultato che emerse fu che quasi il 61 percento degli studenti di economia mostrava una spiccata propensione ad essere egoista contro il 39 percento degli studenti di altre facoltà.

A convalidare l’ipotesi secondo cui la formazione accademica influenzi in modo decisivo logiche comportamentali, vi è un altro studio condotto in Germania.

Nel 1997 B. Frank e G. Schulze di un’università tedesca hanno svolto una ricerca. È emerso che gli studenti di economia sono significativamente più corruttibili dei colleghi delle altre facoltà,
Nello specifico venne creata una situazione in cui gli studenti si trovavano di fronte alla scelta di perseguire il proprio interesse personale oppure il benessere sociale.
L’esperimento quindi aveva come finalità di valutare quanto il livello di egoismo individuale prevaricasse l’interesse degli altri.
Risultò un netto distacco tra gli studenti di economia rispetto a studenti di altre facoltà. I primi avevano spiccati comportamenti opportunistici.

La tesi però aggiungeva anche un’altra ipotesi e cioè che potrebbe essere verosimile che gli studenti di economia scelgano questo tipo di studi perché già predisposti a una mentalità in cui domina il proprio tornaconto a discapito del benessere degli altri.

Il fatto diventa inquietante se si pensa che il modello “uomo economico razionale” va oltre le aule universitarie e influenza il mondo reale, quello finanziario per esempio.
Donald MacKenzie e Yuval Millo, sociologi nell’economia, ebbero a dire:

“L’economia finanziaria contribuisce a creare nella realtà il tipo di mercati ipotizzati nella teoria e se le teorie sono sbagliate, i risultati sono catastrofici.”

Il modello “uomo economico razionale” ha ridefinito anche il linguaggio.
Nel XX secolo è diventata una costante nella vita pubblica parlare di “consumatore” al posto di “cittadino”.

“Bisogna fare attenzione a ciò che esprimono le parole – spiega Justin Lewis, analista dei media e della cultura – perché il cittadino ha un ruolo in ogni aspetto della vita, da quella culturale, sociale ed economica. Il consumatore invece trova una dimensione solamente nel mercato”.

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⭕ Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 10, terza parte

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 10, terza parte
Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

2° mossa, vedere l’immagine complessiva
Passare dal Mercato autosufficiente (puntata 9)
all’Economia integrata (puntata 10 in tre parti)

Il diagramma dell’Economia della Ciambella comprende:

la Terra con mondo vivente, risorse ed energia del sole;
la società umana con la sua economia costituita da famiglie, Stato, beni comuni e mercato;
la circolazione dei flussi finanziari.

Vediamoli ora nel dettaglio:

T E R R A
che abbiamo visto nella puntata 10, seconda parte.

S O C I E T À
Una comunità sana è caratterizzata dalla sua capacità di creare al suo interno reti di relazioni e fiducia. Questi elementi in una collettività danno come risultato la coesione sociale, la cooperazione, la partecipazione.

Il Prof. Robert Putnam, politologo statunitense, con i suoi studi ha dimostrato che le relazioni fra istituzioni pubbliche, fiducia delle comunità locali e attivismo sociale si trasformano in qualità, sostenibilità e legittimazione delle politiche che si riflettono in numerosi ambiti: economia, sanità, sociale, cultura, educazione, ambiente.
Questo patrimonio di risorse e di benefici viene definito da Putnam “capitale sociale”.

E C O N O M I A
Secondo il diagramma di Kate Raworth, nella ricca rete sociale vi è incorporata l’economia ove le persone producono, distribuiscono e consumano beni e servizi che soddisfano bisogni e desideri umani.

Le componenti dell’economia sono:
le famiglie che forniscono beni e servizi essenziali per i propri componenti;
i mercati che producono beni privati per coloro che vogliono acquistarli;
i beni comuni che producono beni collettivi per la comunità;
lo Stato che produce beni pubblici per tutta la popolazione.

Con il diagramma di Economia Integrata si evince che alle persone vengono riconosciute più identità sociali ed economiche e non sono solo lavoratori o consumatori o possessori di capitali come invece fa il diagramma di Samuelson.

Le famiglie
Il lavoro domestico, fatto di cura e di assistenza per tutto il nucleo familiare in forma gratuita svolto soprattutto dalle donne, deve essere rivalutato.
Il lavoro domestico costituisce “l’economia fondamentale” di una società avendo il ruolo primario per il raggiungimento del benessere umano: la produttività dell’economia retribuita dipende direttamente da esso.
Per fare un esempio concreto tutti i servizi (asili nido, assistenza alla comunità, centri per la gioventù, etc) che il settore pubblico non può soddisfare per mancanza di fondi vengono addossati ai nuclei famigliari che se ne fanno carico con le proprie risorse.
Occorre quindi definire il lavoro domestico come’“economia fondamentale” con un ruolo centrale e ridistribuito perché ancora oggi svolto essenzialmente dalle donne che sono penalizzate in termini di opportunità di lavoro, reddito, posizione sociale.

Il mercato
Il mercato ha un enorme potere. Ecco perché occorre passare da un mercato libero a un mercato integrato ossia una regolamentazione pubblica che integra il mercato in un diverso insieme di regole politiche, legali e culturali, cambiando chi si prende i rischi e i costi e chi raccoglie i frutti del cambiamento.

I beni comuni
I beni comuni hanno un enorme potenziale creativo. I beni comuni possono essere beni naturali o sociali o culturali o digitali: sono risorse condivisibili gestite e utilizzate dalla comunità in modo autonomo pressoché senza l’intervento dello Stato o del mercato.
È fruitore del valore generato direttamente chi ha contribuito a creare il bene comune (un esempio nel mondo digitale può essere Wikipedia).

Lo Stato
Milton Friedman, padre del pensiero neoliberista, riteneva che il ruolo economico dello Stato dovesse limitarsi all’applicazione delle leggi, a garantire la sicurezza della nazione e della proprietà privata. Questi infatti erano i prerequisiti necessari al funzionamento dei mercati.
Di parere contrario era lo stesso Paul Samuelson che attribuiva allo Stato un ruolo fondamentale e creativo nella vita economica.
A oggi nel mondo economico le posizioni di Friedman hanno la meglio.

Nella visione di Kate Raworth l’Economia integrata vede lo Stato con un ruolo attivo e quale connettore tra famiglie, beni comuni, mercato.
Lo Stato ha la funzione di :
1.fornire tutti i beni pubblici (scuole, ospedali, strade. etc);
2.sostenere le famiglie con politiche sociali quando queste svolgono un compito di cura per i bambini/istruzione o assistenza agli anziani;
3.favorire il dinamismo e lo spirito collaborativo dei beni comuni ;

  1. partner economico che sostiene e agevola il potenziale del mercato che è finalizzato al bene comune.

La finanza
Oggi la finanza non è di supporto all’economia ma la domina. In alcuni casi determina persino l’instabilità del mercato.
È ora di riprogettare una finanza in modo che sia al servizio dell’economia e della società.
Le aziende inoltre hanno bisogno di una visione più ampia nel XXI secolo rispetto a quella di Friedman che si è dimostrata fallimentare. Occorre che le imprese siano incubatrici di creatività e con uno scopo più stimolante rispetto alla semplice massimizzazione del profitto.
La teoria economica classica elaborata nel XIX secolo da David Ricardo non è più praticabile viste le dinamiche derivanti dalla globalizzazione.
Il commercio è divenuto un’arma a doppio taglio che rende vulnerabili i mercati. I governi devono cooperare se vogliono che i flussi transfrontalieri diano benefici a tutti.
Il commercio quindi deve essere equo.

Come denunciato dal movimento Occupy Wall Street, nato nel 2011 gli abusi di potere del capitalismo finanziario, provocano una grave iniquità economica e sociale che è andata accentuandosi negli anni.
Infatti la concentrazione di ricchezza e di reddito in mano a pochi miliardari si trasforma inevitabilmente in potere capace di agire sul funzionamento dell’economia e della politica.
Nel XXI secolo è di vitale importanza ridistribuire la ricchezza e il reddito per contrastare il potere delle élite e rafforzare quello dei cittadini.
Tutti questi aspetti verranno ripresi e approfonditi nei prossimi capitoli.

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⭕ Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 10, seconda parte

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 10, seconda parte
Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

2° mossa, vedere l’immagine complessiva
Passare dal Mercato autosufficiente (puntata 9)
all’Economia integrata (puntata 10 in tre parti)

Il diagramma “Economia Integrata” di Kate Raworth considera come elemento principale la Terra di cui l’economia si serve e di cui deve anche necessariamente tenere conto degli ecosistemi.
Il diagramma dell’Economia della Ciambella dà una visione complessiva in quanto rappresenta:

la Terra con mondo vivente, risorse ed energia del sole;
la società umana con la sua economia costituita da famiglie, Stato, beni comuni e mercato;
la circolazione dei flussi finanziari.

Vediamoli ora nel dettaglio:

T E R R A

La Natura ci dà la vita quindi è necessario rispettarne i suoi confini planetari.
È palese: l’economia dipende dalla Terra.

In prima battuta l’economia per la sua produzione se ne serve come fonte da cui attinge ogni forma di risorsa: energia, acqua, materie prime, patrimonio vegetale e animale.
Il flusso di materie è rappresentato nel diagramma con la freccia nera.

In un secondo tempo, dopo la produzione e il consumo, la Terra è usata dall’economia come pozzo per accogliere gli scarti (ogni sorta di rifiuto e inquinamento).
La direzione del flusso di rifiuti è rappresentato dalla freccia arancione del diagramma.

Il processo naturale della Terra, al contrario dell’economia, è un sistema chiuso e circolare basato su un perfetto equilibrio: qualsiasi elemento vivente o non vivente rimane al suo interno senza generare rifiuti.
Solo l’energia del sole fluisce : arriva e se ne va.

La prima cosa da fare è quindi definire l’economia come un sottosistema aperto del sistema chiuso-Terra.

In secondo luogo l’elemento da tenere presente per le teorie economiche del nostro tempo non è più il denaro ma l’energia.
La maggior parte dell’energia che fa funzionare l’economia globale è quella che arriva dal Sole: consente di far crescere le colture, le foreste e il bestiame.
L’altro tipo di energia utilizzata per l’economia è principalmente quella che deriva dai combustili fossili (carbone, petrolio, gas).
Qui arriviamo al punto critico che ha dato origine ai cambiamenti climatici.
Nell’era dell’Olocene durato circa12000 anni (ne abbiamo parlato nella puntata 8) l’energia del Sole entrava nell’atmosfera terreste e successivamente il calore veniva disperso nello spazio. Questo perfetto equilibrio ha consentito di avere nel periodo olocenico temperature gradevoli e stabili.

Con la rivoluzione industriale, circa 200 anni fa e soprattuto con e dopo il boom economico degli anni Cinquanta il delicato equilibrio naturale è stato progressivamente compromesso a causa dell’utilizzo massiccio dei combustili fossili.
La combustione di petrolio, gas e carbone infatti genera il rilascio in atmosfera di enormi quantità di anidride carbonica e altri gas a ritmi che non hanno precedenti nella storia umana. Questo processo iniziato molti decenni fa in un crescendo esponenziale e irreversibile sta provocando il famigerato effetto serra che a sua volta determina il surriscaldamento globale.
Va precisato che esiste un effetto serra naturale con vede la presenza di gas in atmosfera che permettono alla Terra di mantenere una temperatura media di +15° che favorisce la vita sul pianeta. In assenza di un effetto serra naturale la temperatura media sarebbe di -18°
Diverso è l’incessante effetto serra innescato dall’attività umana che provoca il riscaldamento globale compromettendo gli ecosistemi e la biosfera.
Le conseguenze dei cambiamenti climatici sono visibili con i fenomeni meteo estremi come uragani, tempeste e inondazioni, scioglimento dei ghiacci polari, desertificazione e incessante perdita della biodiversità.
Ecco perché gli scienziati ci dicono che abbiamo alle spalle l’era dell’Olocene e siamo nell’era dell’Antropocene. Le attività dell’uomo stanno causando dei cambiamenti profondi al sistema Terra, superiori alle forze di origine astronomica, geofisica e interna allo stesso sistema.

Finisce qui la seconda parte,
Nella terza ed ultima parte conosceremo nel dettaglio la Società e l’Economia secondo la visione di Kate Raworth.

⭕ Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 10, prima parte

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 10, prima parte
Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

2° mossa, vedere l’immagine complessiva
Passare dal Mercato autosufficiente (puntata precedente)
all’Economia integrata (in questa puntata)

La volta scorsa, abbiamo visto come è nato il diagramma di flusso circolare che ha dato origine al modello economico del XX secolo (tuttora in uso) di cui ti riproponiamo il contesto storico.
Samuelson alla fine degli anni Quaranta – subito dopo la Grande depressione e la Seconda guerra mondiale – si focalizzò sulla necessità di far riprendere a circolare il reddito, per consentire all’economia americana di ripartire.
Come fulcro del suo diagramma Samuelson mise il flusso monetario e due fattori produttivi (lavoro e capitale).
L’aspetto naturale era totalmente assente.

Va detto che nel XVIII secolo i fattori produttivi presi in considerazione erano, oltre al lavoro e il capitale, anche la terra intesa come agricoltura.
Infatti nel triennio 1756-1758 l’economista francese François Quesnay fondò la dottrina fisiocratica (da «fisio-», natura e «-crazia»,potere) , secondo cui l’agricoltura è la vera base di ogni altra attività economica. L’industria, che si limita a trasformare la materia prima in prodotti, e il commercio, che li distribuisce, vengono ritenute attività secondarie.

Nel 1776 con Adam Smith, padre del pensiero economico classico, si chiude il periodo dei fisiocratici. Smith, pur ritenendo ricchezza di una nazione il clima e il suolo, si concentra sulla divisione del lavoro in quanto permette l’incremento della produttività e di conseguenza la ricchezza di una nazione.
Un’altra figura di rilievo del pensiero economico classico è David Ricardo che agli inizi del 1800, pur considerando preoccupante la crescente scarsità di terreno da coltivare nelle colonie, pose la sua attenzione al fattore lavoro.

Si giunge alla fine del XIX secolo che vede progressivamente abbandonare, da parte degli economisti, la connessione tra sistema produttivo e sistema ambientale: le scoperte scientifiche e tecnologiche davano la visione ottimistica che la crescita potesse essere infinita.

Nella prima metà del Novecento gli economisti preferiscono adottare un sistema economico lineare. Gli elementi considerati sono solo lavoro e capitale. È l’economia Mainstream, termine coniato dallo stesso Paul Samuelson, tuttora insegnata nelle Università di Economia di tutto il mondo.

Con una popolazione in continua crescita, la crisi ecologia, la deforestazione, i cambiamenti climatici e la scarsità di risorse naturali, le regole del gioco sono cambiate in modo perentorio.
Dobbiamo fare i conti con una maggiore popolazione mondiale e sempre meno risorse a disposizione. Il pianeta rimane “limitato” anzi pesantemente compromesso nella sua capacità di rigenerarsi e assorbire gli impatti negativi dell’attività dell’uomo.

I dati ci dicono che:
1776, viene elaborato il pensiero economico di Adam Smith
popolazione mondiale quasi un miliardo di persone
un’economia 300 volte meno sviluppata di quella odierna

1948, viene elaborato il pensiero economico di Paul Samuelson
popolazione mondiale 2,5 miliardi di persone
un’economia globale 10 volte inferiore a quella attuale

2019, popolazione mondiale 7,7 miliardi

  • 2030 popolazione mondiate stimata 8,5 miliardi

Oggi è opportuno porsi la domanda:
Cosa ci serve per soddisfare i nostri bisogni?

Kate Raworth ha elaborato la risposta con il suo diagramma “Economia Integrata”: al contrario di Samuelson, torna a reintrodurre la Natura come fattore principale. Precisamente tiene conto di:

Terra con mondo vivente, risorse ed energia del sole;
società umana con la sua economia costituita da famiglie, Stato, beni comuni e mercato;
circolazione dei flussi finanziari.

Conosciamoli tutti nel dettaglio nella seconda parte.

Non perderti la prossima puntata.
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⭕ Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 9

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Lʼeconomia della ciambella di Kate Raworth – puntata 9
Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

2° mossa, vedere l’immagine complessiva
Passare dal Mercato autosufficiente (in questa puntata)
all’Economia integrata (prossima puntata)

“Il mercato autosufficiente”

La scorsa volta ci siamo lasciati con questo interrogativo:
Come venne disegnata l’economia tradizionale per arrivare a questo punto?

La risposta la troviamo nel “diagramma di flusso circolare” elaborato per la prima volta nel 1948 da Paul Samuelson per illustrare la circolazione del reddito all’interno dell’economia. Il diagramma venne successivamente riproposto nei testi di economia per gli studenti universitari e così arrivò presto a definire l’economia stessa, determinando quali attori economici dovessero essere protagonisti.

Perché fu pensato e cosa si evince da questo diagramma?

Sul finire degli anni Quaranta – il mondo usciva dalla Grande Depressione e dalla Seconda Guerra Mondiale – Samuelson si domandava come fare perché il reddito riprendesse a circolare nell’economia americana e quindi, nel disegnare il suo diagramma, si focalizzò sui flussi monetari.
Il fulcro del sistema economico è il mercato (mercato di beni/servizi e mercato del lavoro) che mette in circolo sia flussi monetari sia beni tra due “operatori”: le famiglie e le imprese.

Le famiglie offrono i propri servizi (lavoro, risparmio) alle imprese in cambio di un flusso monetario (salario, interessi). Il reddito delle famiglie viene speso per acquistare beni e servizi dalle imprese.
Non vengono però considerati l’energia, le materie prime e la società in cui si svolgono le attività.
Gli unici fattori considerati sono: lavoro e capitale.

La produzione e il consumo sono strettamente interconnessi e creano il cosiddetto “flusso circolare del reddito”.
A questo flusso si aggiungono tre cicli esterni:
banche commerciali (il flusso di risparmi viene reimmésso nel circolo sotto forma di investimenti)
governi (le imposte e tasse vengono destinate alle spese pubbliche)
commercio (rappresentato dal settore estero con le importazioni e esportazioni)

Nel 1947 Friedrich Hayek, Ludwig Von Mises, Frank Knight, Milton Friedman,
ispirandosi al liberismo classico di Adam Smith e David Ricardo, abbozzarono quello che un giorno sarebbe diventato il paradigma economico dominante.
L’intento era di respingere con forza la minaccia del totalitarismo statale che si stava diffondendo in Unione Sovietica.
L’anno successivo, con il diagramma elaborato da Samuelson, si poté dare avvio al pensiero economico neoliberista: Friedman e gli altri abbracciarono una prospettiva a lungo termine con il sostegno del business e di miliardari, finanziarono cattedre e borse di studio e costruirono un network di think tank del “mercato libero” in tutto il mondo.
Il paradigma neoliberista si impose compiutamente negli anni Ottanta con Margaret Tatcher e Ronald Reagan.

Ecco i suoi principi:

-Il business è innovativo e massimamente efficiente
-la finanza è infallibile
-Il commercio porta vantaggi a tutti
-I governi sono incompetenti
-Il nucleo domestico è appannaggio femminile
-I beni comuni non hanno valore
-La società non esiste
-La natura è inesauribile
-L’energia è irrilevante

Ma la fede cieca nei mercati che ignora natura, società e il potere incontrollato delle banche, ci ha portati sull’orlo del collasso ecologico, sociale e finanziario.

È davvero ora di cambiare paradigma!

La prossima volta vedremo cos’è l’Economia integrata proposta da Kate Raworth.

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⭕ L’economia della ciambella di Kate Raworth – puntata 8

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L’economia della ciambella di Kate Raworth – puntata 8

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

1° mossa, cambiare obiettivo
Passare dal PIL (puntata precedente)
alla Ciambella in equilibrio (in questa puntata)

La bussola per orientare l’umanità

L’umanità ha bisogno di “una bussola” per rifondare il pensiero economico e giungere a un modello di sviluppo equo e sostenibile.
Per spiegarlo Kate Raworth ha disegnato due anelli concentrici.
L’anello interno (color rosso) rappresenta il livello minimo sociale: ogni persona dovrebbe poter soddisfare bisogni primari e sono:
1.cibo
2.acqua
3.assistenza sanitaria
4.reddito
5.istruzione
6.energia
7.lavoro
8.diritto di espressione
9.parità di genere
10.equità sociale
11.resilienza agli shock

L’anello esterno (color ocra) è il limite ambientale cioè il tetto ecologico da rispettare per evitare danni ambientali gravi e irreversibili: perdita di biodiversità, accumulo di gas serra in atmosfera, alterazione dei cicli dell’azoto e del fosforo, ecc.
Tra questi due anelli c’è uno spazio operativo sicuro per l’umanità (Safe and Operating Space, SOS) con un’economia rigenerativa e distributiva perché socialmente equa ed ecologicamente sostenibile.
Attualmente miliardi di persone si trovano sotto il livello minimo sociale (il centro della ciambella) in quanto esiste una situazione di deprivazione che impedisce loro di soddisfare i bisogni essenziali.
Al contrario, al di sopra del limite ambientale siamo in una zona di eccesso e di forte pressione sul tetto biofisico sopportabile dal pianeta.
Lo sviluppo economico globale del XX secolo ha contribuito a togliere dalla povertà milioni di persone nel mondo consentendo di migliorare notevolmente lo standard di vita.
Questo però ha dato origine a un’impennata nel consumo delle risorse della Terra causando forti impatti ambientali.
Dal 1950 al 2010 la popolazione mondiale è triplicata così come si sono intensificate le attività umane determinando nel giro di 200 anni una nuova epoca geologica chiamata, non a caso, Antropocene.
Il termine deriva dal greco anthropos, che significa uomo con l’aggiunta del secondo elemento -cene: è l’era geologica nella quale l’uomo e le sue attività sono la causa principale delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche del pianeta.
Il termine venne divulgato negli anni 2000 da Paul Crutzen, premio Nobel per la Chimica a seguito delle sue pubblicazioni scientifiche
L’epoca che abbiamo lasciato alle spalle si chiama Olocene, caratterizzata da un clima stabile, abbondanza d’acqua dolce e una biodiversità prospera e generosa: condizioni che hanno garantito all’uomo la possibilità di progredire ed espandersi rapidamente.
Con l’Antropocene invece si aprono scenari climatici sconosciuti e pericolosi per l’intera umanità e, in generale, per tutti gli esseri viventi sulla Terra.
Un gruppo di esperti di scienze del sistema Terra e della sostenibilità guidato da Johan Rockström ha identificato nove processi naturali che sono critici (per esempio sistema clima e ciclo dell’acqua) ma che ancora consentono di mantenere condizioni simili a quelle dell’Olocene.
Per evitare di trovarci in una situazione incontrollabile, gli scienziati hanno stabilito dei confini, dei limiti da non oltrepassare. È vitale quindi regolare le attività umane affinché non si aggiungano ulteriori pressioni sul sistema pianeta.
“Siamo la prima generazione a riconoscere che stiamo mettendo a rischio la capacità del sistema Terra di sostenere lo sviluppo umano” (Johan Rockström)
È bene ricordare che, purtroppo, quattro limiti sono già stati oltrepassati: cambiamenti climatici, trasformazione del suolo, flussi di azoto e fosforo e perdita della biodiversità.
A questo punto è facile intuire che i limiti biofisici del pianeta e la base sociale sono strettamente interconnessi.
Ma come si può passare dalla crescita infinita alla prosperità in equilibrio?
Come se ne viene fuori?
La crescita infinita dettata dal Pil ci ha portato in una situazione molto pericolosa.
Siamo dunque la prima generazione ad essere consapevole di dover attuare una trasformazione che miri ad un futuro sostenibile e ciò si può fare adeguando il nostro modo di vivere, comprare, viaggiare, gestire il denaro tenendo conto dei limiti sociali e planetari illustrati con la Ciambella. Questo modo di agire deve essere applicato a tutti i livelli: come persone, comunità, strategie dei governi e di aziende.
Per Kate Raworth possiamo vivere nello spazio sicuro ed equo della ciambella se si tengono conto di cinque fattori determinanti:
-Popolazione
Deve necessariamente stabilizzarsi: più abitanti ci sono più bisogni occorre soddisfare.
La buona notizia è che la popolazione tende a stabilizzarsi quando le persone vivono senza privazioni rispettando un livello minimo sociale (come previsto nella Ciambella). È particolarmente importante l’istruzione delle donne e l’assistenza sanitaria dei bambini: è così che si può andare nella direzione auspicata.

-Distribuzione della ricchezza globale
Le emissioni di gas serra vanno di pari passo con lo standard di vita di un popolo: tanto più lo stile di vita è alto tanto più aumentano tutti i consumi (dal cibo all’energia).

Come si fa a sfamare il 13% di popolazione malnutrita nel mondo?
Se si pensa che attualmente buona parte (tra il 30 e 50%) del cibo mondiale va perso dopo il raccolto, sprecato nelle catene di rifornimento e addirittura buttato dai nostri piatti alla pattumiera, la fame potrebbe essere debellata con il 10% del cibo prodotto ma che non viene mangiato.

  • Aspirazioni
    Entro il 2050 si prevede che il 70 % della popolazione mondiale vivrà in zone urbane con un conseguente alzamento dello standard di vita e di consumo.
    È necessario rimodulare le nostre aspirazioni in alternativa al modello del consumismo.
    -Tecnologia
    Un altro fattore importantissimo è l’innovazione che deve rappresentare uno strumento per ottimizzare l’efficienza delle infrastrutture (alloggi autoriscaldanti o autorinfrescanti, trasporti con energie rinnovabili, etc)

-Governance
Sono necessarie strutture di governance efficaci come non lo sono mai state prima, a partire dal livello locale fino a quello globale. È una grande sfida visto che occorre contrastare gli interessi radicati da lungo tempo, le norme e aspettative di paesi, aziende e comunità.
Resta il fatto che bisogna affrontare complesse interazioni del sistema Terra e ridurre la pressione dell’umanità sui limiti del pianeta.
Se la bussola della Ciambella ci orienta verso la prosperità in equilibrio con il pianeta, come possiamo rappresentare graficamente l’economia in relazione al tutto?
Passiamo quindi alla 2a mossa,: “Vedere l’immagine complessiva”
Prima però dobbiamo capire come venne disegnata l’economia tradizionale per arrivare a questo punto. Passiamo quindi alla seconda mossa


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⭕ L’economia della ciambella di Kate Raworth – puntata 7

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L’economia della ciambella di Kate Raworth – puntata 7

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

1° mossa, cambiare obiettivo Passare dal PIL (in questa puntata) alla Ciambella in equilibrio
“Sfrattiamo il cuculo dal nido”
Nella puntata nr. 6 abbiamo visto come Kate Raworth si serva della metafora del cuculo nel nido per affermare che gli economisti nel XX secolo non occupandosi di individuare gli obiettivi dellʼeconomia, hanno lasciato che il Pil e la crescita fosse la sua unica funzione.
Continuiamo con la metafora. Così come gli ignari uccelli proprietari del nido continuano a nutrire il pulcino del cuculo, ogni generazione di studenti di economia viene istruita affinché lʼobiettivo sia la crescita del Pil. Vengono studiate fedelmente tutte le teorie che ne propongono le varie strategie (per esempio: una nazione ha il Pil in crescita grazie alle nuove tecnologie oppure grazie alla crescente disponibilità di macchinari e ancora, per merito del capitale umano).
Ma cosʼè il Pil? A cosa serve?
Comʼè potuto accadere che il Pil-cuculo riempisse così bene il nido-economia? Ma qual è il miglior modo per valutare il successo nello sviluppo?
Partiamo dalla definizione: Pil cioè Prodotto Interno Lordo è un indicatore che misura il valore dei prodotti e servizi realizzati all’interno di una nazione. Per capire comʼè nato questo indicatore dobbiamo andare indietro nel tempo e precisamente agli anni Trenta con la grave crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti cui seguirà la grande depressione, con conseguenti elevatissimi livelli di disoccupazione. Crisi che coinvolgerà tutta Europa. Roosevelt, il presidente americano, aveva bisogno di una misura dello stato di salute dell’economia che non fosse di tipo settoriale e incaricò lʼeconomista Kuznets di studiare un indicatore per misurare il reddito prodotto in una nazione nel corso del tempo. Entrò così a gamba tesa il “paradigma della crescita”, ossia il concetto dellʼimportanza della crescita del reddito per comprendere lʼandamento del ciclo economico e lʼinsorgere del fenomeno della disoccupazione. Presto la crescita fu vista come una panacea per molti problemi sociali, economici e politici. Lʼidea di unʼeconomia sempre in crescita si sovrappose con lʼidea di progresso. Tuttavia lo stesso Kuznets, il padre ideatore del Pil, volle precisare che il suo

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L’economia della ciambella di Kate Raworth – puntata 6

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

“La metafora del cuculo”
Il cuculo non nidifica e non cresce i propri piccoli. La femmina di cuculo attende il momento in cui il nido di altri volatili sia incustodito e vi depone il suo tra le uova già presenti dei proprietari del nido. Questi ignari genitori covano amorevolmente le loro uova compreso quello intruso che è, apparentemente, somigliante alle uova legittime. Quando si schiude, generalmente prima degli altri, il pulcino cuculo si libera delle uova degli uccelli proprietari del nido e li getta fuori. Rimasto solo, verrà nutrito abbondantemente diventando più grande degli stessi genitori adottivi con dimensioni assurde tali da debordare dal minuscolo nido.
Kate Raworth si serve di questa metafora per affermare che gli economisti nel XX secolo omettendo di definire gli obiettivi, hanno lasciato che il PIL e la sua crescita fosse la funzione dell’economia stessa.
Proseguendo la metafora Kate invita a sfrattare “lʼobiettivo cuculo della crescita” dal “nido- economia“: è giunto il momento di concentrarsi su obiettivi che assicurino dignità e opportunità entro i limiti consentiti dal pianeta in modo da vivere nello spazio sicuro ed equo per lʼumanità. (vedi puntata n. 4)
*il pil è un indicatore economico (Prodotto Interno Lordo) e rappresenta il valore di mercato dei beni e dei servizi prodotti allʼinterno di una nazione.
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Immagine: Blog LaValnerina.it

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L’economia della ciambella di Kate Raworth – puntata 5

Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo

“La ciambella in sette mosse”
Nel 2011 Kate Raworth disegnò per la prima volta la Ciambella a seguito di un lungo percorso per smontare pezzo per pezzo il vecchio paradigma di economia che, pur avendo consentito a miliardi di persone di migliorare il proprio standard di vita, nel tempo ha causato un impatto gravissimo a livello sociale (una diseguaglianza su scala globale mai visti prima nella storia dell’umanità) e un degrado ambientale tale da compromettere i sistemi naturali del pianeta.
Consapevole che l’attuale modello si fonda su teorie dell’Ottocento che continuano a essere insegnate, Kate si confronta con accademici innovativi, business leader e raccoglie le intuizioni degli studenti di mentalità aperta. Attinge sapere dal mondo dell’ecologia, istituzionale, femminista e dell’economia comportamentale e quando acquisisce un bagaglio di strumenti e informazioni giunge a indicare i principi che devono guidare un economista dei nostri tempi capace di affrontare le impegnative sfide da affrontare.
Ecco dunque le sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo:
1) Cambiare l’obiettivo Vecchio paradigma: L’economia da sessant’anni basa il suo benessere attraverso un indicatore, il PIL Economia della Ciambella: occorre prosperare in equilibrio creando un’economia, dal livello locale a quello globale, che rispetti i diritti umani e i limiti del pianeta.
2) Vedere l’immagine complessiva Vecchio paradigma: l’economia mainstream raffigura tutta l’economia in un solo diagramma, il flusso circolare del reddito. Economia della Ciambella: l’economia va integrata nella società e nella natura.
3) Coltivare la natura umana Vecchio paradigma: il pensiero economico razionale ha modellato la società con individui isolati, calcolatori che dominano la natura. Economia della Ciambella: persone sociali, interdipendenti, fluide nei valori e consapevoli della dipendenza dal mondo naturale.
4 ) Comprensione dei sistemi Vecchio paradigma: basato su un equilibrio meccanico frutto di teorie risalenti al XIX Economia della Ciambella: l’economia è dinamica e occorre gestirla in quanto sistema complesso in continua evoluzione.
5) Progettare per distribuire
nr. 5